Identità Post Fordiste

Parto da un pretesto: il meeting dei quarantenni che si è tenuto a Vicenza nei giorni scorsi. All’ordine del giorno c’era la creazione di una classe dirigente fatta di giovani (?) capaci di riprendere in mano il futuro del Nord Est. Non entro nei risultati dei seminari, dei workshop, delle assemblee plenarie. Provo a rendicontare una sensazione che nei due giorni di confronto ha preso forma in modo compiuto: la difficoltà della nostra generazione di costruire un’identità al di fuori dell’economico.
Premetto che capisco benissimo il problema. La generazione dei quarantenni (che poi è la mia) è stata quella che ha davvero beneficiato della crescita economica del Nord Est: non solo dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista della legittimità politica e culturale che il modello economico nordestino ha saputo garantire a chi ne è diventato la voce. Piccoli imprenditori, analisti economici, professori universitari hanno vissuto e descritto una realtà tumultuosa, in cambiamento, piena di sfaccettature. Una realtà da capire perché capace di competere ad armi pari con modelli economici più evoluti e più attrezzati. Una realtà politicamente in crescita, rivendicativa, per molti aspetti spinosa, certamente difficile da aggirare.
Il problema è che oggi questa identità costruita su un modello economico (o ancora peggio su un modello produttivo) mostra la corda. Le classi dirigenti non si limitano a fare impresa; fanno politica e fanno cultura. Per superare un individualismo tutto concentrato a fare sospensioni, maglioni, sedie, tavoli, scarpe da ginnastica, bisogna che qualcuno racconti la storia di tutti, che qualcuno si impegni nella costruzione di un orizzonte di senso condiviso. E qui, il quadro si complica. Il nostro mondo è stato messo in scena oscillando pericolosamente fra collane di studi monografici sui successi di imprese e imprenditori (versione aggiornata delle vite dei santi che mia nonna sfogliava prima di andare a dormire) e trasmissioni televisive che hanno colto i fermenti più caricaturali della trippa nordestina (memorabili alcune trasmissioni del conduttore Santoro). Insomma, nulla a cui una persona senziente possa appigliarsi durante una conversazione fra pari. Nulla che possa assomigliare a un riferimento per classi dirigenti.
Una diagnosi che mi sento di fare è che ci manca un libro, un romanzo, che ci rappresenti e ci dica chi siamo. Senza far torto ai tentativi di alcuni giovani scrittori nostrani, a questa generazione manca una storia a cui appigliarsi per vivere il quotidiano sentendosi parte di qualcosa. Specifico che il problema riguarda il Nord Est. Non riguarda, per esempio, tante metropoli del sud. La Napoli/Gomorra descritta da Saviano è un campo di battaglia, ma è anche vita, passione. Anche la Bari dell’assistente universitario Ugo Cenci è un mondo fuori controllo, ma certo non annoia (Apocalisse da camera di Andrea Piva). Vale lo stesso per l’incredibile Catania descritta da Melissa P.
Mi chiedo perché il Sud sia capace di produrre storie interessanti mentre da noi latitano storie e talenti narrativi. Un’azzardatissima interpretazione basata su variabili economiche potrebbe discriminare fra due modi diversi di affrontare il post industriale. Nel Nord Est il passaggio ad un’economia senza produzione ci lascia orfani di fabbriche e, soprattutto, di virtù cardinali saldamente ancorate alla tradizione. La ricchezza degli ultimi vent’anni non aveva mai messo in discussione l’ordine morale pre-industriale, anzi. Quando questo è successo, quando la scienza, la tecnica, il progresso hanno sopraffatto la cultura popolare le conseguenze sono state disastrose (come ci racconta Paolini a proposito del Vajont). La continuità (o meglio, la rappresentazione della continuità) è stata a lungo proposta come un punto di forza di queste regioni.
A Napoli, a Bari, a Catania l’oggi è un caos strabiliante, da descrivere prima che da giudicare. Nei giovani narratori del sud non c’è il pudore reticente di chi sente di tradire la sua storia. Non c’è un’eredità morale da preservare e la narrazione ne guadagna. Il Saviano di Gomorra descrive l’ordine economico del Sistema in un presente ultra-liberista (assolutamente “post”) dove imprenditori senza alcuna inibizione si azzannano come I dinosauri del “Mondo perduto” di Spielberg. E’ un mondo feroce, ma terribilmente vitale, che ci terrorizza, ma che ci fa anche ridere, che ci appassiona.
Perché noi siamo diventati tanto noiosi? Ho due ipotesi plausibili. La prima è che, forse, siamo molto meno post-fordisti di quello che abbiamo raccontato. O forse (e questa è la seconda ipotesi, quella per cui io personalmente propendo) perché non abbiamo ancora trovato il coraggio di raccontare davvero chi siamo.

PS. Ho letto con entusiasmo la proposta di Seganfreddo sull’ipotesi di un percorso visuale “verso il terzo Veneto“. Prima di raccontare abbiamo bisogno di imparare a guardare. Mi pare un buon inizio di fisioterapia identitaria.

Stef

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30 Responses to Identità Post Fordiste

  1. marco dicono:

    La mancanza di narratori in grado di delineare i tratti fondamentali di una nuova identità del nordest è davvero preoccupante. Questa estate, complice il tempo liberato delle vacanze, ho letto il libro di Marinelli, “Ti lascio il meglio di me” e mi sono terribilmente annoiato. Ero partito fiducioso, con grandi aspettative. In fin dei conti si tratta di un giovane autore brillante, nordestino doc. Il romanzo, ho letto nelle recensioni, è ambientato (principalmente) nel nordest, così come vi appartengono i personaggi principali. L’entusiasmo iniziale era alto: finalmente un libro nel quale è possibile vedere la luce (magari filtrata) di un nordest in trasformazione. La lettura purtroppo si è rivelata deprimente. Non tanto per l’autore e per il libro in sè: il talento di Marinelli è comunque evidente, il libro è scritto benissimo. Non è questo il punto però. Il nordest che emerge dal racconto è sconsolante: un mondo ricco oggi soltanto di sensi di colpa, relegato all’autoimplosione, insomma una cadela che si sta consumando più o meno lentamente. Il presente (il futuro è una categoria oggi priva di signifcato) è raccontato paradossalmente con i valori del passato che viene considerato come chiave di lettura dominante della realtà. Un mondo senza slanci, senz’ anima, impaurito dal suo stesso enorme successo economico e, terribile per una terra di imprenditori, incapace di prendersi dei rischi. La retorica del lavoro (sempre e comunque), il legame con la campagna e con l’asprezza della natura, la dimensione paesana (sociale e culturale), il richiamo ai valori del cattolicesimo come guida morale, la ricchezza materiale impossibile da contenere, la tristezza e la sensazione di abbandono ecc. sono gli ingredienti di questo mix che onestamente inizia a puzzare di stantio. E’ davvero questo il nordest nel quale viviamo? Sono queste le cose che pensiamo e vediamo? E’ questo l’orizzonte sul quale ci muoviamo? Difficile riconoscersi nelle immagini che propongono gli attuali narratori. Non fanno altro che confermare uno stereotipo che noi stessi, assieme ad altri, abbiamo costruito del nostro territorio. Uno stereotipo che oggi ha stancato e che soprattutto sta stretto. Non è in grado più di rappresentare quello che oggi si respira nel nordest. Sotto la crosta del tranquillo e sornione nordest si percepiscono delle tensioni, si iniziano a delineare forti contraddizioni … si sente il battito di un cuore pulsante. Il paesaggio che oggi ci circonda è profondamente diverso da quello agricolo/paesano del passato … è molto più industriale e metropolitano, forse più di quanto lo riusciamo a percepire oggi. Le persone e le aziende che incontriamo sono ben diverse dal classico tridente nordestino casa/chiesa/lavoro. Si sente molto più slancio verso l’innovazione e la creatività, si respira più aria internazionale, si vede maggiore determinazione e coraggio ma anche una forte dose di autoironia. Tuttavia si ha un po’ paura a palesare questa diversità, ci si vergogna quasi delle proprie “origini” e si cerca di nascondere le proprie tracce, decidendo di essere più global che local. Molte imprese nordestine di successo oggi tendono a negare la propria provenienza e si propongono come aziende Italiane tout court (Bisazza) quando non come global brand (Diesel). Trovare un modo per raccontare un’identità rinnovata non è un’opportunità, è una necessità per rilanciare lo sviluppo economico e sociale di un’area. Il rischio è di farsi annacquare nel flusso incessante della globalizzazione.

    Marco

  2. corog dicono:

    Se finora l’identità del Nordest è stata principalmente produttiva, quando l’economia mostra segnali di stanchezza, com’è avvenuto negli ultimi cinque anni, si esaurisce fatalmente anche l’identità. Insomma, un’identità costruita solo sulle statistiche – chi siamo noi? Il 10% del Pil nazionale, il 20% dell’export… – non può portare lontano. Un’identità collettiva ha invece bisogno di un racconto condiviso, forse di una ideologia in positivo, che ci faccia sentire parte attiva della modernità e, in definitiva, utili al mondo. Un’identità compiuta ha sempre due facce. Una interna nella quale ci riconosciamo, che ci fornisce un linguaggio, dei valori e dei miti in cui crediamo. Che forse non arriva più a farci sentire “comunità di destino” ma, se non altro, meno isolati come individui di fronte alle minacce del mondo. L’altra faccia è quella esterna, che ci rende riconoscibili agli altri come elemento di originalità, interesse, utilità. Le considerazioni di Stefano a proposito dell’identità perduta del Nordest riguardano, a ben vedere, entrambe queste facce. Il fatto di non riuscire a raccontare il nostro presente in positivo è un primo segnale di un’identità difficile. Nel suo commento Marco riprende, sconsolato, l’ultimo libro di Marinelli, ma che dire del romanzo di Massimo Carlotto e Marco Videtta (Nordest, appunto), oppure quello di Vitaliano Trevisan (Qundicimila passi)? Provate a pensare qualcuno che, da Napoli, Roma o Torino (per non dire da Barcellona, Parigi o Berlino) si costruisce un’idea del Nordest a partire da questi romanzi. Una terra deprimente e allucinata, dove gli imprenditori assomigliano a predoni: la peggior specie di banditi che un territorio possa immaginare poiché – diversamente da mafia e camorra che, essendo stanziali, per continuare a rubare devono assicurare la riproduzione delle risorse locali – il predone è del tutto indifferente allo sviluppo di chi deruba: prende e scappa. Se la letteratura non è necessariamente lo specchio del sentire comune, ne rappresenta tuttavia la tendenza al margine. Ben diverse era l’immagine di queste terre che emergeva dalla precedente generazione di scrittori: Comisso, Meneghello, Parise. Scrittori, questi ultimi, che tuttavia hanno raccontato l’identità pre-industriale del Nordest. Mentre il racconto della grande ondata dell’industrializzazione è stato per lo più eretto nelle fragili fondamenta delle statistiche, senza porci il problema del senso dello sviluppo. E’ allora da qui che bisogna oggi ripartire. Dare senso allo sviluppo significa dare nome e prospettiva alle cose buone che possiamo fare con le risorse accumulate grazie allo sviluppo. Ad esempio, come investire le risorse per migliorare la salute e la sicurezza dei cittadini, l’offerta culturale delle città, la qualità dell’ambiente, l’efficienza dei sistemi energetici e della mobilità. Il peggiore errore che possiamo fare è continuare a pensare che queste cose rappresentino un costo da pagare allo sviluppo, che in un momento di difficoltà economica non possiamo permetterci. Queste cose sono, invece, le nuove frontiere dello sviluppo: settori dinamici sia dal lato della domanda che dell’offerta, in grado di occupare crescenti quote di lavoratori qualificati, con elevati tassi di innovazione tecnologica e organizzativa, con enormi potenziali di applicazione industriale, e in grado di fornire preziose economie esterne per alzare la produttività (perciò la competitività) di molte altre attività. Soprattutto, cose che possono ridare un senso allo sviluppo.
    “Health First” è uno degli slogan con cui David Cameron, leader dei conservatori inglesi, ha lanciato la sfida politica per la conquista di Downing Street. Dato che Cameron ha appena compiuto quaranta anni (è nato nel 1966), potremmo iscriverlo al club. In alternativa, potremmo seguirlo noi a Londra.

  3. corog dicono:

    A proposito dell’esigenza di ridare “senso allo sviluppo” nel Nordest, mi è tornato alla memoria quanto un mio amico che si interessa di storia dell’architettura mi ha detto una volta a proposito di come Dainese – leader dell’industria safety sport – pensa al suo business. Questo mio amico aveva conosciuto Dainese per ragioni professionali (anche se in forma discreta, Dainese è un genoroso mecenate d’arte). Mentre si trovavano a discutere assieme di iniziative culturali, dalla radio si venne a conoscenza di un grave incidente fra moto capitato in zona, che causò anche dei morti. Ebbene, Dainese cambiò immediatamente umore, mostrando quasi un senso di colpa per quanto era accaduto: come se il suo compito sociale fosse salvare vite umane! E quando qualcuno si fa male in moto è perché lui non ha fatto fino in fondo il suo lavoro. La morale di questa storia non è affatto banale: la funzione sociale di un impresa dovrebbe essere, alla fine, dare risposta – tramite prodotti, servizi, tecnologia – ai bisogni concreti di uomini e donne. Il profitto è un incentivo che orienta l’investimento in un sistema di mercato ma che, tuttavia, non esaurisce il senso dell’impresa. Il grande processo di accumulazione del Nordest (ma non solo) ci ha fatto forse perdere questi significati. Tuttavia, proprio uno degli imprenditori di maggior successo di quest’area è li a ricordarci che non c’è sviluppo duraturo dell’impresa senza un’etica di fondo in grado di guidare il business. Quanti Dainese ci sono nel Nordest? Non facciamoci prendere dallo sconforto. Proviamo invece a cercarli, a dare loro voce e prospettiva teorica. Fare ricerca economica, oggi, è anche questo.

  4. Lorenzo dicono:

    Vi consiglio, anche se risale a qualche anno fa, “Westwood Deejay” di Marco Franzoso (Baldini e Castoldi) , che fa parte del cosiddetto gruppo degli scrittori del Nord Est.

  5. marco dicono:

    Ho letto il romanzo “Westwood Deejay” suggerito da Lorenzo, ma la mia depressione da incapacità di narrazione si è ingigantita invece di diminuire. Sarà che il libro è del 1998 (praticamente un’era geologica fa secondo i parametri tecnologici) e che le pagine erano pure ingiallite (l’ho scovato in un anfratto di una libreria di padova), il risultato della lettura è comunque tragicomico. Tragico perchè non riconosco una sola immagine del nordest che descrive l’autore se non soltanto il vago richiamo al mondo delle discoteche. Comico perchè le discoteche sì sono in grande declino mentre i deejay sono in gradissima ascesa (basta guardare in tv i deejay che diventano presentatori, musicisti, artisti, ecc.) altro che smidollati e sballati del sabato sera. In più la lingua è comicissima. Il libro è scritto in dialetto, ma un dialetto che pur essendo veneto non ho mai sentito ne parlato. Una specie di esperanto dialettale. Mah … Come sempre il tutto dipinge una realtà allo sbando, un mondo in cui lo sviliuppo economico ha distrutto la società e ha creato un vuoto pneumatico di valori. Che palle! Propone qualcos’altro il menù?

    Marco

  6. Marco Franzoso dicono:

    Buongiorno, Stef,

    mi chiamo Marco Franzoso e ho 40 anni.
    Le rispondo in quanto un mio romanzo è stato tirato in causa da qualche commento (Lorenzo e poi Marco) al suo blog. Altrimenti non credo che l’avrei fatto.
    Lo faccio perché la mappatura letteraria che stata da voi individuata non è da me riconosciuta come la più interessante mappatura degli scrittori del nordest. Lo faccioanche perché non ritengo che la mia generazione sia inferiore a quella dei Comisso. E’ un’altra geneazione, e dobbiamo cercarvi cose diverse. Ritengo inoltre che Massimo Carlotto sia innanzitutto un giallista, prima che uno scrittore. Non amo la scrittura di Giancarlo Marinelli. E Non credo nemmeno (con tutta la stima che ho per lui) che Saviano possa considerarsi uno scrittore.
    Bene. Dopo questo inizio cercherò di dimostrare come ci sia una generazione di scrittori che:
    1 – esiste
    2 – si occupa senza annoiare di raccontare il nordest (perché nessuno di voi ha parlato di Giulio Mozzi, Tiziano Scarpa, Mauro Covacich, Romolo Bugaro?)
    3 – è molto conosciuta. A questo punto forse più all’estero (fuori del Nordest) che in patria (sic)
    4 – fa narrativa e non sociologia culturale.

    Bene.
    Ci tengo a farle sapere, infine, che rispondo al suo blog soprattutto in quanto apprezzo il grande sforzo che state facendo, in un blog dal taglio “economico” di cercare un parallelo “culturale” alla nuova classe dirigente. In fondo state cercando, quello che anch’io sto cercando: la mia (nostra) identità culturale. Forse solo ci sarebbe bisogno di un aiuto per correggere la vostra mappatura letteraria.
    Il mio obiettivo cioè è che questo blog riesca ad aiutarci ad entrare in comunicazione. E questo sarebbe un bel risultato.

    Dicevo che ho 40 anni e faccio parte della generazione di scrittori tra i 30 e i 40 che a torto o a ragione vengono definiti come gli “scrittori del Nordest”
    Cercherò, vista la brevità che voglio impormi, di darle una sorta di mappatura del paesaggio culturale nel quale mi muovo, con la speranza di mostrarle quanto fermento nostrano esista e quanti spazi questa generazione di scrittori sta ottenendo.

    Veniamo al dunque. Questa degli scrittori del nordest è una definizione che non amo, ma è il modo in cui in Italia veniamo definiti e siamo riconosciuti. È una generazione molto attiva, e che da tempo non appartiene più al sottobosco. È una generazione di persone che credono che per raccontare un luogo e un momento storico, nulla meglio della scrittura e dell’invenzione di storie sappia fare.
    E’ una generazione che ritiene che la scrittura non debba essere un’attività isolata, da condurre all’interno di una torre d’avorio staccata dal reale, ma è una generazione che crede che la scrittura abbia tanta più forza e tanta più verità quanto più sa insinuarsi e parlare del contesto in cui vive. La scrittura, è tanto più viva, insomma, quanto più sa nutrirsi della realtà. Il resto secondo noi non è niente, né scrittura, né invenzione. Al massimo gioco intellettuale.

    Del gruppo, io sono una delle persone più attive, non tanto e non solo per ciò che scrivo e per come lo scrivo (non sto parlando di esiti), ma soprattutto per il modo in cui cerco le mie storie e per la strade che individuo per divulgarle.

    Ma non la tedio oltre. Vengo subito al dunque.
    Qualche anno fa abbiamo pubblicato per Fernandel un libro dal titolo: “Sconfinare” (Il nordest che non c’è). Era il 1999. Da allora un gruppo di scrittori (Marco Franzoso, Romolo Bugaro, Giulio Mozzi, Tiziano Scarpa, Mauro Covacich, Gian Mario Villalta, Alberto Garlini, Vitaliano Trevisan, Gianfranco Bettin, e altri) hanno iniziato a confrontarsi assiduamente. Noti che sono tutti autori che pubblicano per i più importanti editori nazionali (Rizzoli, Mondadori, Einaudi, Marsilio, Feltrinelli).
    Tra questi ci sono stati dei premi (Bugaro in cinquina al Campiello, Scarpa vincitore del Settembrini, io stesso vincitore del Castiglioncello, Covacich del premio Napoli).
    Da testi di quest autori sono stati tratti dei film: “Amore” di Trevisan. Da altri, spettacoli teatrali: il mio “Westwood dee-jay”, non molto amato da un suo commentatore, ma su quale sono state scritte due tesi di laurea è stato in tournée due anni (la produzione tra l’altro non era Veneta ma bolognese, e anche questo la dice lunga). Ora sto realizzando uno spettacolo teatrale tratto dal mio terzo romanzo “Tu non sai cos’è l’amore”.
    Scriviamo saggi, canzoni.
    Ci chiamano a scrivere per la pubblicità. Solo questa settimana due di noi sono stati a parlare a Radio Tre. La settimana prossima io sarò alla Rai tv. (Scusi se parlo un po’ troppo di me, ma non conosco gli spostamenti di tutti)
    Ogni fine mese da qualche tempo alcuni di noi stanno realizzando una pagina che esce sul Corriere della Sera del nordest in cui trattiamo temi di attualità e ci confrontiamo (come se fosse una chiacchierata tra amici) sui temi che più ci stanno vicini tentando di comprendere il cambiamento di questo nostro paesaggio (un po’ quello che state cercando di fare voi). Gli articoli finora usciti trattano di Ikea, dei Cinesi, dello Spritz, della città multistrato…
    Quando è stato tirato su il muro in via Anelli a Padova ci hanno dato – su tutti i quotidiani locali e nazionali – molto spazio per sapere come la pensavamo.
    Ma l’esito più importatnte, secondo me è un altro. Con Romolo Bugaro ho appena curato un libro collettivo con testi di 15 di questi autori i quali si interrogano su “I Nuovi Sentimenti”, con l’obiettivo di ricostruire una mappa e una geografia sentimentale della nuova interiorità che il cambiamento socioeconomico sta creando in quest’area. Il libro uscirà il 14 novembre per Marsilio e sarà lanciato anche in collaborazione del Corriere della Sera del Veneto (lo si potrà acquistare o in libreria o in allegato al Corriere). Il 14 stesso (lei e i suoi commentatori sono invitati), presenteremo il testo all’Aula Magna dell’Università di Padova, alla presenza delle autorità e con la partecipazione di Gian Antonio Stella. Sto lavorando per presentarlo a gennaio alla Biblioteca Nazionale di Napoli.
    Ma non è tutto. Per tre anni abbiamo organizzato degli incontri letterari in un cinema di Padova (abbiamo iniziato al Pio X ma abbiamo dovuto cambiare sede per andare in un cinema più capiente, l’Excelsior). Gli incontri erano di lunedì sera e la sala era sempre piena e al gente stava anche in piedi solo per sentire delle persone che leggevano i propri racconti e avere la possibilità, alla fine, di fare delle domande. È stata un’esperienza inaspettata. Cercavamo di mappare il nuovo “sentire”.

    Due di noi (Villalta e Garlini) stanno dando vita a PordenoneLegge, una delle più importanti manifestazioni letterarie italiane, con più di 100.000 visitatori in un fine settimana.

    Ma non è tutto. Veniamo alla cosa più importante. Per quanto riguarda il contenuto, tutti i miei libri e quelli degli amici si interrogano sulla realtà (il sottotitolo del mio primo romanzo è: “Il miracolo del Nordest”), il nuovo romanzo di Bugaro si interroga esplicitamente quasi da nuovo Fitzgerald sulla decadenza di una certa classe imprenditoriale (quella del crac Parmalat, per intenderci, quella dell’Antonventa…), i temi trattati sono sempre di attualità, perché noi qui viviamo e di questo ci interessa parlare.
    Tutti i nostri libri sono ambientati nel nordest (anche se in alcuni si finge di no) perché secondo l’insegnamento di Sherwood Anderson noi sappiamo che si può parlare solo “del francobollo di terra che conosciamo”.

    Ci stiamo muovendo, insomma. E da anni. All’estero (fuori del Triveneto), siamo stimati. Ci fanno scrivere sulle più importanti testate quotidiane e periodiche. Siamo tradotti dai migliori editori internazionali. In sostanza: esistiamo.
    E allora, perché se tutti si sono accorti di noi, la classe economica del nostro territorio non ci riconosce? Perché pensate che Saviano sia uno scrittore? Perché i riferimenti di questa generazione sono ancora: Parise, Meneghello, Cibotto, Comisso, Neri Pozza?
    È forse perché non andiamo in classifica? O perché non facciamo la televisione popolare? Oppure perché il lontano è sempre migliore?
    Non so. Le giro la domanda. E la giro anche ai suoi commentatori.
    E infine, perché a parte un libro, non si è mai parlato nel vostro blog di questi autori che ho citato e che rimangono i più rappresentativi della nostra area?

    Voglio concludere con un’idea. E una proposizione. E forse una provocazione.
    Al meeting dei quarantenni di Vicenza l’obiettivo era quello di creare la nuova classe dirigente, no? Anche noi lo stiamo facendo, da qualche anno (forse abbiamo iniziato prima, ma le assicuro che trovare spazi all’inizio, per chi vuole fare le cose da solo e in ambito culturale, è un po’ complicato).

    Beh, allora, vogliamo interrogarci insieme sul reale?
    C’è stato il meeting dei quarantenni a Vicenza, perché non venite al meeting degli scrittori quarantenni il 14 novembre, all’Aula MAgna del Bo? Magari in un futuro possiamo unire le forze, chi lo sa? E aprire un confronto vero. Perché io credo che non ci possa essere vera identità territoriale quando la cultura e l’economia percorrono strade separate.
    Per il resto, davvero, rimango in ogni momento pronto a consigliarvi e a indicarvi almeno una decina di fantastici romanzi che la mia generazione ha fin qua prodotto. Romanzi veri.

    A presto,
    Marco Franzoso

  7. Lorenzo dicono:

    Caro Marco,

    sono Lorenzo Cinotti, e ci conosciamo da alcuni anni, credo proprio perché nel 1999 organizzai la presentazione di “Sconfinare” a Campo Santa Margherita a Venezia. Sono assolutamente d’accordo con te, e credo lo siano tutti i frequentatori di questo blog, sul fatto che cultura ed economia non debbano muoversi su piani diversi. Non a caso, lo Stefano a cui ti rivolgi, che è un economista, mi ha invitato a collaborare continuativamente con l’università che dirige per identificare punti di contatto tra arte, creatività e impresa, ed è un dialogo che trovo a dir poco entusiasmante, sia dal punto di vista dello scambio di informazioni, che dal punto di vista umano, senza dimenticare il fatto che anch’io sento questo compito come una impellente necessità.
    Di Westwood Deejay sai da tempo quanto io sia entusiasta. Raccontare un territorio allucinato e sganciato dalla sua storia, con un linguaggio anglo/veneto inventato, potrebbe sembrare un espediente fantasioso che suscita ilarità; ma si ride amaro, e la realtà di una certa tipologia di persone che popolano Venezia, Mestre e dintorni, viene rappresentata in modo quantomai realistico. Che poi Marco, che è un economista e fa il ricercatore, non si riconosca in quel libro, lo trovo normale. Di sicuro appartiene alla categoria di persone che un’idea del proprio futuro la hanno, ma penso anche che le persone che scrivono su questo blog vivano circondate da amici e colleghi intellettualmente attivi e stimolanti, e questo a volte può far dimenticare un mondo alienante che, ne sono sicuro, in Veneto purtuttavia esiste.
    Per quanto mi riguarda, sarò lieto di essere presente il 14 novembre al Bo. Mi viene in mente il libro di Richard Florida (il solito “L’ascesa della classe creativa”) nel punto in cui si dice che la classe creativa non pensa a sé stessa come classe, appunto. Forse sarebbe veramente il momento, come tu suggerisci, che le persone che si interrogano sull’identità di questo territorio e lo raccontano, inizino ad incontrarsi.

    A presto,

    Lorenzo

  8. sm dicono:

    Caro Marco

    Ho letto con un certo entusiasmo il tuo commento al blog: sono contento che ci si parli. Per questo provo a fare la mia parte e rilancio.
    Riprendo il tema da cui sono partito: il tema dell’identità. Non sono un critico letterario né un editore: non sono titolato né è mia intenzione fare la lista dei bravi e dei cattivi scrittori della mia regione. Mi pongo un problema che il famoso incontro dei quarantenni ha reso visibilissimo: la difficoltà della nostra classe dirigente a ritrovarsi in una rappresentazione che superi lo schema della fabbrica, del superlavoro e dei distretti. E’ lecito chiedersi perché tutta questa ansia di nuova identità in un mondo che propone a tutto spiano ipotesi di “io” postmoderni e di “sé multipli”. La risposta mi pare piuttosto semplice: perché questo mondo ha subito un’accelerazione a cui non eravamo pronti, e ha visto trasformare le regole del gioco in un arco di tempo troppo breve per non rimanere storditi. Le fabbrichette se ne vanno in paesi che ironicamente chiamiamo ancora estremo oriente (mi sembra che ormai sia vicinissimo); l’etica lavorista delle nostre regioni fa sorridere quando guardiamo le fabbriche di scarpe vietnamite; i nostri sistemi produttivi stanno subendo una mutazione genetica che solo i custodi dell’ortodossia distrettuale (di cui parla Giancarlo Corò in un altro post di questo blog) possono far finta di non vedere. Questo cambiamento è stato troppo rapido per non avvertire spaesamento e troppo profondo per non sentire la frustrazione di chi perde un primato (meritato o meno) che sembrava costruito su basi solide. In un attimo, stentiamo a riconoscerci fra di noi e, soprattutto, stentiamo a farci riconoscere da chi ci guarda.
    In molti si sono dati da fare per proporre una qualche lettura del nuovo Nord Est. Ci hanno provato soprattutto economisti, sociologi e urbanisti. Non che il lavoro fatto finora sia stato deludente: è che proprio la natura dei cambiamenti di cui siamo testimoni richiede uno scarto di prospettiva; ha un disperato bisogno di linguaggi e sensibilità diverse per “dare nome e prospettiva alle cose buone che possiamo fare”. Per questo ho chiamato in causa gli scrittori. Tu Marco mi dici che di scrittori ce ne sono molti e che fanno un sacco di cose buone. Mi dici anche che siete invitati alla Rai e che siete tradotti in diverse lingue. Questo mi pare ottimo, ma il problema rimane. Non sto dicendo che non ci sono bravi scrittori nel Nord Est; dico che il loro contributo alla costruzione di una nuova identità territoriale potrebbe e dovrebbe essere di altra portata. Sulle cause ci ragioniamo. Lettori distratti? Verissimo. Quotidiani e settimanali latitanti? Confermo. Manca la voglia di confronto? Ho il sospetto che anche questo sia vero. In ogni caso il problema, ahimé, resta.
    Se ci va, discutiamo pure sul format. Mi dici che Saviano non è uno scrittore (immagino nel senso di romanziere): magari hai ragione. Ma forse è proprio nell’innovazione di genere che troviamo l’intensità narrativa di cui abbiamo bisogno. Ho letto decine di recensioni che si chiedevano se Michael Moore avesse davvero fatto un film con Farenheit 9/11 e qualche anno di distanza le tv a pagamento campano a forza di docufilm. Saviano ha proposto un nuovo modo di raccontare quello che ha visto e che vissuto in prima persona. Personalmente credo che abbia aperto una strada da percorrere e mi piacerebbe che qualcuno tentasse lo stesso percorso nel nostro Nord Est.
    Che fare, noi? Prima di tutto veniamo al vostro incontro di novembre. Veniamo per ascoltare e per capire. Visto che alla data manca ancora un bel po’, propongo di prepararci con una cena da qualche parte nelle terre di mezzo fra Padova e Venezia, magari con bottiglia di amarone all’altezza della situazione. Ti confesso che, visto l’interesse suscitato da questo post, volevo chiederti di aiutarci a mettere in piedi una qualche rubrica su buone letture. Ho pensato che sarebbe troppo poco. Da economisti, abbiamo sconfinato senza autorizzazione nella critica letteraria; ora è il vostro turno. Mi piacerebbe che foste voi scrittori (uso l’accezione in senso lato) a incalzare questa nostra comunità sulle tante questioni che abbiamo lasciate irrisolte e sulle quali avete, a ragione, un sacco di cose da dire. L’idea mi appassiona.

  9. ska dicono:

    Mixitè, contaminazione, meticciato. Si dice che siano tre sostantivi della contemporaneità. A giudicare da questo strano incontro tra economisti e narratori del Nordest, c’è da crederci e da esserne contenti. C’è del nuovo che avanza.
    Mi astengo dal dibattito sia come ricercatrice, che come economista del territorio che come narratrice mai editata: sarei troppo lunga per un blog.
    Accolgo invece l’idea di sm-stef di promuovere incontri e, senza sdegnare affatto amarone e terre di mezzo (in tal caso vi proporrei il Taso, l’amarone di Villa Bellini, Valpolicella, che fa la mia amica Cecilia, un architetto vignaiola), vi offro la sede del COSES, un logo/luogo che ha tra i suoi obiettivi, ascoltare e comunicare i fatti del nordest. Forse possiamo contaminare anche la Ricerca e il Racconto, i ricercatori/trici e i narratori, chi lavora con i dati e chi con le storie. Forse possiamo dar luogo ad una identità meticcia.
    Propongo anche una data, l’11 novembre S.Martino, scadenza dei contratti agrari: in onore ad un nordest ‘antico’, quando ancora città e campagna non si erano trasformate nella mixitè della metropoli diffusa. Chi viene?
    ska

  10. Lucia dicono:

    Buonasera,
    sono aliena al vostro habitus: primo perché sono una del nord ovest, secondo perché non sono un’economista. Però sono una che si occupa di narrazione, in particolar modo di quella che oggi viene definita “ricerca narrativa”.
    In concreto mi faccio raccontare storie dalle persone e attraverso queste cerco di capire quello che sta succedendo in una determinata comunità territoriale, in più ho la presunzione (non solo io) di attivare, attraverso il percorso narrativo, cambiamenti o semplicemente discussioni su alcuni temi che la comunità ritiene importanti e fondamentali per il proprio benessere.
    Uno di questi temi è l’identità.
    A volte mi capita di doverle decostruire le identità tanto sono rigide e ancorate ad un passato che non esiste più.
    Non mi pare il caso vostro, voi andate “alla ricerca” di una identità…
    Questa è stata la prima cosa che mi ha attirato: perché un gruppo di persone colte, cosmopolite,(come mi pare di capire) connesse fortemente alla postmodernità, vanno alla ricerca di una identità territoriale che pare oramai un concetto obsoleto, decostruito da molti?
    Oggi si parla di identità meticce, spurie, fragili, liquide e così via…
    Sm suggerisce che questo vi serve a fronteggiare un’accelerazione a cui non eravate pronti (ma chi non era pronto? Voi quarantenni del nord est?) e poi, nonostante una voglia di contaminazione, continua a parlare di territori economici, cito:
    “Le fabbrichette se ne vanno in paesi che ironicamente chiamiamo ancora estremo oriente (mi sembra che ormai sia vicinissimo); l’etica lavorista delle nostre regioni fa sorridere quando guardiamo le fabbriche di scarpe vietnamite; i nostri sistemi produttivi stanno subendo una mutazione genetica che solo i custodi dell’ortodossia distrettuale (di cui parla Giancarlo Corò in un altro post di questo blog) possono far finta di non vedere. Questo cambiamento è stato troppo rapido per non avvertire spaesamento e troppo profondo per non sentire la frustrazione di chi perde un primato (meritato o meno) che sembrava costruito su basi solide. In un attimo, stentiamo a riconoscerci fra di noi e, soprattutto, stentiamo a farci riconoscere da chi ci guarda.”
    I cambiamenti non staranno certo solo lì e poi che identità state cercando?
    A quali elementi identitari vi riferite?
    A quali universi di riferimento?
    Corog dice:
    “Se finora l’identità del Nordest è stata principalmente produttiva, quando l’economia mostra segnali di stanchezza, com’è avvenuto negli ultimi cinque anni, si esaurisce fatalmente anche l’identità.”
    Allora di quali elementi deve essere composta una nuova identità collettiva?
    Marco dice:
    “La mancanza di narratori in grado di delineare i tratti fondamentali di una nuova identità del nordest è davvero preoccupante.”
    Marco si riferisce agli scrittori, che sono un tipo di narratori.
    Siamo tutti esseri “narranti”, forse gli scrittori hanno antenne più sensibili per registrare in anteprima i cambiamenti identitari, I poeti lo sanno fare benissimo con un linguaggio metaforico.
    Gli scrittori, i poeti ci obbligano a riflettere sulle identità descritte ma non le creano.
    Le identità le creano i corpi che le abitano, le creano le rappresentazioni di questi corpi…
    Vabbè, smetto di fare la maestrina polemica (ruolo che non sopporto), sono stata anche troppo prolissa ma non ho certo narrato tutto quello che vorrei…
    Mi piaceva l’idea di irrompere nella vostra discussione anche se da lontano come appartenenza territoriale e “disciplinare”, ma non amo le discipline.
    L’idea della contaminazione mi appartiene e mi intriga, fatemi sapere come va a finire, se finisce…

  11. Marco Franzoso dicono:

    Cari tutti e cara Ska,
    sono contento e d’accordo con l’idea di un incontro in un luogo fisico. L’11 novembre mi va bene. Fatemi sapere.
    Marco Franzoso

  12. Lorenzo dicono:

    Credo che il nocciolo della questione sia non solo veneto, ma italiano.
    La narrazione del veneto e dell’Italia c’è, ma mi chiedo come mai sia ancora preponderante l’immaginario connesso alla Dolce Vita e al Sorpasso di Dino Risi.
    Ha a che fare con la classe politica settantenne e col poco spazio che il mercato riserva ai trenta-quarantenni? Con la ricerca che non decolla? Col fatto che le grandi aziende italiane, a parte Fiat che si sta risollevando, sono in crisi perchè hanno agito in assenza di regole di mercato reali, o ancora col fatto che le pmi sono indicate come i soggetti adatti a fronteggiare le sfide economiche del futuro? C’entrano le manifestazioni culturali sempre troppo elitarie (non mi riferisco alle scacrosante proposte d’avanguardia e di ricerca, ma nello snobismo con cui si pongono nei confronti del pubblico)?
    Ci sono artisti contemporanei italiani che lavorano con le nuove tecnologie, ma sono riconosciuti più all’estero che qui, come mai il Veneto e l’Italia non cambiano e quando cambiano la cosa non viene riconosciuta?

  13. Andrea dicono:

    mi inserisco per la prima volta nello scambio: mi piacerebbe molto avere la lista dei 10 romanzi che Marco ci puo’ suggerire .. sono sempre alla ricerca di buone e nuove letture. Grazie e a presto
    Andrea

  14. corog dicono:

    Beh, ragazzi, quando è partita l’avventura del blog non pensavo potesse così presto prendere quota. Il viaggio si fa interessante, soprattutto per questi incontri inattesi fra economia e letteratura. A Marco Franzoso, che ringrazio davvero per avere contribuito ad arricchire la bella discussione avviata da Stefano, voglio solo dire due cose. La prima è che gli scrittori veneti del “nostro passato” – penso soprattutto a Parise e Meneghello (se non si è capito, sono vicentino!) – ci hanno raccontato storie da cui emergeva una terra con un’anima: una terra che, nel bene e nel male, ci rende riconoscibili e in cui ci riconosciamo. Dove ritroviamo i nostri valori di fondo, le idiosincrasie, le debolezze, e il nostro linguaggio. Insomma, le vicende narrate sono diventate parte della nostra storia. Che magari ci fa ridere di noi stessi, ma che ci aiuta a capire quale posto abbiamo nel mondo e ci fa sentire parte di una vita degna di essere vissuta. Il prezioso valore di un identità culturale è, io credo, anche questa. La seconda cosa che vorrei dire a Franzoso è che se gli scrittori scrivono libri, anche gli economisti spesso comunicano con lo stesso strumento. D’accordo, noi siamo più pallosi, ma un terreno comune di dialogo si può trovare se da entrambi i fronti proviamo a fare un passo avanti: per comunicare dobbiamo costruire una comunità di linguaggio. Nel Nordest c’è un’economia e una società che sta cambiando, a fatica ma sta cambiando. La mia ipotesi è che i protagonisti di questo cambiamento non siano solamente figure vuote che si agitano in un deserto morale. I dati sull’occupazione, sull’export e sul fatturato non fanno un’identità. Ma possono aiutare a capire dove si muovono le idee. E anche le persone in carne ed ossa sulle quali le idee camminano.
    Giancarlo

  15. marco dicono:

    Torno su un punto: il format. Quali generi e registri comunicativi potrebbero essere i più efficaci? Accanto ai media tradizionali, le nuove tecnologie e in particolare Internet rappresentano un ambito di fertile sperimentazione sugli strumenti legati alla narrazione. Alcuni di questi hanno riscosso grande successo di pubblico e soprattutto sono diventati oggi parte integrante del nostro patrimonio espressivo.
    I videogiochi da meccanici e semplici riempitempo (chi non si ricorda space invaders o pac man?) sono oggi macchine narrative sofisticate, con trame anche molto complesse. Da unreal a counterstrike, da the sims a secondlife i videogichi sono spazi comunicativi dove i giocatori (se ancora vogliamo chiamarli così) contribuiscono attivamente alla costruzione di vere e proprie realtà alternative. In the sims i giocatori online costruiscono nuove città e nuovi quartieri e con le loro azioni influiscono sul risultato finale (Che forma avranno le città? Che tasso di criminalità c’è nel quartiere? Posso fidarmi del mio vicino? Ecc.). In secondlife si entra comprando un appezzamento di terra virtuale sul quale si costruisce la propria casa ed il proprio ufficio e si ha disposizione un avatar (un proprio alterego virtuale) per esplorare la propria seconda vita. Il videogioco oggi rappresenta uno spunto sul quale si innesta un processo narrativo tutt’altro che scontato che coinvolge migliaia di persone. Perché non pensare anche noi ad un videogioco per raccontare il nordest? Potremmo elaborare una prima trama per lasciare poi spazio ai giocatori per costruirsi le proprie rappresentazioni.
    Per restare nel mondo di Internet, youtube.com rappresenta un caso di grande successo che merita attenta considerazione. L’idea è semplice: permettere la condivisione online di video. A chiunque. Il risultato sono 65.000 nuovi filmati aggiunti ogni 24 ore, centinaia di migliaia di video visti al giorno. La maggior parte di questi video sono autoprodotti dagli stessi utenti che utilizzano webcam e videocamere per esprimersi e raccontarsi. Rappresenta una tra i più grandi esperimenti di autonarrazione collettiva al mondo. Perché non aprire un canale su youtube e chiedere agli utenti di raccontarsi a partire da una serie di video creati come spunto iniziale? L’incredibile affermazione di un personaggio come lonenlygirl15 tutto virtuale e costruito a tavolino da tre geniali sceneggiatori di hollywood è avvenuta proprio così. Prima che si scoprisse chi c’era realmente dietro (un progetto editoriale) alla ragazza neozelandese rinchiusa in casa dai suoi genitori oppressivi, sono stati pubblicati centinaia di interventi video su youtube proprio su lonegirl15 e la sua situazione. Perché non provarci anche noi?
    Si potrebbe continuare a lungo parlando anche di blog ma questa è una storia che già conoscete.

    Marco

  16. Pingback: First Draft » Sentimenti 2.0

  17. ska dicono:

    I libri vanno letti. Giudicarli come fatto editoriale, presenza sociale, ruolo degli autori, generazioni, territori, potere rappresentativo, è legittimo: se ci si occupa di vendite, di best seller, di chi riconosce chi, di identità politiche e di elite culturali. Rischia, però, di ridurre a marginalità il corpo del libro: le storie narrate, le tecniche per narrarle. Questo è il rischio che incombe, anche, sul libro I nuovi sentimenti, edito da Marsilio, distribuito dal Corriere, curato da Bugaro e Franzoso, scritto da 15 autori, maschi. Come femmina vorrei praticare qui lo sport violento (pag.6 op. cit.) di dire come la penso: sul contenuto del libro. Il mio pensiero è molto più complesso e lungo di quanto sia leale mandare ad un blog, per cui sintetizzo. Leggendo, mi sono trovata a cambiare i titoli. Il libro lo chiamerei I nuovi scrittori, poiché di questo ci racconta: rapporto con lo scrivere, necessità assoluta di farlo, modalità con cui. I ragazzi, incluso il ragazzo Bettin, offrono una silloge di temi e di stili capaci di rappresentare quest’epoca, in cui devono stare insieme la cronaca, la storia recente, la memoria del come erano i nostri genitori e noi non siamo più, le identità, le razze e i sessi confusi, io narranti e tempi variabili, corsivi e intervalli, dialoghi televisivi e flussi di coscienza, raffinatezze, neologismi e colloquialità, scrivere-come-parli, senza ricercatezze o con la somma ricercatezza che è il qualunque.
    Insomma, una ottima antologia. Quasi da scuola. Il sentimento comune e prepotente resta quello del bisogno di scrivere. Quanto ai sentimenti che, invece, sono stati scelti per i capitoli la mia lettura li ha scambiati (è il ruolo del lettore interattivo? I nuovi lettori?). Darei il titolo desiderio a Mancassola: che sia sesso o sia scrittura, nel racconto –stilisticamente curato fino all’ossessione– si narra di desiderio, delle parole per dirlo, dei suoi atti, del suo riconoscimento. Il titolo amore l’avrei dato a Scarpa, quanti soldi costa amare, amore divorante per la scrittura, chi ama a fondo perduto? L’avventura del loro amore (quello dei nostri genitori) carico di incertezze sulle identità. Amore non coraggio. Il titolo di Bugaro, desiderio, l’ho dato a Mancassola. E a Bugaro darei il titolo di Garlini, identità: che non si risolve nella metafora, debole, del documento rubato ma è più felicemente dipanata nella ricerca di sé come scrittore e come maschio rispetto alle ragazze. Questa seconda versione del trovarsi una identità potrebbe anche prendere il titolo di Ferrucci, solitudine ed è, poi, il tema caro a Bugaro, quello sviluppato con maestria nell’ultimo romanzo. Diciamo qui, e per tutti, che i racconti mi sembrano anche esercizi da camera, allenamenti che preludono ai romanzi (chissà se ne sono, o ne sono stati, l’anticamera?). L’amicizia di cui parla il romanzo di Bugaro (e che tiene insieme i 15 autori) lo affiderei, come titolo, a Bellotto che invece ha scelto tradimento: alla fine ne restò solo una del suo gruppo studentesco, la Mara storpia che cammina a pasodoble, figura bellissima, di quelle che si prendono la scena del libro, insieme a Vanishing74, l’anoressica di Franzoso. E già, lo dico alle mie colleghe di genere (sessuale, non letterario), basterebbe questo a dominare il libro dei soli maschi: che le figure giganti uscite dalle loro penne sono solo donne (i maschi si arrabattano coi sentimenti). Amicizia, lo ammetto, sta bene anche a Mozzi, il giro di blog è soprattutto un giro di amici. Anche se i sentimenti più suggestivi di cui ci narra mi sono parsi la solitudine, la virtualità (irrealtà) e la dipendenza, Che siano tecnologie o alcool è una declinazione dei tempi, una combinazione di vecchio e nuovo. Anche l’odio di Bettin è un titolo abbastanza azzeccato: tuttavia, anche il dolore starebbe altrettanto bene e perché no, l’identità, che nella madre fatta suora, raggiunge suggestioni altissime: l’indicibile dolore della più radicale negazione, peggio che vanificarsi. Ecco: un’altra gigantessa, narrata dai maschi. Dolore, invece, non è il titolo che avrei dato a Franzoso: il sentimento della negazione dilaga, Vanishing, il nome fa la donna. Che farsi scomparire sia doloroso, che costruire il contatto con la volontà di assenza sia doloroso, è innegabile. Ma il dolore di vivere ‘che spesso ho incontrato’ non sembra proprio un sentimento così nuovo (cfr. Pavese): come non è nuova la depressione di Bellotto che chiude, a sorpresa, una narrazione sull’amicizia che si è intitolata tradimento. Un’altra protagonista femmina viene fuori dalla precarietà di Fassina, titolo particolarmente azzeccato e finale perfetto da racconto breve: un figlio precario, l’ossimoro per eccellenza, frutto di tutto il resto tranne che di un amore condiviso. Episodi e linguaggio prosaici, usati ad arte per mettere in risalto il colpo di scena conclusivo, un fatto che scuote dopo tanta ordinaria banalità. Mi fermo qui, ho spiegato come la penso, senza dover parlare di tutti e applicare a tutti il meccanismo dei titoli scambiati. Dico, se non si è capito, che il libro mi pare buono perché fa ragionare sui sentimenti, raggiunge lo scopo dichiarato. E’ buono perché è scritto bene, talvolta benissimo, e fa ragionare sulla qualità degli scrittori (veneti e maschi, ma questo è secondario).
    E’ buono perché coinvolge e soddisfa, mantiene vivo il sentimento (non nuovo) che si chiama piacere della lettura. E, alla fine, i libri vanno letti.
    SKA

  18. anordest dicono:

    Due cosette:
    a) il meeting dei quarantenni era partecipato soprattutto da cinquanta/sessantenni che erano giovani quando io ero giovanissimo! Ricordo solo che, ad esempio, Giancarlo Galan è stato Presidente della Giunta regionale veneta a 39 anni. Che l’attuale vice presidente, Luca Zaia, è nato nel 1968 o giù di lì. Che i direttori di alcuni quotidiani locali sono quarantenni e che anche molti presidenti di imprenditori, artigiani, categorie sindacli e professionali sono quarantenni. Non è, piuttosto, che questi quarantenni siano i ventenni degli anni ottanta? Chi ha orecchie per intendere….
    b) Chi l’ha detto che non sono stati scritti libri sul Nordest e sul carattere e il temperamento del Nordest di oggi. Sfido i frequntatori di questo sito a citare il titolo del mio libro e qualcosa che ha letto all’interno di esso!!!
    Dai, professorini quarantenni, non vorrete mica continuare a credere che La Napoli/Gomorra è la vera Napoli o che Bari è quella di Cenci e Catania robetta da Melissa P.
    Quello si chiama marketing editoriale, non altro. Ma già, avevamo vent’anni negli anni ottanta. Che sfigati che siamo stati! Siamo nati in troppi negli anni sessanta!

  19. marco dicono:

    Va bene la cultura no-marketing, ma comunicare almeno titolo e nome dell’autore del libro incentiva la lettura.

    Marco

  20. Lorenzo dicono:

    Suppongo che chi scriva non sia Naomi Klein in una fase transgender…

  21. @Nordest dicono:

    Quella di Lorenzo è una frasa buttata lì. A che serve? E’ chiaro che chi scrive non l’hai visto in televisione. Purtroppo non “ho viaggiato in Nord America, Asia ed Europa alla ricerca delle radici del movimento antiglobalizzazione”. Io sono un liberal neo-protezionista non un liberal libero scambista global e, quindi, no-global. Transgender non è male. Ma ci siamo mai conosciuti, caro Lorenzo? E allora perché impostare il tutto sui caratteri personali e non sull’argomento del dibattito. Hai mai letto il DSM?
    Marco il libro si intitola: “Il nuovo Nordest – divulgazione e suggestioni su Dio, lavoro e famiglia del Veneto, Friuli-Venezia Giulia (quando ancora c’era il trattino) e Trentino-Alto Adige(col trattino)/Su(umlat)dtirol”. Edizioni Ergon. Autore Antonio Gesualdi. Non lo troverai in libreria, piuttosto in qualche buona biblioteca. Sono anticipati tutti i dibattiti dell’attualità (sadomonetarismo europeo, strutture famigliari (col “gl”), protezionismo/non protezionismo, delocalizzazione, imprenditori o intraprenditori – ovvero figli cadetti – economicismo e pensiero unico…) predetti, però, nel 2000.
    Più transgender di così :-))))…….

  22. Lorenzo dicono:

    Caro Antonio, non credo ci conosciamo. Solo, ci avevi lasciato con la curiosità di conoscere il titolo del tuo libro. Tutto qui. Il resto sono allegre boutades.

  23. Matteo dicono:

    Volevo riprendere il commento di Giancarlo dell’8 Ottobre (che tra l’altro è anche il mio compleanno!!!) perchè mi è tornato alla mente leggendo questo interessante articolo su Affarie Finanza. E’ paradigmatico di un certo modo di fare energia in Italia (tubi e condotte da controllare con la rendita, anzichè dispositivi innovativi ed intelligenti) e dice molto circa “il dare nuovo senso allo sviluppo”.

    Robur e la caldaia risparmiosa costruita su un brevetto di Einstein

    GIORGIO LONARDI

    L’idea nasce da un brevetto di Einstein scovato a Evansville, nell’Indiana, dentro gli archivi di Dometic, società acquisita dal gruppo Robur negli anni ‘90. Per anni i tecnici della stessa Robur, guidati da Benito Guerra, fondatore della società nel lontano 1956, hanno lavorato su quelle carte. Lo scopo: progettare e costruire una macchina (in realtà sarebbe riduttivo chiamarla caldaia) capace sia di riscaldare sia di refrigerare con un’efficienza nettamente superiore agli altri sistemi in uso. Risultato raggiunto: il sistema GAHP (Gas Absorption Heat Pump) di Robur lanciato nel 2004 grazie alla sua capacità di assorbire calore dalle fonti naturali (acqua di laghi, fiumi, falde o dal terreno) «consente un risparmio energetico sino al 50%-60% superiore alle caldaie a metano ad alta efficienza o del 40% circa su quelle a condensazione», spiega Guerra.
    Insomma, le caldaie Robur, (utilizzate soprattutto all’estero in complessi residenziali, capannoni industriali, alberghi e ospedali) con il risparmio sul riscaldamento conseguito in inverno consentono una refrigerazione estiva sostanzialmente gratuita. Non c’è male per un paese come il nostro che nel 2006 ha pagato una bolletta energetica di 48 miliardi. Senza contare che le «pompe di calore» fabbricate da Robur non utilizzano refrigeranti sintetici nocivi per l’ambiente. E allora?
    In realtà basta osservare i conti della società lombarda (ha sede a Zingonia vicino Bergamo) per rendersi conto dell’arretratezza della politica energetica del Bel Paese. Certo, il giro d’affari di Robur continua a crescere: 36 milioni nel 2006 che passeranno a 41 milioni alla fine di quest’anno anche grazie al forte investimento in ricerca (7% dei ricavi). Eppure a fare la parte del leone, assorbendo la quota più rilevante delle caldaie GAHP, sono i mercati esteri: Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Francia, Croazia, Germania e Giappone e da ultima ma solo in termini temporali la Cina. L’unica eccezione è la provincia di Bolzano dove pompe di calore a marchio Robur vengono acquistate da privati e enti pubblici.
    «È incredibile», osserva Benito Guerra, «che gli enti pubblici del nostro Paese non colgano al volo l’opportunità di risparmiare da subito una risorsa tanto costosa come il metano per gli asili, le scuole, gli ospedali, gli uffici». A Guerra, però, manca un piccolo elemento per essere soddisfatto. Le GAHP, infatti, consumano ancora una piccola quota di energia elettrica. «Da tempo», replica il patron di Robur, «stiamo facendo delle sperimentazioni con l’università per sostituire l’elettricità con l’energia solare. Siamo fiduciosi: prima o poi ci arriveremo. E allora mi considererò felice».

  24. sf dicono:

    Immaginate un centro medio del Veneto diffuso. Venticinquemila anime, quattromila nate in terre straniere. E’ una locomotiva questo centro, una delle tante che trascina in avanti il nord-est. Contabilizza miliardi di euro ogni anno ma sbuffa nell’aria enormi nubi di solventi, un’odore che marca il passaggio lungo l’autostrada per Milano e piscia sali in fondo alla pianura come se gli abitanti fossero un milione anziché qualche decina di migliaia.
    Vi è stato un tempo in cui pensavo che tutto questo fosse profondamente sbagliato, che si dovesse “cambiare il modello di sviluppo” come si diceva. Ma pian piano quel modello è apparso nelle sembianze di carne e ossa, di nomi e cognomi, di anime appunto, ne meglio ne peggio della mia. E’ iniziata così la mia biografia politica nel tentativo di dare un “senso allo sviluppo” e oggi che di quel centro medio sono sindaco combatto la noia degli stereotipi sulla locomotiva.
    Allora perché non innervare l’intricato meccanismo della macchina a vapore per migliorarne il rendimento ambientale? Perché non introdurre dosi di immateriale tra le pieghe del tessuto di imprese, istituzioni, enti locali, tipico dell’economia nordestina, generando sostenibilità ambientale? Oggi ci sono più menti al lavoro per questa che dentro la grande fabbrica senza mura. E, pur correndo, la locomotiva sbuffa, puzza e piscia sempre meno. Ma nessuno la racconta questa storia.
    E’ piena di contraddizioni la terra veneta. Il terzo Veneto non può che far leva sul secondo. Riconoscendolo non come un sistema produttivo incompiuto, per il suo nanismo dimensionale d’impresa, ma come una delle tante vie europee allo sviluppo. Un sistema che attinge da larghe riserve di capitale sociale, che oggi cerca luoghi dove crescere e rappresentarsi. “Dare senso allo sviluppo significa dare nome e prospettive alle cose buone che possiamo fare con le risorse accumulate grazie allo sviluppo” (prendo le citazioni dal commento di corog del 7 ottobre 2006).
    Trevisan o Carlotto o Marinelli? In realtà dopo i padri (Meneghello, Parise, Comisso) la cultura ha preferito voltare le spalle perché la storia non avrebbe dovuto andare così. Per le premesse ideologiche degli anni settanta il Veneto doveva fare un’altra fine. La sua sopravvivenza, la sua sorprendente crescita, è una palese violazione dei grandi racconti, dei paradigmi economici e sociali. Ma nella storia la verità non la fanno i paradigmi ma quanto procede e si evolve. Nessuna sorpresa quindi che manchino i cantori, salvo, mi si permetta, l’amatissimo Zanzotto. Per questo il panorama si presenta oggi vergine e quasi lussureggiante. Pullulante di idee che si cercano. L’identità sta attendendo che si incontrino.

  25. Massimo Benvegnù dicono:

    Trovo questo dibattito molto interessante, soprattutto per l’avvenuto incrocio tra due realtà – economisti e narratori – che difficilmente hanno modo d’incontrarsi. Mi sembra che i punti salienti degli ‘economisti’, le loro richieste al mondo creativo si possano riassumere così: «il Veneto è cambiato, abbiamo bisogno di riconoscerci nei tratti fondamentali di questa nuova identità, ma non è ancora arrivato il libro/film che sia riuscito a raccontarli».
    Dal canto suo, Franzoso ha giustamente fatto notare che gli scrittori che parlano del NordEst ci sono – ma a giudicare dalle reazioni, gli ‘economisti’ non sono ancora soddisfatti, come non sono soddisfatti che l’immagine del NordEst sia ancora legata a “Libera nos a Malo” o a “Signore e signori”.
    Mi permetto però una provocazione: se è vero che c’è una nuova generazione di imprenditori/economisti/creativi a NordEst, che ha studiato all’estero, parla le lingue, conosce il mondo, ha gli stessi usi e consumi dei suoi coetanei di Anversa o di Chicago, e non è più infognata nel “tridente nordestino casa/chiesa/lavoro”, a cosa serve raccontarla? Lo spunto d’interesse non diventerebbe ancora una volta quello alla ‘Schei’, ovvero – il nonno non ha neanche fatto le elementari, e ha messo su un impero, però il nipote si è laureato in Film Studies al St. Martin’s College?
    La raggiunta ‘normalità’ di una classe creativa/dirigente in questo caso mi sembra un evento interessante dal punto di vista narrativo solo se paragonato all’environment da cui esce – da un Italia bigotta, ipocrita e mafiosa son riusciti ad uscire menti illuminate che sanno dare del ‘tu’ all’Intellighenzia mondiale. Ma visto che del Veneto contadino e arraffone alla Germi non se ne vuole più sentir parlare, cosa resta da dire?
    Mi ripeto, è una provocazione.
    Saluti,
    Massimo

  26. vladi dicono:

    E che provocazione Massimo 😀
    Provo a interpretarla, spero tu non me ne voglia se la stiracchio un po’: oggi che anche il Nord Est e’ world class (impresa world class, creativi world class, va di moda ultimamente) e’ inutile andar a cercare i nuovi Rigoni Stern. Siamo uguali a tutti gli altri posti “moderni” quindi non val la pena cercar di narrarci.
    I nostri motivi di orgoglio raccontati dai “vecchi” citati nel post e le nostre vergogne raccontate da Stella erano espressione di un posto diverso, nel bene o nel male. Che vogliamo raccontare oggi dato che il mondo vecchio e caro non c’è piu’ e, vivaddio, anche le cose più brutte da leggere e sapere stanno scomparendo?
    Ti dico la mia. Credo che varrebbe la pena raccontarlo il nuovo Nord Est se fosse moderno, creativo, avanzato ma avesse allo stesso tempo qualcosa di unico, di suo, un suo specifico. E’ vero che la nostra classe dirigente/creativa parla con quella di Anversa o Chicago, ma se solo avesse dei tratti suoi sarebbe il caso di raccontarla.
    Io ho la sensazione che ne valga la pena, che ci sia una trasformazione che procede su binari diversi che va fotografata e raccontata. Credo che ci sia uno specifico da narrare e delle trasformazioni da raccontarci per capirci. Molti luoghi moderni e apparentemente uguali agli altri hanno in realtà la loro unicità e i narratori delle loro vicende dell’oggi. NY ha McInerney, De Lillo o Spike Lee. Non parlano solo della città ma della societa’ e delle trasformazioni che la percorrono e che le danno un’anima e una forma.
    Forse dovremmo iniziare a pensarci anche qua.

  27. Dici bene, bisogna trovare proprio quel «qualcosa di unico, di suo, un suo specifico».
    Se chiedi a chi racconta per mestiere, regista, scrittore, fumettista, paroliere o che altro, ti chiederanno subito:
    ‘dov’è la tensione?’
    (per McInerey era il famoso ‘miliardo e infarto a 30 anni’, per Spike Lee le frizioni razziali di Brooklyn, etc.)
    Giustamente, visto che ce la menano da 40 anni con il solito stereotipo del veneto affarista bigotto e arraffone, siamo un po’ stanchini di usare sempre questa come ‘scusa narrativa’ (la mia provocazione della generazione world class che arriva dalle radici contadine).
    Ma quindi dov’è la ‘tensione’ nella nuova generazione di Nordestini? La loro unicità, il motivo che li renderebbe interessanti come topos narrativo per un libro o per un film?
    Non ci resta che tenere gli occhi ben aperti e osservare…

    Massimo

  28. Lorenzo dicono:

    Parto da un banalissimo concetto di base: che nel Nordest si crea circondati da una qualità della vita impensabile altrove, Venezia, ma anche Padova, Verona, Treviso sono città architettonicamente belle e interessanti, lo è il cibo, l’eleganza delle persone. Lo è meno l’apertura mentale della gente; spesso, ma non sempre, si tratta di individui non più giovani.
    Io esco di casa e ogni giorno vado a lavorare in VIU o alla Giudecca, splendidi posti in cui, devo dire, anche l’apertura mentale dei colleghi è all’altezza del paesaggio. Poi mi scontro con la chiusura intellettuale di istituzioni, politici e aziende locali.
    Credo sia soprattutto questa contraddizione da raccontare: essere circondati, forse schiacciati da bellezza e qualità, e non riuscire a produrne di nuova.
    In un passato commento parlavo della capacità degli stilisti inglesi di reinventare rinascimento e settecento, senza tabù alcuno e con spirito iconoclasta e punk. Qui sembra che ci siamo seduti su genio e cultura passati, più per assuefazione che per timore reverenziale del passato.
    Certo il nordest dei capannoni non è bello come le città e i paesaggi veneti, ne sono consapevole.
    Io credo che serva una scossa, che siano in molti a pensarla come me e che vadano messi in rete e messi nelle condizioni di contare qualcosa.

  29. Raccolgo la provocazione di Massimo, riflettendo soprattutto sul concetto di “raggiunta normalità”. Io abito a Rovigo, senza dubbio fuori da qualsiasi triangolo produttivo o esagono della creatività. C’è però un fattore da evidenziare in quel nordest ad oggi tanto messo in discussione: la cultura dell’obiettivo.
    Analizzando in più occasioni casi innovativi di creatività italiana, ci siamo accorti (lo notavamo di recente con Stefano Micelli) che l’approccio alle nuove leve competitive è vissuto con molta meno apprensione al sud, è invece un nord molto restio quello che si può tratteggiare con un’analisi sommaria. Questo darebbe ulteriore linfa alla tesi di un nord spompato, in crisi, che cerca si spingere ma non trova la terra sotto i piedi, perchè la terra è altrove. Io non credo sia cosi, ho una convinzione personale (quella di un 23enne che prova a capieci qualcosa anche in un post cosi di livello), credo che il nordest abbia molto da dire, che i nonni con la schiena curva siano orgogliosi dei loro nipoti poliglotti e “wit”, e credo che quei nipoti abbiano capito una cosa da questi ambienti cosi profumati di terra e figli di una regola che non ammetteva eccezioni: più ore stai con la schiena chinata, più pane ci sarà sulla tua tavola. La lezione che ci siamo portati in america, ma anche a Milano, è legata alla sensazione di una rivincita da prendere, di un nonno da vendicare, di un modello da replicare perchè sappiamo essere vincente. Prima di arrivare ai nipoti i padri hanno portato esempi di eccellenza a livello impresa trasformando in maniera assolutamente vincente aziende solo ed esclusivamente manifatturiere portando elementi e capacità nuove ad un nordest ancora florido e produttivo. I nipoti hanno sulle spalle il peso dell’incertezza e devono rispondere con la creatività, i dubbi di un domani sempre più da pianificare ma paradossalmente sempre meno prevedibile. Ecco perchè può venire in aiuto quella lezione, quel ricordo pesante che ispira. Vale la pena di raccontarci perchè noi la creatività e tutte le altre leve di postfordismo le implementiamo su un modello solido, ragionando su un postfordismo come innovazione incrementale, prosecuzione logica, non come una rivoluzione in cui per lavorare si parte dalla creatività. Ce lo siamo detti più volte, non è detto che siamo tutti cosi pronti per modelli di postfordismo slegati in cui il materiale è un fattore laterale e in via di estinzione. Siamo tutti convinti di dover ragionare sulla conoscenza, ma il modello veneto, a mio avviso, sbaglierà meno perchè proverà ad inserire delle novità in un contesto radicato. Ci serve più innovazione, e dobbiamo rischiare un pò di più, ma è mia convinzione che il concetto di “saper sudare” sia necessario anche nell’economia della conoscenza e forse noi possiamo essere i migliori knowledge workers che sudano, presunzione o utopia, realtà o possibilità, sarà il tempo a dircelo, di certo non siamo morti e di certo abbiamo voglia di affrontare queste nuove sfide, continuiamo a guardare avanti, ma non stacchiamo lo specchietto retrovisore, il nonno è ancora la a ricordare una lezione importante.

    Giorgio Soffiato

    p.s chiarisco l’affermazione sul sud per evitare qualsiasi rischio: abbiamo notato che al sud la “propensione a buttarsi” e l’orientamento alla creatività sono molto maggiori, questo porta alla nascita di molti più progetti creativi rispetto al nord, il mio ragionamento discute l’evoluzione di questi con e senza basi solide di eccellenza nella produzione sotto, vedremo come andrà a finire

  30. Mi piace l’osservazione di Lorenzo: in fondo è la ‘sindrome di Calatrava’ (dall’epopea del famigerato ponte…), l’incapacità di dare il proprio contributo su un territorio che ha già così tanto, soprattutto dal punto di vista delle bellezze artistiche ed architettoniche.

    @Giorgio: era quello che affermavo nella mia provocazione, cioè che quello che ci rende diversi e quindi raccontabili sono ancora una volta le nostre radici. Ma non cercavo consensi, anzi! Troppo facile… sarebbe bello trovare qualcos’altro da raccontare, proprio per non cadere nella solita trappola alla ‘Schei’, ormai diventata macchiettistica…

    Il Sud scommette sulla creatività con più leggerezza? Ci credo, basta citare Bob Dylan (o la battuta del Titanic che riprendeva la sua frase): “when you got nothing, you got nothing to lose”! L’estate scorsa ho collaborato ad un evento cinematografico in Basilicata, dove farsi recapitare un DVD dall’UPS è un’impresa, e quando ho enumerato i multisala del Veneto han strabuzzato gli occhi…

    Massimo

    PS Non so se il buon Franzoso ha poi spedito la lista dei 10 libri da leggere, ma io sto rimuginando da un po’ su quali sarebbero i dieci film che hanno un po’ rappresentato il Veneto (e i veneti) nel cinema italiano, qualcuno ha voglia di ragionarci su? Io qualche idea me la son fatta, se interessa ve la posso passare.

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