Materiale e immateriale

Ho seguito nella stessa settimana due seminari su knowledge management e proprietà intellettuale. E’ una notizia. Il knowledge management è uno di quei temi, molto in voga nella new economy, che il mondo accademico ha lasciato pudicamente in una armadio nascosto sperando che un giorno tornasse di moda. Alcune relazioni sono state convincenti. Bo Heiden ha proposto un modello di catena intellettuale del valore (intellectual value chain) per spiegare le forze che regolano la concorrenza nell’economia della conoscenza e nell’immateriale. Sara Giordani e Jean-Cristophe Troussel hanno proposto strumenti sofisticati per valutare la dimensione finanziaria del valore della conoscenza (vi segnalo l’istruttiva vicenda dei Bowie Bond, primo grande esempio di cartolarizzazione di copyrights nel campo della musica e della creatività). Mi pare che il tema stia maturando. Il fatto che la finanza si interessi del tema è, come sempre, buon segno.
Il KM, però, continua ad avere un tratto sfuggente. E’ difficile eliminare il sospetto che, nel fondo, non abbia una forte componente di fuffa. Ho continuato a pensare all’argomento mentre tornavo a casa. Scorro i titoli del giornale e mi guardo attorno nell’affollatissima piazza san Marco. In un attimo mi ritrovo in un mondo diverso, lontanissimo da quello descritto nelle slide powerpoint che digerito per una giornata intera.
ENI, mi dicono i titoli del Sole 24 Ore, è di nuovo l’azienda che produce i maggiori utili in Italia. Ancora il petrolio, come 150 anni fa, ai tempi di Rockfeller. E’ l’economia della conoscenza? Certo che lo è, dai tempi della seconda rivoluzione industriale. Le compagnie petrolifere, Chevron in testa, hanno promosso per prime l’utilizzo delle nuove tecnologie per migliorare la gestione del proprio patrimonio di conoscenze. Però l’economia del petrolio è anche eserciti, guerre, controllo di confini, gestione di crisi internazionali. I capitali fruttano quando qualcuno presidia fisicamente le aree calde della geografia del mondo. Quando corpi in carne e ossa si muovono per difendere interessi materiali, fisicissimi. Le regole di questa economia, nonostante tutte le rassicurazioni del caso, mi paiono ancora lontane da un concetto di trasparenza; trattasi di princìpi da consigliare solo ad un pubblico adulto. Lo spettacolo dei venditori di borse finte che si aggirano a Venezia, come in tutte le città turistiche italiane, mi dice più o meno le stesse cose. Il commercio dell’illecito (Moisés Naim) prospera attraverso reti globali che sfruttano marchi affermati (i mondi possibili del nostro immaginario collettivo) e terminali finali che si mettono in gioco fisicamente (l’esercito dei senegalesi con le finte Gucci in mano). Terminali che accettano la strada e rischiano la prigione. In parte perché costretti, ipotizzo, in parte perché i guadagni di questa economia parallela sono enormemente superiori a quelli di un lavoro tradizionale.
Mentre si sviluppa un’economia dell’immateriale, del terziario, delle agenzie, delle authority, prende forma un’economia speculare, che cresce nella rottura sistematica delle regole e che mette al centro dell’attenzione le persone in carne e ossa (in senso stretto). Un’economia poco studiata e poco presentabile. Fino ad ora abbiamo pensato a mondi paralleli. Ho la netta impressione che non sia più così. Questi mondi hanno collegamenti che non abbiamo messo a fuoco e che, molto probabilmente, potrebbero sorprenderci. E se iniziassimo a riflettere sull’argomento? Il Km rischia di guadagnarci in consistenza.

Stefano

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