Materiale e immateriale

Ho seguito nella stessa settimana due seminari su knowledge management e proprietà intellettuale. E’ una notizia. Il knowledge management è uno di quei temi, molto in voga nella new economy, che il mondo accademico ha lasciato pudicamente in una armadio nascosto sperando che un giorno tornasse di moda. Alcune relazioni sono state convincenti. Bo Heiden ha proposto un modello di catena intellettuale del valore (intellectual value chain) per spiegare le forze che regolano la concorrenza nell’economia della conoscenza e nell’immateriale. Sara Giordani e Jean-Cristophe Troussel hanno proposto strumenti sofisticati per valutare la dimensione finanziaria del valore della conoscenza (vi segnalo l’istruttiva vicenda dei Bowie Bond, primo grande esempio di cartolarizzazione di copyrights nel campo della musica e della creatività). Mi pare che il tema stia maturando. Il fatto che la finanza si interessi del tema è, come sempre, buon segno.
Il KM, però, continua ad avere un tratto sfuggente. E’ difficile eliminare il sospetto che, nel fondo, non abbia una forte componente di fuffa. Ho continuato a pensare all’argomento mentre tornavo a casa. Scorro i titoli del giornale e mi guardo attorno nell’affollatissima piazza san Marco. In un attimo mi ritrovo in un mondo diverso, lontanissimo da quello descritto nelle slide powerpoint che digerito per una giornata intera.
ENI, mi dicono i titoli del Sole 24 Ore, è di nuovo l’azienda che produce i maggiori utili in Italia. Ancora il petrolio, come 150 anni fa, ai tempi di Rockfeller. E’ l’economia della conoscenza? Certo che lo è, dai tempi della seconda rivoluzione industriale. Le compagnie petrolifere, Chevron in testa, hanno promosso per prime l’utilizzo delle nuove tecnologie per migliorare la gestione del proprio patrimonio di conoscenze. Però l’economia del petrolio è anche eserciti, guerre, controllo di confini, gestione di crisi internazionali. I capitali fruttano quando qualcuno presidia fisicamente le aree calde della geografia del mondo. Quando corpi in carne e ossa si muovono per difendere interessi materiali, fisicissimi. Le regole di questa economia, nonostante tutte le rassicurazioni del caso, mi paiono ancora lontane da un concetto di trasparenza; trattasi di princìpi da consigliare solo ad un pubblico adulto. Lo spettacolo dei venditori di borse finte che si aggirano a Venezia, come in tutte le città turistiche italiane, mi dice più o meno le stesse cose. Il commercio dell’illecito (Moisés Naim) prospera attraverso reti globali che sfruttano marchi affermati (i mondi possibili del nostro immaginario collettivo) e terminali finali che si mettono in gioco fisicamente (l’esercito dei senegalesi con le finte Gucci in mano). Terminali che accettano la strada e rischiano la prigione. In parte perché costretti, ipotizzo, in parte perché i guadagni di questa economia parallela sono enormemente superiori a quelli di un lavoro tradizionale.
Mentre si sviluppa un’economia dell’immateriale, del terziario, delle agenzie, delle authority, prende forma un’economia speculare, che cresce nella rottura sistematica delle regole e che mette al centro dell’attenzione le persone in carne e ossa (in senso stretto). Un’economia poco studiata e poco presentabile. Fino ad ora abbiamo pensato a mondi paralleli. Ho la netta impressione che non sia più così. Questi mondi hanno collegamenti che non abbiamo messo a fuoco e che, molto probabilmente, potrebbero sorprenderci. E se iniziassimo a riflettere sull’argomento? Il Km rischia di guadagnarci in consistenza.

Stefano

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7 Responses to Materiale e immateriale

  1. gc dicono:

    L’impressione che quando si discute di KM ci sia molta fuffa, è giusta. Mi chiedo quanto sia colpa di chi finora ha posto il problema del KM come un affare consulenziale da vendere alle aziende . Quando invece dovrebbe essere trattato come tema politico: di politica economica, di politica sociale, di politica della conoscenza. Mi spiego, cercando di non cadere nella solita fuffa. La conoscenza ha, come noto, la proprietà di essere non-rivale nel consumo: se cresce il numero dei consumatori di una certa unità di conoscenza, non si riduce l’utilità di chi già la consuma. Collegato a questo aspetto c’è un’altra interessante proprietà economica: la conoscenza rende possibile la sua replicazione a bassi (o nulli) costi marginali. Ciò significa che è possibile moltiplicare gli usi di una unità di conoscenza senza elevati costi aggiuntivi. Una politica del KM dovrebbe prendere molto più seriamente queste elementari considerazioni economiche. Con l’obiettivo di moltiplicare gli usi sociali della conoscenza che viene continuamente creata per usi specifici (non necessariamente privati). Un esempio è proprio quello delle Università, giustamente accusate da Stefano di avere snobbato questo tema. Ebbene, quanta conoscenza creata nelle Università (da docenti, ricercatori, studenti) rimane all’interno di circuiti accademici senza essere replicata in altri possibili usi applicativi? Perché le Università – magari aiutate da imprese e da istituzioni – non si danno una seria politica di KM come strumento per riconoscere, comunicare e valorizzare all’esterno i potenziali di conoscenza interna? Un secondo esempio è negli ospedali e, più in generale, nel sistema sanitario: anche in questo caso la conoscenza utile, continuamente creata all’interno delle strutture, è davvero notevole. Perché non pensare di valorizzarla meglio anche all’esterno delle apllicazioni medico-sanitarie? Abiti e scarpe che respirano (e che non creino allergie) hanno bisogno di dermatologi e fisiologi del corpo umano. Per costruire sedie che non rompano la schiena ci sarebbe bisogno di ortopedici. Per non dire di come i patologi potrebbero aiutare a migliorare i prodotti alimentari. Insomma, anche in questo caso una politica del KM dovrebbe aiutare gli ospedali a riconoscere e vendere (con benefici positivi e costi marginali limitati) le soluzioni tecnologiche implicite nella pratica clinica. Ulteriori esempi si potrebbero fare per le local utilities, dove le conoscenze da esternalizzare potrebbero portare alla diffusione di soluzioni efficienti per il risparmio energetico delle famiglie, il trattamento delle acque per le imprese, la riduzione dell’inquinamento atmosferico, ecc. Anche qui il KM potrebbe diventare qualcosa di più della fuffa consulenziale, unendosi così alla materialità della vita e dando risposte concrete ai bisogni degli uomini. Proposta finale: perché non proporre l’istituzione di Knowledge managers negli ospedali, nelle università e nelle aziende di servizi pubblici locali? C’è un problema: affinché la macchina dell’innovazione proceda spedita non basta avere una direzione di marcia (l’obiettivo politico e sociale), ma è necessaria anche la spinta concorrenziale (incentivi di mercato). Da dove partiamo?
    gc

  2. Il tema è molto caldo. A mio avviso l’economia del materiale dominerà ancora per qualche tempo, e non saranno mesi. Il motivo principale risiede secondo la mia visione nell’età di chi ha il potere di canalizzare le risorse, soprattutto istituzionali. Esistono ottantenni più innovatori dei ventenni ma ritengo che, anche grazie ad una parte di quegli ottantenni che l’innovazione si sono messi ad insegnarla nelle università, oggi il KM sia uno dei temi prediletti dei giovani che si interessano di economia e affini, e proprio loro (noi) potrebbero spingere questo grande motore. Il KM è oggettivamente una novità, troppo grossa per non essere percepita anche dalle istituzioni, ma non abbastanza conveniente per e afferrabile per essere brevettata e messa sotto la campana di vetro della situazione dal first mover del caso (azienda). Ritengo che il primo passo per favorire la gestione della conoscenza dovrebbe essere fatto dalle istituzioni, quando (in apparenza) non si guadagna nulla nessuno si muove, figuriamoci quando il rischio apparente è quello di lavorare per dare agli altri un ritorno gratuito, incomprensibile per l’utilitaristico ragionamento di chi il domani non lo vede e ferma i propri orizzonti all’oggi. Mi sembra uno spreco la produzione di materiali universitari che poi, lavori anche grossi, finiscono nello scaffale del professore per essere sostituiti l’anno successivo o, se va bene, fanno il giro di 3 blog grazie alla brama innovativa di qualche componente del gruppo troppo egocentrico (per fortuna). L’idea di un manager della conoscenza in questi ambienti è a mio avviso interessantissima, raccogliere il materiale prodotto e renderlo disponibile non comporterebbe alcun danno per gli studenti che, anzi, sarebbero pagati con la moneta della notorietà che, se non permette di comprare la porsche, da almeno nutrimento a quell’ego dello studente medio spesso (colpevolmente) troppo svuotato. Si potrebbe riflettere più a lungo sui vantaggi della conoscenza ma è forse questo uno dei “luoghi” in cui le riflessioni risulterebbero cose già sentite anche perchè, onestamente, non sono ancora moltissimi ad aver ragionato sul tema. Più interessante appare rilevare che l’economia del materiale è tutt’altro che finita ed è forse il caso di ripensare all’avvento dell’economia della conoscenza come una forza che si fa strada in sordina, ma crescendo, e non come una rivoluzione che verrà dall’oggi al domani cambiando tutto; anche una coesistenza di materiale e immateriale è assolutamente pronosticabile, e forse il materiale continuerà a contare parecchio. Speriamo che nel frattempo, almeno chi ha il potere di investire in merito, si accorga della conoscenza, oppure che qualcuno che se ne è accorto da un pezzo ottenga i poteri necessari.

  3. Vladi Finotto dicono:

    C’e’ un settore in cui questa opposizione materiale/immateriale sta creando dei cortocircuiti interessanti dal punto di vista economico, ed e’ la musica. Mi spiego: c’e’ stato un tempo in cui questo prodotto immateriale per definizione era agganciato ad uno o piu’ supporti fisici, il cd, il vinile, la cassetta. Attraverso il supporto fisico, le case discografiche hanno controllato il settore ed il valore che alla musica veniva riconosciuto dai consumatori. Poi, ed e’ storia recente, sono arrivati Napster, i vari Kazaa, BitTorrent. In poche parole internet ed il web hanno permesso ai consumatori di “liberare” il prodotto dal supporto e di ribadirne in maniera forte l’immaterialità, a danno del business dei discografici. Gli effetti fondamentali di questo passaggio sono stati in primo luogo un’accelerazione impressionante della distribuzione e della circolazione della musica (fatte dai consumatori e non piu’ dagli uffici marketing delle major e dai distributori) e l’erosione drammatica dei fatturati degli operatori del settore. Si calcola che dal 1999 al 2003 la vendita di CD sia diminuita del 20% e la caduta non da segni di rallentamento: insomma, numeri da tragedia.
    Ma c’e’ stata davvero una distruzione di valore di questa entità? Direi di no. La trasformazione della musica in prodotto interamente immateriale e incredibilmente facile da distribuire e far circolare ha determinato una riallocazione del valore che prima era appannaggio dei discografici. Credo di non dire una baggianata se affermo che la musica ha spinto, e di molto, la crescita di abbonati alle linee a banda larga in gran parte del mondo. Insomma, anche se in modo indiretto, gli operatori delle TLC si sono impossessati di parte di quel valore che il p2p ha tolto alla discografia, e lo hanno fatto grazie a cavi, doppini e modem ADSL, i tubi “fisici” in cui scorre, quasi come acqua, il bene immateriale musica.
    Fin qui la pars destruens dell’economia dell’immateriale. Si dice in giro infatti che la digitalizzazione della musica stia distruggendo il settore, ma si scambia una parte per il tutto. E’ il settore discografico ad apparire condannato, mentre la musica non e’ mai stata cosi’ in salute, e qui viene il collegamento immateriale/fisico che mi affascina. Il giro d’affari dei concerti cresce spedito dal 2001, annus horribilis per il settore discografico. Se come me vi aggirate intorno alla trentina l’avrete notato: da ragazzini vedere un concerto era raro e difficile, soprattutto se vivevate nelle periferie dello show business, come il Veneto. Oggi i concerti non si contano piu’ e l’attività live dei gruppi e musicisti è più viva che mai (tanto che, pare impossibile, siete costretti a scegliere e declinare). E’ come se il p2p avesse riportato la musica indietro all’era precedente all’invenzione del grammofono, quando l’unico modo di ascoltare musica era in presenza, di fronte ad orchestre che ogni sera riproponevano arrangiamenti diversi per gli stessi pezzi. La fisicità della musica e del CD (una fisicità “innaturale” invero), uscita dalla finestra, rientra dalla porta del live, un’esperienza corporea (la performance dell’artista, l’accalcarsi, il sudare ed il ballare della gente) ed unica (perche’ nessun concerto e’ uguale ad un altro). Elio e le Storie Tese lo hanno capito piuttosto presto ed il CD Brule’ (la registrazione in presa diretta del concerto su chiavetta USB) fa ormai scuola. La musica italiana, dai Subsonica ai Baustelle passando per i Marlene Kuntz e tutti gli altri, sta dando vita a realtà musicali solide, di respiro internazionale, attraverso una strategia piuttosto semplice: centinaia di date l’anno. I live, oltre che generare incassi diretti, diventano anche un modo per convincere nuovi ascoltatori ad acquistare i dischi ed i brani dei musicisti che si stanno vedendo. In questo senso la rete ed il p2p incuriosiscono il consumatore che sperimenta volentieri, ed e’ il concerto la prova del nove con cui l’artista si gioca la possibilita’ di trovare nuovi acquirenti per i suoi dischi (mp3 legali, pardon :D). Mettere e rimettere i piedi sul palco, “tornare a lavorare” davvero, come sostiene Wu Ming e’ il nuovo (ma quanto?) modello di business nella musica, ed e’ nella performance che diventa concreto il valore di un prodotto che sembrava destinato a perdersi nei meandri della rete. Mi pare che ci sia da riflettere, che ne dite?

  4. marco dicono:

    Un altro spazio interessante nel quale si assiste ad un nuovo intreccio tra materiale e immateriale è l’economia informale, quella del falso e del traffico illecito. Questo settore è oggi in piena ascesa. Le stime sono molto incerte trattandosi di un fenomeno che sfugge al controllo e a sistemi certificati di misura. I principali esperti mondiali però concordano nel dimensionare il giro di affari dell’illecito ad almeno circa il 7% del commercio mondiale. Una quota impressionante! Questo “successo” si basa su un presupposto: la sistematica infrazione delle regole legate alla proprietà intellettuale e quindi di uno dei cardini della gestione della conoscenza che il sistema industriale ha elaborato nel corso degli ultimi 150 anni. La tentazione di liquidare l’economia informale come mero fenomeno criminale è forte. La dimensione e la pervasività dell’economia del falso però richiedono una maggiore cautela. Ma come è spiegabile questo incredibile crescita? E’ solo colpa dei cinesi e della loro disinvoltura nei confronti del rispetto delle regole internazionali?
    L’ultimo libro di Staglianò ci da un ritratto dell’economia del falso tutt’altro che scontato. La produzione di materiale contraffatto è il risultato di una vera e propria catena di fornitura gemella rispetto a quella legale ma decisamente più efficiente da un punto di vista economico e più intraprendente da quello organizzativo. Ed è qui che c’è la prima sorpresa: scopriamo che in un mondo così materiale c’è molto di immateriale. Infatti non si tratta di poche fabbriche che nottetempo producono qualche borsetta extra per ingrassare il risicato margine imposto dalle imprese occidentali, ma di un vero e proprio mercato competitivo dove operano miglia di imprese e di attori con ruoli fortemente specializzati. Ci sono mercati dove si riuniscono i produttori del falso, ci sono intermediari ai quali ci si può rivolgere per comperare le partite di prodotto contraffatto, ci sono gli esperti di logistica che si preoccupano di farvi arrivare la merce nel giro di 20 gg al vostro indirizzo (ovunque nel mondo), chi si occupa del packaging del prodotto (ovviamente falso), chi è specializzato nei tessuti delle borse, chi nelle cerniere e così via. Il tutto rigorosamente organizzato e ordinato attraverso un’applicazione quasi ossessiva di tecniche di knowledge management presenti solo nelle grandi imprese. La catena di fornitura del falso trae vantaggio economico da una elevata modularizzazione del prodotto. Ogni produttore ha un proprio catalogo ben dettagliato sui prodotti che è in grado di realizzare. Catalogo costruito attraverso una straordinaria capacità di reverse engineering che molto spesso parte dalla pubblicità presente sulle principali riviste di moda. Così può capitare che mentre Gucci pubblicizza la sua ultima borsa su Vogue, un cinese dall’altra parte del mondo stia già organizzando la catena di fornitura per la produzione della stessa borsa (falsa). L’enfasi sull’organizzazione e sulla gestione della conoscenza non è un pallino da ordinati orientali, ma una precisa necessità competitiva. Per avere successo, bisogna essere tempestivi e flessibili. Il falso non può prescindere dalle esigenze del mercato, ne può anticiparlo (attraverso l’innovazione), e quindi non ha altra strada che essere il più reattivo possibile. La merce contraffatta che si vende sulle strade delle nostre città è solo quella che va di moda, i bestseller, i prodotti che hanno le maggiori richieste. Non ci sono sconti o resi che tengano sulla merce falsa. Bisogna quindi andare a colpo sicuro. Un sistema di just in time su larga scala, come forse non se ne sono mai visti nell’economia industriale, che è capace di andare quasi in risonanza con l’evoluzione delle richieste del mercato. La produzione “legale” ha performance decisamente più deludenti.
    E’ quasi scontato immaginare la battaglia da guardie e ladri che si combatte tra le parti. Da un lato le aziende copiate che si sentono defraudate dei forti investimenti che sostengono sul fronte della comunicazione e dell’innovazione di prodotto. Dall’altro i falsari che cercando di accaparrarsi una fetta della torta di questo valore. Però qualcosa non torna. Le proporzioni dell’economia del falso la rendono difficilmente occultabile oggi, tanto che gran parte di essa è sotto la luce del sole. Staglianò ci dice che addirittura a Guangzhou (entroterra di Hong Kong) ci sono due interi grattacieli dedicati ai falsari di prodotti in pelle ai quali si può tranquillamente accedere come se fossero un tranquillo centro commerciale. Insomma non bisogna prendere certo una jeep e fare un giorno di viaggio nelle impervie foreste equatoriali per trovare dei falsari. Il tutto è a portata di mano. Ma allora perché non si è riusciti a debellare questa piaga? Ed è qui che sta la seconda sorpresa dove materiale ed immateriale si incontrano nuovamente. Le grandi griffe si lamentano molto a parole della contraffazione ma nei fatti lasciano spesso correre perché sono consapevoli che il falso non è un solo un danno economico. Ma si può trasformare anche in un efficace strumento di comunicazione e di amplificazione di quel valore simbolico, tutto immateriale, che costituisce il principale vantaggio competitivo di queste aziende. La merce falsificata che si vede principalmente nelle vie principali dei centri urbani è uno spot permanente che consente di diffondere e di rafforzare l’immagine di marca. L’ossessività con la quale i grandi brand hanno ricoperto di loghi i loro prodotti facilita l’immediata riconoscibilità del prodotto anche se disteso per terra su un lenzuolo bianco. E’ una forma di citazione implicita che suggella il successo commerciale di un brand e dei suoi prodotti. La stessa scena nella quale i falsi vengono esposti e venduti amplifica notevolmente l’effetto. Come in una specie di Truman Show a cielo aperto l’acquirente o anche il semplice passante si sente parte di un processo esperienziale legato alla teatralizzazione della vendita. Si ha la sensazione di essere dentro un action movie dove all’improvviso qualsiasi cosa può succedere e succede a dire il vero. Le guardie arrivano ed i ladri scappano, il parapiglia inizia, l’adrenalina sale negli spettatori-consumatori, anche inconsapevolmente. E questo non fa che aumentare il legame emotivo che i consumatori instaurano con il brand. In fondo il ragionamento è semplice: se c’è gente che è disposta a rischiare la galera per delle semplici borse vuol dire che quelle borse valgono. E’ una forma di attribuzione di valore e di autenticità al brand e al prodotto, che poi si traduce in aumento anche e soprattutto delle vendite legali. L’autenticità richiede il proprio luogo sacro (il negozio della griffe ed il prodotto autentico) per essere realmente vissuta. In fin dei conti le aziende della moda così tanto copiate non sono state mai così floride come in questo momento.
    L’intreccio tra materiale e immateriale inizia ad essere più profondo di quanto era legittimo attendersi e genera più valore economico di quanto non ne distrugga. Il tutto rompendo le regole che fino ad oggi abbiamo considerato fondamentali per il corretto funzionamento dell’economia della conoscenza (brevetti e copyright). Tra gli economisti si sta sviluppando un vivace dibattito su questo tema con alcune decise prese di posizione, vi segnalo quella di Michele Boldrin, che propongono una radicale revisione dei meccanismi di valorizzazione della proprietà intellettuale a favore di una maggiore e libera circolazione della conoscenza.

    Marco

  5. Daniele dicono:

    Ebbene si: il KM sconfina (quasi) sempre nella fuffa! quando si parla di KM sembra impossibile resistere alla tentazione di filosofeggiare sull’immateriale dimenticando “carne e ossa” e perdendo la visione d’insieme nei fattori di creazione di valore. Non scordero’ mai un convegno in cui una persona del pubblico fece una domanda sulla “gnoseologia degli affari”, ne’ l’imbarazzo quando mi accorsi di essere l’unico del panel a ridere, in mezzo a teste che annuivano compassate.

    Eppure il KM dovrebbe avere al centro la carne e le ossa — persone, comunità, pratiche. Per me, essendo arrivato al KM passando per i laboratori di ricerca di Xerox, è difficile pensare al KM senza sentire odori e sudori delle ostetriche messicane oggetto degli studi etnografici da cui nacque il concetto di comunità di pratica. Perche’ si finisce sempre per “de-materializzare” il KM trasformandolo in fuffa? provo a dare due spiegazioni:

    1. conoscenza come azione vs. oggetto
    E’ difficile resistere alla tentazione di considerare la conoscenza non come un azione inseparabile da chi la compie (imparare, dimenticare, creare, condividere, tessere relazioni e comunità, ecc.), bensi’ come un oggetto autonomo, che si può trovare con sofisticati motori di ricerca, misurare finanziariamente (la cosiddetta “misura degli intangibili”, un bellissimo ossimoro che appassiona molti) e proteggere legalmente (la tutela della proprietà intellettuale). La tentazione è irresistibile perche’ gestire la parte “people-based” della conoscenza è veramente difficile–è un’arte che richiede una padronanza del contesto aziendale e una sensibilità delle relazioni umane che nella mia esperienza ho visto in (pochi) bravi manager, ma in nessuno “esperto” di KM.

    2. conoscenza come mezzo vs. fine nella creazione di valore
    Un’altra spiegazione è che troppo spesso ci illudiamo che la conoscenza abbia un valore autonomo, dimenticandoci che in effetti è solo un mezzo di produzione. Questa illusione spesso è alimentata dalle bolle speculative in borsa. L’espressione “economia della conoscenza” enfatizza la crescente importanza della conoscenza rispetto agli altri mezzi di produzione tradizionali, ovvero capitale, materie prime e manodopera. Ma appena ci accorgiamo che qualche mezzo di produzione “tradizionale” non è una commodity (per esempio quando c’e’ un blackout), ecco che si ridimensiona la “bolla” della conoscenza e riaffiora l’economia del petrolio, l’economia dell’illecito, ecc.

    Concludendo: teniamo i piedi per terra studiando cosa fanno i bravi manager e studiando le catene/ragnatele di creazione del valore, senza snobbare quello che appare “old economy” ma improvvisamente può ritornare “real economy”

  6. Tommaso Regazzola dicono:

    Sarà lecito intervenire con diciotto mesi di ritardo ? (à proposito du just-in-time !)
    La risposta di Giorgio Soffiato — October 30, 2006 @
    L’idea di un manager della conoscenza in questi ambienti è a mio avviso interessantissima, raccogliere il materiale prodotto e renderlo disponibile non comporterebbe alcun danno per gli studenti che, anzi, sarebbero pagati con la moneta della notorietà che, se non permette di comprare la porsche, da almeno nutrimento a quell’ego dello studente medio spesso (colpevolmente) troppo svuotato

    mi fa pensare che, tre anni fà ho avuto l’idea di consultare le tesi sostenute negli anni 50-60 per farmi un’idea di come il mondo accademico e i laureandi di quel tempo valutavano il tema dello sviluppo industriale del Veneto. Dopo aver spulciato gli schedari antichi di una importante biblioteca universitaria veneziana e averne trovato una ventina che, per il titolo, per il nome del laureando o per il nome del Professore, sembravano interessanti, sono riuscito a farle trasferire da un lontano deposito. Purtroppo, a quel punto, lo zelo di una bibliotecaria mi ha opposto una normativa (apparsa molto recentemente, ma considerata –non si sà perché- retroattiva) che legava la consultazione delle tesi (e fotocopiaggio parziale), all’autorizzazione dell’autore. A quel punto, ho chiesto se questa autorizzazione potesse essere richiesta sia dalla segreteria dell’università, sia da mé; mi é stato risposto che gli indirizzi erano certamente troppo vecchi per permettere di reperire gli autori. In fin dei conti, il direttore di quella importante biblioteca mi ha proposto di venire da lui, in ufficio, dopo le sei di sera, in modo da fare il mio lavoro con discrezione. Così fu fatto.

  7. Dopo 18 mesi siamo ancora qui :-) e non è cambiato molto, di certo l’avventura narrata fa pensare che sono poche le normative che realmente favoriscono la diffusione della conoscenza, e di certo non è una percentuale di libro fotocopiabile a limitare il p2p editoriale.. è necessario ripensare i modelli, e su questo non è davvero cambiato nulla

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