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Design, creatività ed innovazione: ovvero la triade scaccia crisi. La ricetta salva imprese. Almeno così sembra dalla pletora di discorsi ed iniziative che nascono quotidianamente in Italia attorno alle tre parole. Ormai non trovi un industriale, economista o giornalista che non ne faccia abbondante uso in una qualsiasi conversazione. La creativit

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à si è fatta liquida ed è entrata a ragione, o meno, nell’immaginario collettivo quasi come il cuneo fiscale. Ma chi sa dare una definizione del cuneo?
E’ passata, fortunatamente, l’idea che la creatività , (parola peraltro ambigua e di difficile presa) sia uno dei codici di sviluppo economico e sociale. La gran fortuna di bignami dell’innovazione come “L’ascesa della classe creativa”, dell’americano Richard Florida, che teorizza una possibile ripartenza economica solo attraverso una felice triangolazione impresa-creatività -territorio, crea infatti più imbarazzi che discepoli, dopo una prima fase di gran entusiasmo. Non si può certo essere immuni dal fascino di pensare ad una società veneta post-industriale dove sia tutto design-style, dove le opportunità culturali siano diffuse, continue e varie e soprattutto dove la produzione sia pian piano sostituita da beni immateriali. E dove tutti ci trasformiamo in fornitori di servizi e di idee. Ci dicono che il mondo va così se si vuol continuare a sopravvivere. L’inghippo sta proprio qui: l’innovazione bisogna farla. Così come la cultura, così per il design. Non basta ahimè raccontarla. Non basta interrogarsi. Analizzare non è sufficiente. Bisogna produrla con la stessa puntualità, precisione, conoscenza e competenza con la quale si producono bulloni, bracciali o pelli. E bisogna pure contenerla: nessuna operazione di ricostruzione ambientale o industriale funziona se non crea un processo di autoriconoscimento da parte della comunità insediata che se ne appropria come valore. Ma come farlo? Come linkare il processo industriale e sociale con quello creativo? Che vie intraprendere? Le questioni sono esattamente queste. E non sono evidentemente così agili da superare nella realtà. Riconvertire 450 mila imprese venete sparse in 2500 zone industriali all’innovazione è probabilmente come pensare di risolvere il problema della fame in Africa in un anno. Ma da qualche parte bisogna pur partire. Ovviamente non basta un incontro per dare una risposta. E’ evidente. Ma il Veneto ha una voglia pazza di capire cosa gli sta succedendo, da che parte sta andando, e cercare di approfondire questa benedetta creatività. E così erano 250 le persone che venerdì scorso sono entrate nel cubo Dainese (tute, caschi e varie per la moto dainese) che sbalza come una mecca sulla A4, l’autostrada dell’iperproduttività per sentire l’art director di Fabrica, il centro comunicazione di Benetton, raccontare Fabrica in fabbrica (nel ciclo di incontri Creative R’evolution). 250 persone di varie province, di varie estrazioni sociali e culturali, strette strette nello showroom. Al posto di andarsene a mangiare una tagliata sui colli. Questo è il punto interessante. E cosa ne è uscito? Confusione e spaesamento misti ad interesse. L’idea diffusa che Fabrica corrisponda a creatività funziona? E’ ancora un modello? Lo è mai stato? Che relazioni trova con il suo territorio? Su queste domande è nata una vivace polemica. Non era quello che la gente si aspettava. Si volevano forse risposte rassicuranti, facili da digerire, “agili” da replicare, idilliache e bucoliche. Aldo Cibic è stato tranchant. Stefano Micelli ha letto Fabrica con chiara fermezza.
Ma allora si domandava la gente: non capisco, ma Fabrica non è… ma di cosa stiamo parlando? Stiamo parlando della necessità di sostituire una proposta omologata e spesso romantica con una visione delle reali necessità di un territorio (non solo quello veneto). Non basta come si diceva sopra dire creativo. Non basta dire design. Bisogna verificare percorsi e progetti per produrre oggetti che funzionino. Ma è un lungo discorso.
Un punto di partenza: in Veneto si ha una gran necessità di consapevolezza e di maturità quando si parla di temi delicati, per quando affascinanti e apparentemente popolari, come quelli creativi. E pochi possono parlarne.
Due veloci proposte notturne:

  • introdurre una multa per l’uso indiscriminato di creativo.
  • sostituire la parola innovazione con visione.
  • sgombrare il campo e sostituire anche la parola creatività.

AAA: Creativo cercasi.

Cristiano Seganfreddo

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2 Responses to Does Text Your Ex Back Work If Your Ex Are Working Things Out

  1. Pingback: design conversations » Blog Archive » L’università delle idee

  2. admin dicono:

    L’evento di venerdì scorso da Dainese ha posto sotto i riflettori il caso Fabrica, una delle prime iniziative sulla creatività mai attivate nel nordest. I risultati sono stati controversi. La serata è partita in un modo (Fabrica come modello) ed è finita in un altro (Fabrica come non-modello). La questione però rimane. Proviamo a far emergere due aspetti che ci sembrano centrali per capire le prospettive che il tema della creatività ha per il nostro territorio.
    Il primo punto riguarda il rapporto tra creatività e l’identità del territorio. 20 anni di intenso sviluppo economico manifatturiero rappresentano un’eredità pesante che richiede tempo per essere metabolizzata. Il problema è come con un “fardello” di questo tipo è possibile essere competitivi sul fronte della creatività e dell’innovazione che sono attività strutturalmente e qualitativamente diverse dalle tradizionali specializzazioni del nordest produttivo. Fabrica ha scommesso esplicitamente sull’impossibilità di coniugare la creatività alle caratteristiche del territorio e ha deciso di dare vita ad una specie di modello delle “nazioni unite” della creatività. Ha infatti costruito la propria sede come luogo dove ospitare giovani creativi (provenienti da tutto il mondo) da “isolare” rispetto al contesto circostante. Un tentativo insomma di promuovere la creatività senza un baricentro preciso, senza legami e radici con il territorio. Dopo dieci anni di attività questo approccio non sembra aver dato i frutti sperati. Le ricadute sul territorio sono assolutamente modeste e la stessa capacità di Farbica di essere un protagonista della creatività a livello globale è molto limitata.
    Rispetto a questo modello, proprio nel nordest, un plotone di aziende innovative si sono mosse esattamente nella direzione opposta. Alpinestars, Bisazza, Illy, Intimissimi- Calzedonia, Magis, Nice, (solo per fare qualche esempio) hanno invece puntato sulla possibilità di costruire un rapporto intelligente tra creatività e territorio. Sono aziende che hanno saputo innovare e diventare leader cogliendo la sfida della globalizzazione senza perdere la loro identità ma valorizzando il loro legame con le specializzazioni del territorio. Il modello che emerge da queste esperienze di successo è più vicino a quello proposto dalla Ferrari: forte internazionalità nella ricerca dei talenti (Jean Todt è francese, Ross Brawn è inglese) combinata con le competenze presenti sul territorio (Maranello ed il distretto della meccanica) e con la qualità del made in Italy. Questo approccio sembra oggi essere non solo maggiormente compatibile con le caratteristiche del nordest ma anche un più sicuro viatico per un successo economico e commerciale.
    Il secondo punto ruota attorno all’organizzazione della creatività all’interno dell’impresa. L’innovazione e la creatività sono diventate le nuove parole pass-partout dell’economia dell’immateriale. Ma come effettivamente favorire la creatività nell’impresa? Quali processi mettere a punto? Il caso Benetton-Fabrica si rifà ad un rapporto esclusivo di closed creativity tra azienda e proprio “reparto creativo”. Fabrica ricalca il modello della bottega rinascimentale dove operano artisti di fama e giovani aspiranti di talento. Gli spunti che vengono elaborati nella bottega sono poi sviluppati (o meno) dall’impresa. Un cervello creativo e un braccio operativo. Al di là dei risultati effettivamente conseguiti nel caso in oggetto e alle considerazioni sulla reale replicabilità dell’esperienza della bottega rinascimentale, le ricerche sul fronte dell’innovazione a livello internazionale ci propongono una lettura opposta del problema. Il concetto di open innovation è oggi il paradigma dominante. L’innovazione non è più una questione che riguarda esclusivamente i reparti di R&S ma è più democratica e diffusa di quanto si creda. Molto spesso sta fuori dai confini aziendali. Al posto di fare tutto internamente le aziende hanno imparato a costruire una buona rete di antenne in grado di riconoscere idee brillanti – , magari elaborate dagli stessi consumatori- e ad alto potenziale da valorizzare. Senza scomodare le solite multinazionali, ma semplicemente guardando in casa nostra è possibile trovare casi di grande successo di applicazione di questo approccio. Ad esempio Diesel ha saputo connettere il proprio reparto creativo con una rete di giovani che hanno il compito di intercettare i trend emergenti laddove essi si creano: i locali più alla moda delle principali capitali mondiali. La lezione che ci offre l’economia aziendale potrebbe essere utile anche sul fronte della creatività. Al posto di ragionare in termini di closed creativity sarebbe meglio porsi nella prospettiva dell’open creativity. Le opportunità non mancano, anche per chi non ha grandi capitali da investire. Internet rappresenta un incredibile luogo nel quale effettuare vere e proprie ricerche, mettersi in contatto con nuovi talenti emergenti, selezionare proposte innovative. Flickr.com oppure l’ormai famosissimo youtube.com offrono squarci interessanti su ciò che accade nel mondo, sulla nascita di fenomeni emergenti. Ovviamente ri-conoscere un’idea e selezionarla non è sufficiente. E’ soltanto il primo passo di un processo di innovazione che deve essere disciplinato all’interno dell’impresa.
    L’open creativity sembra essere più compatibile con le caratteristiche del modello dei distretti che ha basato la propria forza sulla capacità di generare varianti in risposta alle richieste sempre diverse dei propri clienti. Tuttavia il problema rimane e riguarda la capacità di saper organizzare un percorso di innovazione basato sulla valorizzazione di reti della creatività. Alcune imprese ci sono già riuscite come abbiamo visto. Potrebbero essere un buon modello per le altre.

    Marco e Stefano

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