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La settimana scorsa, il ministro Di Pietro ha cassato le cinque proposte di progetto che il comune di Venezia aveva sottoposto come alternative alla costruzione del Mose per la salvaguardia della laguna. I giornali locali hanno riportato la notizia con un certo clamore; quelli nazionali hanno sorvolato. La vicenda del Mose ha preso ormai un gusto tutto locale e persino i veneziani iniziano a pensare che buona parte della querelle si fondi su ragioni politiche che hanno più a che fare con il dest

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ino di una giunta che con quello della laguna.
Non entro nel dibattito sul Mose. E’ complicatissimo e meriterebbe molto più di dieci righe. La vicenda, però, mi fa pensare a un tema più generale: l’incapacità di pensare le grandi infrastrutture come occasione di innovazione tecnologica nel nostro paese. Il Mose in Veneto, così come la TAV in Piemonte, come gli inceneritori in Campania sono l’oggetto di un dibattito politico che non pensa mai questi grandi cantieri come gli attrattori di un processo di innovazione tecnologica e industriale. Mi chiedo perché non siamo capaci di pensare al Mose (o a cantieri simili) per mettere in moto filiere regionali e nazionali in grado di competere a livello mondiale su temi (quelli ambientali soprattutto) che avranno un’importanza crescente nell’economia globale.
Gli Stati Uniti fanno le guerre; la domanda di innovazione tecnologica dell’esercito americano rappresenta un volano formidabile per mettere in modo processi di innovazione nei campi più diversi. L’Italia non fa le guerre (e questo mi pare un bene). Per questo sarebbe utile immaginare i grandi cantieri ambientali (ma anche i grandi restauri del patrimonio culturale nazionale, le nuove infrastrutture per il turismo) come l’innesco per processi di innovazione su larga scala. Il Mose pone problemi di estetica del paesaggio? Inventiamo soluzioni tecnologiche all’avanguardia per combinare funzioni di salvaguardia e valore estetico. La manutenzione costa troppo? Inventiamo nuovi materiali che riducano al minimo i costi di gestione dell’infrastruttura. Apriamo il dibattito. Coinvolgiamo le imprese più innovative. Mettiamo in piedi corsi universitari specializzati. Lanciamo centri di ricerca di eccellenza. Proviamo a dimostrare al mondo che la tecnologia italiana è in grado di risolvere alcuni fra i grandi problemi dell’economia globale.
Il governo ha recentemente affermato che intende promuovere filiere per l’innovazione che superino i tradizionali distretti industriali. Allo stesso modo si sono indirizzate le politiche di alcune regioni. Questo mi fa pensare che le soluzioni tecniche non manchino. Mi pare, invece, che manchino le parole a una cultura e a una politica attentissime al tema della conservazione dello status quo (sociale, economico, ambientale), e sempre più incerte nel pensare un futuro per il nostro paese. Come se la tecnologia non fosse un’opportunità per trasformare l’ambiente in cui viviamo (in senso lato), ma soprattutto un rischio, o peggio un fattore di inevitabile peggioramento della nostra qualità della vita. Parte della nostra classe dirigente si è letteralmente costruita attorno a grandi battaglie per qualche no (Venezia è un caso emblematico con la vicenda dell’Expo). Mi pare che sia tempo di rilanciare sul tema in direzione contraria.
Stef

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7 Responses to H0w t0 make y0ur ex run back t0 y0u

  1. sb dicono:

    concordo pienamente con quanto Stefano ha scritto.
    Il mondo (e non solo quello occidentale e ricco come si potrebbe inizialmente pensare) è pieno di città che sta realizzando infrastrutture pubbliche per rilanciasi e per ammodernarsi. Mi sembra un tema interessantissimo da affrontare e per questo rilancio l’idea di una visita di gruppo, ne parlammo una volta con alcuni di noi, alla biennale architettura. Credo darebbe un contributo sostanziale allo sviluppo di idee su questo tema. Data la rilevanza della manifestazione e lo spazio in essa dedicato al tema affrontato da questo post di Stefano, mi pare un’occasione imperdibile. Spero di trovarvi d’accordo nell’iniziativa e propongo come data sabato 28 ottobre.

  2. Matteo dicono:

    Il tema che pone Stefano è molto interessante, e vorrei dare il mio personale punto di vista. Che le grandi opere non siano viste come un occasione per promuovere innovazione credo derivi da una classe politica vecchia, e che pensa alla vecchia maniera (opere pubbliche = occupazione e lavori per imprese amiche). Inoltre, in un territorio sempre più usato e abusato, opere come la TAV o un inceneritore sono sempre più problematiche dal punto di vista del consenso. E francamente non mi sento di biasimare un valsusino che non vuole sacrificare un pezzo di valle, un pezzo del suo mondo, per un’infrastruttura che probabilmente mai userà, a causa di tempi di esecuzione e stile di vita “lento”. Del resto noi siamo il Paese dove è accaduta la tragedia del Vajont, e qualcosa dovremmo pur aver imparato. Gli investimenti previsti per il Ponte sullo Stretto (sulla TAV la questione è un po’ più complessa) possono essere impiegati diversamente, in ammodernamento della rete, che credo richieda più innovazioni con più ricadute territoriali che una nuova opera.
    Ma il punto interessante è un altro tra quelli citati da Stefano, ovvero il legame tra innovazione e ambiente. Il fatto che qualcuno veda l’innovazione come un rischio non è poi così strano: Cippolletta sostiene che siamo un paese che non innova perchè non gradisce il cambiamento, ed è difficile dargli torto.
    Ma considerate anche un’altra cosa: dal punto di vista ambientale l’innovazione è, per così dire, neutrale. Aumenta le capacità tecniche e di potenza a disposizione, ma gli esiti in termini di sostenibilità dipendono dagli usi (e abusi) che di essa si fanno. E finora la maggior parte dei guadagni di efficienza derivati da innovazioni tecnologiche sono stati più che compensati dalla crescita in assoluto dei consumi, quello che tecnicamente si chiama effetto rebound. Pensata al, seppur lieve, incremento dell’efficienza dei motori d’auto, più che compensato dalla crescita del numero dei veicoli e dei chilometri percorsi; esempi come questi si trovano in ogni settore, dall’edilizia al computing, dall’energia ai settori industriali più tradizionali. Aumenta la quota di servizi nelle nostre economie, si sottolineano i processi di dematerializzazione, ma la realtà è che i consumi assoluti di materie prime, aria, acqua e suolo, e la produzione di rifiuti continuano ad aumentare. Spesso l’innovazione è il pretesto per produrre nuove merci e aumentare le vendite, piuttosto che razionalizzare e ottimizzare. Quando questo succede, i miglioramenti vengono subito impiegati per aumentare la produttività (quasi esclusivamente del lavoro, mai delle materie prime e dell’energia). Questo è insito nel sistema capitalistico, ma pone gravi problemi dal punto di vista ambientale, e la gente ne è sempre più preoccupata.
    Il legame tra ambiente ed occupazione è quindi allo stesso tempo problematico e interessante, perchè a mio avviso può dare una direzione razionale e ragionevole a processi di innovazione che altrimenti potrebbero comportare effetti indesiderati come quelli citati, o altri, che a loro volta possono portare disaffezione per il progresso tecnologico ad ogni costo. Anche per questo trovo molto interessante e utile seguire i processi di innovazione con gli occhiali della sostenibilità, anzichè prendere per buono qualsiasi processo innovativo, perchè, almeno personalmente, ha molto più “senso”.
    Le cose su questo fronte si stanno muovendo molto rapidamente, siamo all’inizio di una vera e propria ondata di innovazioni, io la chiamo una nuova rivoluzione verde. Vi cito solo alcuni casi interessanti e random: in Silicon Valley cresce di giorno in giorno l’interesse per le fonti rinnovabili, in particolare per il fotovoltaico, grazie anche alla continuità tecnologica con l’industria del silicio, mentre gli investimenti dei VC stanno subendo un’impennata. Nei primi 10 mesi di quest’anno solo nel settore energetico hanno raggiuinto 1,7 miliardi di dollari negli U.S., contro i 900 milioni di tutto il 2005 (per dare un esempio, su Web2.0 sono previsti per quest’anno 500 milioni di dollari di investimenti). La maggiore concentrazione è ovviamente in California, in Europa va fortissima la Germania (paese leader mondiale per installazioni e produzione), seguita dalla Spagna, mentre in Asia a farla da padrone è il Giappone, ma anche la Cina si sta muovendo. In generale per il fotovoltaico si prevede una quintuplicazione del mercato in meno di 10 anni (fino a superare i 50 miliardi di dollari). Questo settore traina anche la ricerca di nuovi materiali (plastici, organici, basati su nanotecnologie) e sistemi per incrementarne l’efficienza (inseguimento solare, concentrazione a specchi e a lenti) sui quali anche in Italia si sta facendo qualcosa. Altre fonti “calde” solo l’energia eolica, che ha superato quest’anno quella nucleare in quanto a potenza installata, il solare termico e le biomasse, che hanno l’ulteriore vantaggio di poter attivare filiere produttive locali e permettere al settore agricolo di differenziarsi (e magari togliere un po’ dei suoi sussidi perversi, liberando risorse per altri settori e impieghi).
    Altro fronte molto caldo, sempre nel settore energetico, è quello dell’edilizia a basso consumo energetico, che sposata all’uso di materiali naturali diventa bioedilizia, o green building in gergo anglosassone (inserite in google questo termine e provate a vedere cosa ne esce!). Ma non fatevi ingannare dalle apparenze, perchè nel settore l’uso della tecnologia è molto spinta, sin dalla fase di progettazione e simulazione (ad esempio per studiare la bioclimatica, ovvero l’utilizzo delle fonti energetiche locali e dei moti convettivi dell’aria per un riscaldamento naturale), fino alle fasi di realizzazione e di esercizio, con sistemi domotici e automatizzati di controllo e regolazione, e naturalmente fonti energetiche rinnovabili, ove servono (esistono edifici, cosiddetti passivi, che non richiedono impianti di riscaldamento), chiudendo il ciclo fino alla dismissione dell’edificio (che dire di questa azienda vicentina che ha trovato un modo ecologico, innovativo e redditizio di riciclo dei materiali di demolizione?)
    Nel Nord-Est c’è una certa dinamicità su questo fronte, trovate qualche indicazione in unblogche ho iniziato a scrivere (sto migrando da blogger a wordpress, indiscutibilmente molto meglio, grazie a voi che me lo avete fatto scoprire!). Per dare un’idea dei margini presenti in questo mercato basta pensare che un edificio passivo consuma al massimo 1,4 litri di gasolio equivalenti per metro quadro all’anno, con un sovracosto di realizzazione che difficilmente supera il 15%, mentre il consumo medio degli edifici italiani si attesta tra i 15 e i 20 litri, più di dieci volte tanto. Tra questi estremi esiste un’infinità di soluzioni e tecniche costruttive, ma soprattuto di restauro del patrimonio esistente, che si sta iniziando a mettere a punto in varie parti del Paese. Gli attori sono diversi, dalle grandi imprese come Enel che fornisce anche pannelli solari e caldaie ad alta efficienza, a imprese di servizi energetici (le cosiddette Energy Service Company) fino ai piccoli artigiani che si inventano di integrare il pannello solare nel tetto.
    Più in generale una delle parole d’ordine in epoca di caro petrolio e avvicinameno del picco di estrazione è efficienza energetica, o negawattora, termine usato da chi scommette che anzichè realizzare nuove centrali sia molto più utile, sensato, ed economicamente vantaggioso ridurre gli sprechi. Per fare questo si stanno realizzando sistemi energetici decentrati, distribuiti e su piccola scala, nei quali il singolo utente potrà non solo consumare ma anche produrre e immettere in rete energia ottenendone un guadagno. In questo nuovo paradigma, che si sta già dispiegando, avrà un ruolo importantissimo l’idrogeno, perchè permetterà di immagazzinare l’energia prodotta da fonti rinnovabili locali ma discontinue (come fotovoltaico ed eolico) per renderla disponibile al momento opportuno (qui il guru e Rifkin). Qualcuno ipotizza che l’auto all’idrogeno diventerà una vera e propria centrale elettrica: quando sarà parcheggiata in garage potrà essere collegata all’impianto domestico e fornire energia alla casa o alla rete. Nel frattempo le auto ibride stanno conoscendo una crescita senza sosta, mentre si stanno sviluppando diverse tipologie di biocombustibili. Anche in questo settore l’Italia ha molto da dire e qualcosa sta facendo. Per non andare troppo lontano, Grandi Mulini ha pronto un progetto da 60 milioni di euro per produrre bioetanolo a Marghera, iniziando così la difficile riconversione del Petrolchimico, che mira a diventare un Hydrogen Park (grazie alla produzione di idrogeno come sottoprodotto dei processi tradizionali; la vera sfida sarà quella di ottenerlo da fonti pulite). Ma il risparmio energetico coinvolge pressochè tutti i settori, a partire da quello dell’informatica(questo invece è il mio vecchio blog). Si potrebbero citare anche i progressi su questo fronte di distretti italiani come quello di Sassuolo. O di aziende come Valcucine, primo mobiliere che ha realizzato un processo produttivo a ciclo chiuso dal punto di vista delle emissioni in atmosfera, o della manzanese Chenna, gruppo Crabo, che realizza sedute con nuovi materiali che combinano scarti legnosi e materie plastiche. C’è addirittura un nuovo filone di ricerca, chiamato Biomimicry, che si ispira alla natura per realizzare innovazioni.
    Veramente i casi da citare sono un’infinità, e mi sono dilungato fin troppo. Consiglio una visita sul sito del Rocky Mountain Institute (e il libro Capitalismo Naturale) e del World Watch Insititute. Anche il MIT sta lavorando moltissimo su questi temi. Quello che risulta interessante, a mio avviso, è che in campo ambientale si stanno sviluppano tantissimi fronti di innovazione, spesso di piccola scala o di carattere incrementale, che però valgono assieme molto più di poche grandi scoperte. Il fronte ambientale sarà uno dei più popolati da questo versante, e le parole chiave saranno small, smart e sustainable. Le imprese italiane, se vorranno, potranno dire la loro.

    P.S. alla biennale di architettura viene presentata VE.MA., una citta ideale che dovrebbe essere realizzata a cavallo delle province di Verona e Mantova, e che incorpora tutti i principi dell’edilizia sostenibile.

  3. corog dicono:

    Per quanto si discorra attorno ai modelli di sviluppo sostenibile, il problema sollevato da Stefano non può essere eluso: l’Italia e, in particolare, Venezia, sembrano essere da tempo colpite da una paralizzante paura del nuovo. Questa situazione sembra paradossale: cosa c’è di più ambizioso, coraggioso e artificiale di Venezia? La storia di questa città è fin dalle origini una sfida dell’uomo alla natura. In questo sta il suo fascino. E per questo è la città più visitata al mondo (in rapporto ai suoi abitanti). Eppure, a Venezia non si riescono più a proporre e tanto meno realizzare progetti coraggiosi. Le spiegazioni possono essere diverse: dalla delusione per gli ultimi grandi interventi effettuati in laguna (Marghera nel primo novecento?), ai benefici marginali netti decrescenti dello sviluppo (quando si raggiunge un elevato livello di benessere, la percezione dei costi sociali dei progetti può più facilmente superare quella dei benefici), fino all’egemonia di una cultura della rendita (la scarsità come valore ereditato, buono almeno per chi ne può approfittare). C’è tuttavia da chiedersi quanto questa situazione possa durare. A partire dall’attrattività turistica di Venezia: ma a chi potrà interessare visitare seriamente una città morta, in cui palazzi e calli sono diventati scena di una storia finita? Certo, i milioni di cinesi in attesa di calpestare piazza San Marco alletteranno ancora a lungo i pizzaioli di Mestre e di Marcon (com’è noto, nemmeno i ristoratori abitano più nell’isola), ma può essere questo il futuro della città?
    Inoltre, se non c’è ambiente più artificiale di quello lagunare, non credo che la soluzione sia quella del minimalismo ecologista: rendere sostenibile lo sviluppo, cioè ricreare nel tempo i presupposti naturali, sociali ed economici dello sviluppo stesso, richiede progetti coraggiosi e propensione al rischio. In questo senso, il principio di precauzione, così spesso invocato dall’etica ambientalista, può anche risultare pericoloso, specie quando viene preso a pretesto per difendere in modo acritico l’esistente. Il problema è che tutto congiura per accrescere le probabilità di una “deriva” per Venezia. Gli interessi a breve, che continuano a prosperare nella rendita immobiliare, culturale e politica, sono ancora troppo alti. Perciò, costruire consenso su una strategia di lungo periodo – per una città dell’innovazione, magari nelle tecnologie per la conservazione – è quasi impossibile. Ma solo questa strategia può attirare gli investimenti di capitale umano e creativo, e dare un futuro alla città. Il problema sollevato da Stefano porta, secondo me, a due conclusioni: la prima che non c’è conservazione senza una prospettiva di sviluppo e, dunque, di innovazione; la seconda che Venezia è troppo importante per lasciarla in mano ai soli veneziani.

  4. Matteo dicono:

    Ritorno sull’argomento. Io non so se il Mose sarà sufficiente a salvare Venezia. A sentire Beppe Caravita, giornalista di tecnologia de Il Sole 24 Ore con una storia molto in linea con il gruppo Tedis (che cita pure nel suo blog), la comunità scientifica, peraltro riunitasi proprio a S. Servolo, ha già decretato lo stato di catastrofe imminente per quanto riguarda i cambiamenti climatici, e quindi per Venezia (http://blogs.it/0100206/2006/10/21.html#a5920).
    Ma non credo che con il catastrofismo si possa fare molto. Anch’io vado sostenendo da un po’ di tempo che Venezia deve diventare il simbolo dell’innovazione legata alla salvaguardia ambientale, una Kyoto occidentale. Va però anche detto che non potrà salvarsi da sola, visto che i cambiamenti climatici si svolgono su scala planetaria.
    Quello che volevo evidenziare nel mio intervento precedente è che l’innovazione, per risultare utile alla sostenibilità (e quindi allo sviluppo duraturo) deve essere ragionata: oggi, la maggior parte delle volte che si discute di innovazione e sviluppo, si pensa a nuovi prodotti da vendere, o a processi produttivi che facciano risparmiare denaro; in entrambi i casi si tende ad alimentare un circuito basato sulla crescita quantitativa dei consumi. Invece quello che dobbiamo cercare di risparmiare sono le risorse, ed è quello che tende a fare l’innovazione in chiave sostenibile.
    Abbiamo parlato di grandi opere: perchè la TAV in Italia costa tre volte tanto rispetto a Germania e Francia, e complessivamente più dell’investimento nel tunnel della Manica? Il fatto è che noi ragioniamo in termini di soluzioni che ci appaiono più razionali e vantaggiose sotto diversi punti di vista, ma chi prende questo tipo di decisioni mira a distribuire i soldi in una certa maniera. Non importa se ciò comporta scelte subottimali: il tunnel del Mugello era stato costruito in calcestruzzo, ma passando sotto una falda, ha iniziato a perdere acqua. Tanto che si è dovuto rifarlo completamente in cemento armato, per la gioia dei misuratori di pil a prescindere.
    Personalmente ritengo che negli ultimi anni stia emergendo un quadro del nostro paese davvero desolante sotto molti punti di vista: in certi settori (edilizia, trasporti, manifatturiero) il livello di illegalità e di lavoro nero raggiunge cifre spaventose; l’evasione fiscale è da primato; ci sono categorie come i gioiellieri o i tassisti che dichiarano meno di un insegnante. Anche il notaio che mi ha registrato la casa fa il nero. Il notaio!!! Si tratta di fette di popolazione che si arricchiscono depauperando e sottraendo il bene comune.
    Per questo sono molto diffidente sul fatto che il cambiamento e l’innovazione possano arrivare dalla politica. Credo che possa essere promossa da cittadini e amministrazioni locali all’avanguardia, e probabilmente su piccola scala, o per lo meno dal basso.

  5. sb dicono:

    segnalo quest’articolo di Enrico Beltramini (sole24ore di giovedi scorso 02.11.2006) sulle ragioni che hanno determinato l’immobilismo italiano in materia di innovazione.
    mi pare che il male abbia origini lontane….condivido.
    http://www.banchedati.ilsole24ore.com/EstrazioneDoc.do?product=BIG&iddoc=SS20061102007BNV&doctype=HTML&uid=1160637590345&tabelle=sole

  6. sb dicono:

    Scusate, per leggere il link è necessario essere iscritti. Riporto il testo qui sotto.

    La mancata rivoluzione tecnologica italiana – è ormai sempre più chiaro – ha a che fare con una mancata rivoluzione culturale italiana. Di entrambe sono evidenti i segni, anche se la seconda è percepibile soltanto ad animi privi di preconcetti. La mancata rivoluzione tecnologica fa retrocedere l’Italia dietro ai Paesi emergenti, colossi come la Cina e l’India che considerano l’innovazione tecnologica una priorità nazionale, proprio mentre ridisegnano i rapporti di forza internazionali diventando i manufacturing platform del mondo.
    Quanto alla mancata rivoluzione culturale, basterebbe dire che l’Italia è esclusa dal novero dei luoghi che attraggano la nuova intellighenzia e che sono in grado di produrre battiti di ali di farfalla che cambiano il mondo. Non tutti i luoghi sono uguali: la maggior parte non concentra vettori di forza tali da poter cambiare il mondo.
    L’Italia è piena di questi luoghi inermi, depotenziati, non attrattivi. Quando si scorrono i business plan di start-up tecnologiche disegnate per aver successo sul mercato italiano, come si fa a non vedere che soltanto preconcetti arcaici fanno proiettare su internet i vincoli fisici e linguistici della realtà fisica? La fonte della nostra deficienza tecnologica si annida nel cuore della nostra mente, in quegli schemi cognitivi che sono lo sfondo ereditato attraverso il quale leggiamo il mondo. Il punto sono le strutture culturali sulle quali poggiano le nostre costruzioni sociali, economiche e scientifiche.
    Ci sono appuntamenti con la storia che un Paese può mancare. Ricordo l’incipit dell’articolo su «Il Messaggero» con cui il 24enne Giovanni Spadolini iniziò la sua carriera di notista politico (1948): «La rivoluzione liberale? L’Italia non ha mai avuto una rivoluzione liberale».
    Un inizio simile potrebbe andare altrettanto bene per questo articolo: la rivoluzione creativa? L’Italia non ha mai avuto una rivoluzione creativa. La creatività tipica della controcultura hippie californiana che ha generato la new economy, in Italia ha trovato espressione nella dimensione politica (modifica del sistema esistente) o nella moda, cioè nel business. La spinta creativa ha immediatamente perso la sua dimensione eversiva per adattarsi alla realtà sociale, migliorarla e impreziosirla, non per costruirne una nuova di zecca. Infatti, come ha scritto Andrew Kimbrell a proposito della nuova sinistra, i diritti civili possono essere assicurati per legge, l’ambiente può essere protetto, senza mettere in discussione le strutture portanti della società.
    È stata realpolitik, e quando non lo è stata, è perché ha perso la natura culturale eversiva per assumere quella politica eversiva, che è cosa ben diversa. La creatività, di cui l’Italia va tanto fiera, sembra sia accettabile soltanto se si piega alla ragione, se è conformata all’ordine, ai dettami classici della bellezza, cioè a regole del gioco che sembrano essenziali e sono soltanto storiche. Quando esce dai sentieri tracciati dalla tradizione, quando prova a disegnare orizzonti inesplicabili, ecco che affiora il dubbio, quel dubbio di cui la ragione si alimenta per potersi legittimare. Potremmo chiamarla, con un pizzico di ironia, l’astuzia della ragione. Leggevo qualche giorno fa di Palermo: anche la cultura antimafia, sbocciata in Sicilia negli anni Ottanta, fu quasi subito sottoposta al sospetto razionalista di Leonardo Sciascia e dei suoi «professionisti dell’antimafia».
    È come se la creatività fosse accettabile soltanto se si autolimita, se non disegna un mondo nuovo, se non è innocente. Il mondo che c’è va bene e al massimo può essere ripensato, riplasmato, ridiretto. Innovato, come si dice oggi. È come se la creatività avesse pur sempre una natura fisica, una gravità pronunciata. Come se mancasse la forza o il coraggio per scendere così addentro la grammatica del Paese da ridisegnarne i miti fondativi. E i miti fondativi sono la cultura classica della necessità e dell’universale, la cultura romana del diritto e del materiale, la cultura cristiana della ragione e del diritto naturale. All’Italia manca una vera cultura del contingente, che non ha nulla a che fare con il disordine o con l’arrivare in ritardo agli appuntamenti, ma piuttosto con Hume e Malebranche.
    L’Italia sconta una mancata importante assimilazione del creazionismo ebraico, e in generale di gran parte della cultura ebraica. Soprattutto difetta di una ricerca seria del primitivo e del diverso, dove per primitivo si intende precristiano (o non cristiano) e per diverso non latino (o extraeuropeo). Insomma, come il resto dell’Occidente, l’Italia ha una sua propria formula che combina razionalità e volontarismo, globale e particolare, spirito teoretico e attivismo, ed è proprio di questa formula che si dovrebbe parlare, se vogliamo provare a capire perché manchiamo di una rivoluzione creativa.
    Che cosa impedisce all’Italia di avere una rivoluzione tecnologica? Short answer potrebbe essere: perché non abbiamo avuto una rivoluzione culturale che ci ha sradicato dalla realtà industriale. Ma potremmo dire ugualmente: perché non abbiamo avuto una rivoluzione femminista. Oppure perché non abbiamo avuto una rivoluzione musicale che ha tagliato i ponti con la tradizione romantica. Perché manca una radicale visione alternativa della vita di tutti i giorni: creatività, decentralizzazione, avversione per la burocrazia e le strutture gerarchiche, libertà, piacere, autoespressione, antiautoritarismo, pace, abbandono delle inibizioni, delle restrizioni, trasparenza. Perché ci è mancata, e ancora ci manca, una generazione zero, una cultura che rinneghi il passato e non cerchi di trasformare, migliorare, correggere quello che c’è, ma lo superi di un balzo senza guardarsi indietro. Facciamo un esempio.
    La nuova internet, la web 2.0, prima ancora di essere una innovazione tecnologica, è espressione di una innovazione cognitiva. Essa presuppone una mente senza sé, dove agenti autonomi risolvono problemi locali, salvo poi collaborare tra loro in termini auto-organizzativi all’emergenza di un sistema complesso. Non c’è un centro regolatore, una volontà o una unità centrale di elaborazione logica. Non esiste nemmeno un sistema di archiviazione dell’informazione. Web 2.0 presuppone inoltre una mente senza mondo, cioè un mondo virtuale che è autonomo da quello fisico, che non è fondato sull’esperienza, che ha regole proprie che non hanno nulla a che vedere con quelle della fisica classica che governano la natura. In altre parole, Web 2.0 richiede uno sfondo culturale dove il razionalismo e il volontarismo, il locale e il globale, l’individuale e il collettivo, si combinano in un certo modo, modo che non ha poco a che fare con quello tradizionale italiano.
    C’è una fotografia che ritrae un gruppo di hippies che celebrano la morte dell'”hippie”. Siamo a San Francisco, Buena Vista Hill, ottobre 1967. Il suicidio di una cultura appena nata, commesso per mantenerne la purezza e l’originalità. Una specie di aborto suicidale, che rende perfettamente evidente la capacità autoriflessiva della controcultura californiana, che applicava a se stessa quanto applicava alla cultura tradizionale. Un doppio livello di riflessione che oggi manca all’Italia. Non so chi si potrebbe assumere il compito di promuovere una rivoluzione culturale. Se escludiamo l’ipotesi delle élite illuminate di IX secolo memoria, teoricamente parlando dovrebbe essere la politica quella che si preoccupa di costruire nuovi contesti sociali. Ma non questa politica.
    Altrettanto teoricamente parlando, il cambiamento potrebbe avvenire se alcuni “devianti” (chiamiamoli così) fossero messi in grado di operare senza essere socialmente repressi ed emarginati. Ma anche questo è pretendere troppo, nella realtà italiana attuale. Non resta che affidarsi al contingente e al particolare, cioè ai “matti”, e alla forza del primitivo. Insomma, alla fede. Soltanto la fede in una rivoluzione culturale produrrà una rivoluzione culturale.

    in tre parole
    1 La rivoluzione tecnologica in Italia non è mai avvenuta perché è mancata una rivoluzione culturale
    2 La creatività nel nostro Paese sembra accettabile solo se si piega alla ragione e ai dettami classici della bellezza
    3 La politica dovrebbe costruire nuovi contesti sociali mettendo in grado i “devianti” di operare nella società

  7. Lorenzo Pezzato dicono:

    In campo ambientale succederà ciò che abbiamo visto accadere in campo industriale.
    Alcune regioni del nostro paese –per motivi diversi- sono riuscite a vincere la corsa all’industrializzazione e ne hanno ricavato decenni di benessere economico e di sviluppo, si sono dotate di infrastrutture, di servizi, hanno sviluppato un concetto di impresa che ha arricchito le famiglie e creato posti di lavoro. Non analizzeremo le contropartite negative derivate dal non aver saputo governare pienamente questi processi, contropartite quali la distruzione dell’ecosistema, la cementificazione, lo stress, l’abbandono pressoché totale degli anziani a sé stessi una volta usciti dalla fase produttiva della vita.
    Oggi si è aperta una fase nuova, e le industrie sono considerate una ricchezza ma anche un problema, un problema collegato ai rifiuti e all’inquinamento.
    Questi ultimi anni di difficoltà e concorrenza orientale hanno impoverito all’inverosimile il tessuto industriale veneto, dal punto di vista occupazionale, produttivo e creativo, assistiamo infatti ad un declino lento ma continuo, in attesa di idee per ripartire. L’investimento sull’ambiente è nel 2006 quello che l’investimento sulle fabbriche è stato dal dopoguerra in avanti. Un’opportunità.
    Improvvisamente siamo di nuovo tutti alla pari sulla linea di partenza, tutti allo zero, il gap industriale non conta quando si scommette su qualcosa che non è industria, esattamente come un poker d’assi non vale nulla sul tavolo della roulette. Le regioni italiane, cambiati gli occhiali con cui le si guarda, non sembrano poi tanto diverse, non esiste più un Nord ed un Sud. Se i parametri sono l’investimento sul paesaggio, sulle energie alternative, sul turismo ecologico, sugli stili di vita sostenibili, l’abitante di Potenza ha le stesse opportunità di quello di Bolzano. Cambiano –è vero- le percentuali relative la raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani, ma non è indice apprezzabile per calcolare le possibilità di sviluppo in relazione ai parametri di cui si diceva. Paradossalmente il Salento è area a più alto potenziale –sempre rispetto agli stessi parametri- se confrontata con il milanese. Minor industrializzazione ha creato disagio sociale, difficoltà di sopravvivenza, impossibilità di avviare impresa, scarsa urbanizzazione, ma ha anche preservato l’ambiente, rendendolo ora convertibile in meravigliosa opportunità d’investimento, con le dovute cautele.
    In Italia l’industria culturale è strettamente legata al paesaggio, ai luoghi suggestivi e storici, alle produzioni artigianali di altissima qualità, alla creatività artistica, all’agroalimentare e ai vini. Gli stranieri non acquistano ville o passano vacanze sui laghi lombardi perché ad una manciata di chilometri ci sono le industrie, forse bisognerebbe iniziare a capirlo. Nemmeno risulta che l’attrazione principale di Venezia sia Porto Marghera. Certamente, a quest’ultimo proposito, una laguna che fosse nella sua interezza protetta come riserva naturale darebbe molti più posti di lavoro di quanti ne garantisca oggi la chimica, e probabilmente fatturati altrettanto più elevati.
    Il fatto è che la vecchia classe dirigente ancora in sella gira su idee di impresa che non sono più adeguate alla contemporaneità, ritiene di dover attirare imprese al Sud ed ignora quali siano i veri settori innovativi su cui concentrare gli sforzi e le risorse.
    Mai come adesso è urgente un ricambio generazionale.

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