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La settimana scorsa, il ministro Di Pietro ha cassato le cinque proposte di progetto che il comune di Venezia aveva sottoposto come alternative alla costruzione del Mose per la salvaguardia della laguna. I giornali locali hanno riportato la notizia con un certo clamore; quelli nazionali hanno sorvolato. La vicenda del Mose ha preso ormai un gusto tutto locale e persino i veneziani iniziano a pensare che buona parte della querelle si fondi su ragioni politiche che hanno più a che fare con il dest

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ino di una giunta che con quello della laguna.
Non entro nel dibattito sul Mose. E’ complicatissimo e meriterebbe molto più di dieci righe. La vicenda, però, mi fa pensare a un tema più generale: l’incapacità di pensare le grandi infrastrutture come occasione di innovazione tecnologica nel nostro paese. Il Mose in Veneto, così come la TAV in Piemonte, come gli inceneritori in Campania sono l’oggetto di un dibattito politico che non pensa mai questi grandi cantieri come gli attrattori di un processo di innovazione tecnologica e industriale. Mi chiedo perché non siamo capaci di pensare al Mose (o a cantieri simili) per mettere in moto filiere regionali e nazionali in grado di competere a livello mondiale su temi (quelli ambientali soprattutto) che avranno un’importanza crescente nell’economia globale.
Gli Stati Uniti fanno le guerre; la domanda di innovazione tecnologica dell’esercito americano rappresenta un volano formidabile per mettere in modo processi di innovazione nei campi più diversi. L’Italia non fa le guerre (e questo mi pare un bene). Per questo sarebbe utile immaginare i grandi cantieri ambientali (ma anche i grandi restauri del patrimonio culturale nazionale, le nuove infrastrutture per il turismo) come l’innesco per processi di innovazione su larga scala. Il Mose pone problemi di estetica del paesaggio? Inventiamo soluzioni tecnologiche all’avanguardia per combinare funzioni di salvaguardia e valore estetico. La manutenzione costa troppo? Inventiamo nuovi materiali che riducano al minimo i costi di gestione dell’infrastruttura. Apriamo il dibattito. Coinvolgiamo le imprese più innovative. Mettiamo in piedi corsi universitari specializzati. Lanciamo centri di ricerca di eccellenza. Proviamo a dimostrare al mondo che la tecnologia italiana è in grado di risolvere alcuni fra i grandi problemi dell’economia globale.
Il governo ha recentemente affermato che intende promuovere filiere per l’innovazione che superino i tradizionali distretti industriali. Allo stesso modo si sono indirizzate le politiche di alcune regioni. Questo mi fa pensare che le soluzioni tecniche non manchino. Mi pare, invece, che manchino le parole a una cultura e a una politica attentissime al tema della conservazione dello status quo (sociale, economico, ambientale), e sempre più incerte nel pensare un futuro per il nostro paese. Come se la tecnologia non fosse un’opportunità per trasformare l’ambiente in cui viviamo (in senso lato), ma soprattutto un rischio, o peggio un fattore di inevitabile peggioramento della nostra qualità della vita. Parte della nostra classe dirigente si è letteralmente costruita attorno a grandi battaglie per qualche no (Venezia è un caso emblematico con la vicenda dell’Expo). Mi pare che sia tempo di rilanciare sul tema in direzione contraria.
Stef

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