Identità Post Fordiste

Parto da un pretesto: il meeting dei quarantenni che si è tenuto a Vicenza nei giorni scorsi. All’ordine del giorno c’era la creazione di una classe dirigente fatta di giovani (?) capaci di riprendere in mano il futuro del Nord Est. Non entro nei risultati dei seminari, dei workshop, delle assemblee plenarie. Provo a rendicontare una sensazione che nei due giorni di confronto ha preso forma in modo compiuto: la difficoltà della nostra generazione di costruire un’identità al di fuori dell’economico.
Premetto che capisco benissimo il problema. La generazione dei quarantenni (che poi è la mia) è stata quella che ha davvero beneficiato della crescita economica del Nord Est: non solo dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista della legittimità politica e culturale che il modello economico nordestino ha saputo garantire a chi ne è diventato la voce. Piccoli imprenditori, analisti economici, professori universitari hanno vissuto e descritto una realtà tumultuosa, in cambiamento, piena di sfaccettature. Una realtà da capire perché capace di competere ad armi pari con modelli economici più evoluti e più attrezzati. Una realtà politicamente in crescita, rivendicativa, per molti aspetti spinosa, certamente difficile da aggirare.
Il problema è che oggi questa identità costruita su un modello economico (o ancora peggio su un modello produttivo) mostra la corda. Le classi dirigenti non si limitano a fare impresa; fanno politica e fanno cultura. Per superare un individualismo tutto concentrato a fare sospensioni, maglioni, sedie, tavoli, scarpe da ginnastica, bisogna che qualcuno racconti la storia di tutti, che qualcuno si impegni nella costruzione di un orizzonte di senso condiviso. E qui, il quadro si complica. Il nostro mondo è stato messo in scena oscillando pericolosamente fra collane di studi monografici sui successi di imprese e imprenditori (versione aggiornata delle vite dei santi che mia nonna sfogliava prima di andare a dormire) e trasmissioni televisive che hanno colto i fermenti più caricaturali della trippa nordestina (memorabili alcune trasmissioni del conduttore Santoro). Insomma, nulla a cui una persona senziente possa appigliarsi durante una conversazione fra pari. Nulla che possa assomigliare a un riferimento per classi dirigenti.
Una diagnosi che mi sento di fare è che ci manca un libro, un romanzo, che ci rappresenti e ci dica chi siamo. Senza far torto ai tentativi di alcuni giovani scrittori nostrani, a questa generazione manca una storia a cui appigliarsi per vivere il quotidiano sentendosi parte di qualcosa. Specifico che il problema riguarda il Nord Est. Non riguarda, per esempio, tante metropoli del sud. La Napoli/Gomorra descritta da Saviano è un campo di battaglia, ma è anche vita, passione. Anche la Bari dell’assistente universitario Ugo Cenci è un mondo fuori controllo, ma certo non annoia (Apocalisse da camera di Andrea Piva). Vale lo stesso per l’incredibile Catania descritta da Melissa P.
Mi chiedo perché il Sud sia capace di produrre storie interessanti mentre da noi latitano storie e talenti narrativi. Un’azzardatissima interpretazione basata su variabili economiche potrebbe discriminare fra due modi diversi di affrontare il post industriale. Nel Nord Est il passaggio ad un’economia senza produzione ci lascia orfani di fabbriche e, soprattutto, di virtù cardinali saldamente ancorate alla tradizione. La ricchezza degli ultimi vent’anni non aveva mai messo in discussione l’ordine morale pre-industriale, anzi. Quando questo è successo, quando la scienza, la tecnica, il progresso hanno sopraffatto la cultura popolare le conseguenze sono state disastrose (come ci racconta Paolini a proposito del Vajont). La continuità (o meglio, la rappresentazione della continuità) è stata a lungo proposta come un punto di forza di queste regioni.
A Napoli, a Bari, a Catania l’oggi è un caos strabiliante, da descrivere prima che da giudicare. Nei giovani narratori del sud non c’è il pudore reticente di chi sente di tradire la sua storia. Non c’è un’eredità morale da preservare e la narrazione ne guadagna. Il Saviano di Gomorra descrive l’ordine economico del Sistema in un presente ultra-liberista (assolutamente “post”) dove imprenditori senza alcuna inibizione si azzannano come I dinosauri del “Mondo perduto” di Spielberg. E’ un mondo feroce, ma terribilmente vitale, che ci terrorizza, ma che ci fa anche ridere, che ci appassiona.
Perché noi siamo diventati tanto noiosi? Ho due ipotesi plausibili. La prima è che, forse, siamo molto meno post-fordisti di quello che abbiamo raccontato. O forse (e questa è la seconda ipotesi, quella per cui io personalmente propendo) perché non abbiamo ancora trovato il coraggio di raccontare davvero chi siamo.

PS. Ho letto con entusiasmo la proposta di Seganfreddo sull’ipotesi di un percorso visuale “verso il terzo Veneto“. Prima di raccontare abbiamo bisogno di imparare a guardare. Mi pare un buon inizio di fisioterapia identitaria.

Stef

Questa voce è stata pubblicata in Nuove identità. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

30 Responses to Identità Post Fordiste

  1. Pingback: First Draft » Sentimenti 2.0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *