Gli artigiani digitali potrebbero salvare l’Italia

 

Tobias Bayer, Die Welt, 1 luglio 2014

L’economia in Italia soffre del fatto che le piccole imprese non riescono a sostenersi sulle proprie gambe. Tuttavia, molte aziende stanno scoprendo la stampa 3D e, quindi, prospettive di sviluppo completamente nuove.

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E’ l’Italia in miniatura.L’isola di Murano vicino a Venezia si trova a soli 1,2 chilometri quadrati.E’ famosa per il suo vetro soffiato mondo.500 imprese, per lo più a conduzione familiare, si affollano sull’isola in spazi ristretti.Molti sono divisi, si parla ma poco con l’altro; secolari segreti sono custoditi in modo geloso.I tempi sono duri.I cristalli vengono realizzati da sempre meno aziende, i componenti di vetro per lampade non sono più molto richiesti.Il lavoro costa molto, il gas per i forni è caro, logistica è complicata.Sull’isola regna la tristezza.

La fornace incontra la stampante 3D

Murano deve reinventarsi, come l’Italia.Il la fornace del vetro soffiato Salviati, undici dipendenti, fondata nel 1859, ha sperimentato con impegno.Con un design contemporaneo e tecnologia moderna.Rhizaria è il nome di una lampada dal design audace: un vetro colorato che sembra una bottiglia rovesciata, e una maglia tessuta con nylon bianco.La rete, che ricorda una struttura cellulare, è fatto di plastica.Con una stampante 3D il soffiatore di vetro incontra il polimero, la fornace incontra le stampanti 3D.

“Ci siamo chiesti, ‘Come può essere il futuro”, dice Dario Stellon, che gestisce l’operazione.”Abbiamo cercato di unire i due mondi di vetro e plastica.”Stellon rappresenta la quarta generazione di una famiglia di soffiatori del vetro e ha visto da vicino gli alti e bassi del settore.La società di famiglia è stata venduta.

L’ultimo decennio egli descrive come una “crisi epocale, peggio che nel 19 ° secolo.”Era necessario un ripensamento: Murano deve uscire dell’isolamento.Stellon dice: “Abbiamo bisogno di aprire nuovi orizzonti.”

Anche il gioiello esce dalla stampante

Per Salviati e Stellon è il nuovo orizzonte è HSL.L’acronimo sta per “Hic sunt leones”, dal latino “Qui ci sono i leoni”.Così Ignazio Pomini ha battezzato la società, che ha fondato a Trento nel 1988.Il vecchio detto si adatta Pomini.Egli è uno che crede in se stesso e rompe le regole.

L’imprenditore stava leggendo la fine degli anni ’80 in una rivista americana un articolo su Charles Hull, chiamato “Chuck”.Hull è il co-fondatore della società ” 3D Systems” e uno dei pionieri della stampa 3D.

“In quel momento abbiamo deciso che cosa doveva rappresentare il cuore della nostra azienda”, ha detto Pomini.Riuscì a trovare una stampante 3D, il primo in Italia.La scommessa è partita.L’HSL società, che produce componenti per l’industria automobilistica, ha lanciato oggi una linea di lampade e oggetti di design che si chiama “exxnovo”, e anche gioielli, con il marchio “Bijouets”.

Tutto in plastica, realizzato con le stampanti 3D che sono allineati sul pavimento della fabbrica di HSL.Il fatturato annuo ammonta a € 6.000.000.

Dal 2013 HSL sta lavorando con la vetreria Salviati. Altre aziende dovrebbero aggiungersi. Le nuove partnership non sono facili perché sono numerose le riserve espresse verso questa nuova tecnologia, dice Pomini. “Si tratta di due galassie distinte. Nonostante la stampante 3D sia oggi un prodotto mainstream, sono in molti a considerarla un oggetto fuori dalla realtà, un nemico, forse anche il diavolo. ”

Marmo, pietre e vestiti

Pomini è sicuro di farcela con la sua promozione.Un falegname in Alto Adige è già diventata partner; imprese del settore del cuoio e ceramica stavano preparando progetti in comune con HSL.”Ma guardiamo anche con grande interesse nel mondo del marmo, delle pietre e dei vestiti”, dice Pomini.

L’era delle stampanti 3D offre all’Italia interessanti prospettive.Le piccole e medie imprese sono la spina dorsale dell’economia italiana.Il 60 per cento della popolazione attiva è impiegato da imprese con meno di 20 dipendenti.Questo modello, che ha funzionato bene in passato, porta con sé alcuni svantaggi.Le mini imprese non riescono ad investire nella ricerca per ampliare la propria gamma di prodotti e di assumere persone di talento. Le stampanti 3D possono essere almeno in parte una risposta a questi problemi.Esse possono essere utilizzate costruire prototipi a prezzi ragionevoli.Gli oggetti possono essere prodotti su misura in modo estremamente preciso.I nuovi materiali permettono nuovi linguaggi formali.Ultimo ma non meno importante, si modifica la produzione.Invece di fare tutto da soli, su su internet si cercano soluzioni comuni.Principi come “open source” e “sharing economy” si fanno strada nelle professioni tradizionali.

Il modello è il MIT

Il teorizzatore del nuovo artigianato è Stefano Micelli.Il professore di economia presso l’Università Ca ‘Foscari di Venezia parla di “Artigiani digitali “.Punta su una nuova generazione che dia all’artigianato italiano una scossa, combinando l’antica arte della manifattura con nuovi strumenti come la stampante 3D.

“Le nuove tecnologie consentono una flessibilità nella produzione e un livello di personalizzazione dei prodotti fino ad oggi sconosciute”, ha detto Micelli.Gioielli, abbigliamento, automobili e macchine utensili sono stati effettivamente potevano essere realizzati su misura anche in passato.”Ma questo era un privilegio per pochi”, dice Micelli.”La rivoluzione della manifattura digitale sta cambiando questo aspetto in maniera radicale”.

In Italia si è formato un movimento dell’”artigianato digitale”.Sulla scia del “Made in Italy” si fanno chiamare “Make in Italia”.Nel paese spuntano “FabLabs”.Con “FabLabs”, si intendoe “laboratorio di fabbricazione”, officine hign tech aperte a tutti.

In questi ambienti, privati, aziende o scuole possono usare le stampanti 3D, macchine a taglio laser o macchine a controllo numerico.Il concetto è nato al MIT di Boston.

Sponsor di spicco dell’industria e dei media

Secondo Andrea Danielli, portavoce dell’Associazione “Make in Italy” ci sono più di 20 di tali FabLabs in Italia.Si prevede che il numero aumenterà rapidamente; alla fine dell’anno, saranno attive circa 60 iniziative.

Non si condivide solo lo spazio, ma anche le idee. “Ci scambiamo idee su Facebook “, dice Danielli.Il gruppo “Fabber in Italia” attualmente ha 3300 membri.Ci sono sponsor importanti dietro questa iniziativa, tra cui l’industriale e magnate dei media Carlo De Benedetti.

Che non si tratti solo di chiacchiere lo dimostra l’esempio del FabLab Reggio Emilia fondato dall’architetto Francesco Bombardi, tornato da Amsterdam per fondare il nuovo laboratorio.Per il suo progetto, ha scelto la città di Reggio Emilia.Nel frattempo, il suo laboratorio è ospitato in un museo di arte contemporanea.

Nei diciotto mesi dopo l’apertura Bombardi ha già una serie di risultati da raccontare: più di 40 prototipi sono stati completati nel 2013, ha ospitato 2.350 visitatori.

Macchine del caffè grazie alla stampante 3D

Nel Fab Lab si organizzano workshop regolari le aziende possono verificare le possibili applicazioni.”Per noi, c’è un clima di pensiero trasversale. Questa è attraente per le imprese, perché possano uscire dai sentieri già battuti”, afferma Bombardi.La società ha portato Redox al FabLab Reggio Emilia un potenziale bestseller.

I creativi di Bombardi hanno armeggiato con una stampante 3D per produrre una macchina per il caffè futuristico.Di plastica giallo squillante, economica ed ecologica.Ora Redox sta cercando di portare il prodotto sul mercato.Anche uno che ha dei partecipanti alle attività del FabLab è già felice.È stato assunto da Redox.

 

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Oltre l’Electrolux: Pordenone Laboratorio per una nuova competitività industriale

Electrolux: non vogliamo lasciare Italia

E’ sempre più evidente che la vicenda Electrolux non riguarda solo una grave crisi aziendale, ma il destino industriale del nostro Paese. Diventa perciò necessario uno sforzo straordinario per comprendere le ragioni di questa crisi e trovare le soluzioni per superarla. In tale prospettiva è utile tornare sulla proposta avanzata dagli Industriali di Pordenone e troppo presto abbandonata con l’esplodere della crisi Electrolux. Il documento “Laboratorio per una nuova competitività industriale” metteva subito in chiaro un punto: se vogliamo favorire un nuovo ciclo di investimenti e salvaguardare l’occupazione, è necessario superare gli ostacoli di natura ideologica che bloccano la partecipazione dei dipendenti al capitale di rischio delle imprese e organizzare un sistema più efficace e responsabile di welfare locale. Tutto questo avendo la consapevolezza che è inutile, e forse anche sbagliato, attendersi da Roma una risposta alle tante crisi che colpiscono imprese e lavoratori. Se è il territorio a pagare il conto della crisi, è innanzitutto sul territorio che si deve organizzare la capacità di risposta. Senza timori di guardare in faccia un problema che la globalizzazione ci ha messo davanti con inesorabile chiarezza: la necessità di ridurre il costo unitario del lavoro attraverso interventi sulla struttura del salario, l’organizzazione del lavoro e, soprattutto, la crescita della produttività. Tuttavia, mentre gli interventi sulla produttività si dispiegano nel medio periodo e richiedono azioni anche esterne all’azienda, la riduzione del costo del lavoro può essere effettuata subito intervenendo su oneri contributivi, sgravi fiscali, straordinari, orari, loro distribuzione e durata. La posta in gioco non è qualche punto di salario, ma il lavoro stesso. In questo senso, una novità di rilievo è la proposta di aprire il capitale delle imprese alla partecipazione dei lavoratori, in particolare con l’impiego del fondo di fine rapporto. L’obiettivo di questa operazione non può limitarsi alla gestione delle crisi, ma deve diventare condizione per gestire le innovazioni e condividere i benefici futuri.

La proposta di Unindustria Pordenone prevedeva strumenti precisi di intervento, come il “Comitato per lo sviluppo competitivo” attraverso cui governare la politica industriale locale, e una Società di scopo per veicolare i finanziamenti pubblici e privati nelle iniziative imprenditoriali strategiche. Sono entrambi strumenti interessanti e utili che dovrebbero diffondersi anche in altri territori con il supporto delle finanziarie regionali, del sistema bancario e dei fondi previdenziali. Certo, questi strumenti non riusciranno da soli a salvare il manifatturiero italiano. D’altro canto, la crisi di competitività dell’Italia più che dal costo del lavoro dipende dall’inefficienza di un sistema-paese in cui molti settori protetti continuano indisturbati come se la crisi non li riguardasse. Ma chi può investire in un Paese dove una sentenza civile per recuperare un credito ha tempi anche oltre i 10 anni? Per non dire dei costi dell’energia o dei trasporti (autostrade comprese!), della pubblica amministrazione, di un sistema istituzionale frammentato e inconcludente. Se non aumenta la produttività anche in questi settori, l’industria non potrà salvarsi. Ma queste inefficienze non si superano con le solite proteste, né rinviando a Roma o a Bruxelles le tante colpe che pure hanno, quanto assumendoci tutti, a partire dai soggetti del territorio, la responsabilità di innovare.

Giancarlo Corò e Egidio Pasetto

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Globalizzazione: c’è ancora molto da studiare

Mappa Globalizzazione

Thomas Friedman, editorialista del NYT, ci ha spiegato come la globalizzazione abbia reso il nostro mondo “piatto” nel senso di aperto e senza confini: siamo sempre più interconnessi (e interdipendenti) e partecipiamo tutti ad uno stesso grande mercato. Ma le cose stanno realmente in questi termini?

Il prof. Pankaj Ghemawat – volto noto degli studi di international business ad Harvard Business School e recentemente spostatosi allo IESE (Spagna) – propone una lettura più critica e meno automatica del nuovo scenario. Attraverso una ricostruzione dei flussi reali sul fronte degli investimenti diretti, dei flussi migratori, fino al volume delle comunicazioni internazionali, Ghemawat dimostra come in realtà siamo ancora di fronte ad un’economia “semi-globale” con intensità diverse a seconda dei paesi (propone anche una mappa dinamica della globalizzazione, con cui testare il grado di apertura reale di ogni paese).

In sostanza il processo di globalizzazione è attualmente ancora in fieri e dipende molto dalle scelte che i soggetti economici compiranno nei prossimi anni. Non siamo quindi alla fine della storia, c’è ancora molto da studiare e capire. Che direzione prendere?

In un suo recente intervento all’Associazione degli studiosi di International Business (EIBA) Ghemawat ha sottolineato l’importanza di cambiare il metodo con il quale si è studiata si qui la globalizzazione. Da un lato si tratta di sviluppare nuove misure che siano più realistiche e che riescano a tratteggiare i reali valori e processi in campo. Come sta provando per esempio a fare l’OECD adottando la metodologia connessa alle catene globali del valore (qui). Dall’altro ha esortato la comunità dei ricercatori e degli studiosi a “parlare di più con i manager”, evitando di sviluppare modelli troppo sofisticati che sono troppo lontani da quanto accade e non riescono a cogliere le necessità e le dinamiche in campo. Un’attenzione verso statistiche più semplici (descrittive), ma più potenti sul fronte esplicativo (lessi s more), che aiutino meglio gli operatori economici (le imprese) a prendere decisioni e a districarsi in un mondo che loro stessi contribuiscono a costruire. Meno algoritmi quindi e più un approccio umanistico allo studio della globalizzazione.

Eleonora

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La globalizzazione passa su un pulmino arancione

pulmino arancione

Un pulmino arancione ha attraversato, lo scorso week-end, la provincia di Vicenza. Al suo interno dieci designer internazionali (Bethan, Fabien, Harry, Lucia, Ludwig, Oscar, Pedro, Rita, Victoria, Will, , il gruppo AUT) capitanati da Martino Gamper e venuti in Italia (attraverso il progetto Valore Artigiano) per conoscere artigiani preparati e per toccare con mano la qualità delle loro tecniche realizzative. Invece di visitare ristoranti o musei, i designer hanno dedicato il loro tempo a viaggiare tra capannoni e aree artigianali, incuriositi da tutto questo fare che si nasconde dietro a strutture prefabbricate e a grigi pannelli di cemento. In pochi giorni hanno visto da vicino la lavorazione della ceramica, del legno, della pelle, dei metalli, del marmo e della pietra di Vicenza, e della stampa e, se ce ne fosse stato il tempo, avrebbero visitato le molte altre specializzazioni artigianali presenti sul territorio.

pietro viero

Gli artigiani (Alberto, Davide, Gianluigi, Giannino, Giuseppe, Lisa, Luigi, Sandro, Renato, Paolo, Pietro)  hanno reagito bene a questa pacifica invasione. Hanno aperto, anche di domenica, le porte dei loro laboratori e si sono messi a disposizione della curiosità dei designer. Quello che inizialmente poteva sembrare una barriera comunicativa e culturale, l’inglese, è stata presto superata. Dopo i primi momenti “difficili” (gli artigiani non sono abituati a raccontare in pubblico quello fanno) si è subito creata un’intesa fondata sulla passione per il fare. I designer hanno fatto mille domande, hanno chiesto chiarimenti sulle tecniche di lavorazione, hanno fatto foto e preso appunti. Gli artigiani, forse un po’ sorpresi da tanta attenzione, hanno risposto fornendo indicazioni molto dettagliate.

La sensazione per chi ha osservato questo incontro è la grande complementarietà che esiste tra il mondo del design e quello dell’artigianato. I designer vivono nelle principali capitali del mondo, sono in grado di interpretare le richieste dei mercati, hanno la creatività per immaginare nuovi prodotti. Gli artigiani dominano le tecniche di produzione, hanno la passione e la cura per il dettaglio, conoscono le caratteristiche dei materiali. Gli uni hanno bisogno degli altri. I designer hanno bisogno degli artigiani non solo per realizzare i progetti ma anche per migliorarli attraverso i suggerimenti di chi ha molta esperienza sul campo. Gli artigiani hanno bisogno della creatività dei designer e della loro capacità di intercettare il gusto dei consumatori sui mercati internazionali.

L’esperienza di questo incontro ci fa capire due cose:

  • la prima è l’interesse che il mondo (in questo caso i designer) ha per la qualità artigianale italiana: in nessun altro paese si riscontra una così alta concentrazione e diffusione di pratiche artigianali sul territorio, sicuramente queste competenze non si trovano nelle grandi capitali internazionali;
  • la seconda riguarda le modalità attraverso le quali gli artigiani si possono globalizzarsi: non solo prendendo aerei e girando il mondo, ma anche aprendo le porte di casa propria, trasformando i laboratori in luoghi di incontro.

La globalizzazione può anche passare su un pulmino arancione.

Marco

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Perché gli artigiani non sono online?

Il secondo evento, dedicato all’ecommerce, del ciclo di incontri del progetto Valore Artigiano ha suscitato un dibattito acceso. Alcune affermazioni dei relatori sono state particolarmente spiazzanti. Vediamo quali. Alessandra Geninatti di Etsy Italia Team ha sottolineato la necessità per un artigiano di dedicare cura e attenzione alla propria presenza web: almeno un’ora per ogni ora di lavoro in laboratorio. Dario Loison ha evidenziato come l’aver garantito massima trasparenza sugli ingredienti e sulle tecniche di produzione dei panettoni (le schede di ogni prodotto sono disponibili online sul sito aziendale) gli abbia permesso di costruire un dialogo fruttuoso con il consumatore.

valore artigiano

Tutti naturalmente guardano al web come ad una grande opportunità ma pochi ritenevano necessario un cambiamento così profondo rispetto alle logiche tradizionali del lavoro artigiano. Questi interventi hanno sicuramente fatto riflettere gli artigiani e hanno sollevato un dibattito molto partecipato. Dalla discussione sono emersi alcuni spunti interessanti per capire dove si gioca la discontinuità nel rapporto tra gli artigiani e il web. Provo a riassumere i punti principali:

-  il concetto di lavoro: per gli artigiani il lavoro è solo quello che loro realizzano nel proprio laboratorio. Tutto il resto è visto come tempo “perso” ossia attività che si può/deve fare al margine. In realtà gestire la propria presenza sul web richiede tempo e attenzione. Forse non bisogna raggiungere l’indicazione estrema di Alessandra Geninatti ma è chiaro che non si può gestire con efficacia il web dedicando solo pochi minuti alla settimana. A maggiore ragione se il consumatore (internazionale) richiede informazioni e approfondimenti.  L’attenzione non può che essere costante (giornaliera) e questo deve diventare parte integrante di ciò che viene visto come lavoro artigiano.

-  il  ruolo del consumatore: gli artigiani sono abituati a dialogare non solo con un consumatore vicino geograficamente ma anche culturalmente. Il consumatore italiano è sufficientemente esperto per sapere da solo che modifiche chiedere per avere un prodotto più in linea con i propri gusti. Non sempre però il consumatore internazionale ha questa conoscenza. E per questo l’interazione diventa un fattore ancora più determinante per fargli apprezzare la qualità del prodotto e le possibilità di personalizzazione. In sostanza c’è bisogno di maggiore ascolto ed empatia. Anche di fronte a richieste a prima vista fuori dalle righe. Chi ha saputo gestire questa relazione in modo sistematico ha ottenuto grandi benefici per l’innovazione di prodotto, lanciando nuovi modelli e linee basate su richieste “non standard”, difficilmente anticipabili.

-   una concorrenza “anomala”: il web preoccupa gli artigiani perché mette un po’ tutti sullo stesso piano, l’hobbista improvvisato con l’artigiano di grande qualità, come spesso si nota su alcuni portali di commercio elettronico. E’ un mondo apparentemente senza gerarchia. Hanno paura di essere superati da chi magari è meno bravo tecnicamente ma ha più capacità nell’uso degli strumenti online. E’ una preoccupazione comprensibile ma che deve essere superata. Proprio chi è più bravo può trovare nel web nuovo spazio magari anche trasformando quegli hobbisti improvvisati in futuri clienti. Non c’è infatti miglior cliente di chi conosce, per averla prova in prima persona, la difficoltà nel realizzare un determinato prodotto.

google

Per l’Italia e per gli artigiani l’incontro con il mondo del web è un’occasione di rilancio che non ci possiamo far scappare. A maggior ragione se l’attenzione che i consumatori hanno per i nostri prodotti è particolarmente elevata come testimoniano i dati recentemente diffusi da Google che evidenziano come le ricerche online per prodotti “made in Italy” sono cresciute dell’8% rispetto al 2012. Le maggiori richieste provengono ancora dai nostri mercati storici, Stati Uniti e Europa, anche se si registra una crescita significativa da parte di Russia, India e Giappone. Un dato confortante per il nostro paese che, a fronte della crisi del mercato interno, ha bisogno di rafforzare il proprio export e trovare nuovi mercati di sbocco. Un dato ancora più confortante per gli artigiani che, non avendo molte risorse da investire per espandersi a livello internazionale, possono contare sul web come nuovo canale per avvicinarsi al consumatore finale.

Marco

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Orafo digitale in quattro passi (ovvero dal progetto al gioiello in 24h)

Durante l’intero fine settimana, il Salone Europeo della cultura di Venezia (#cult2013) ha ospitato un esperimento sorprendente: studenti e studentesse del Politecnico di Torino, con l’aiuto di artigiani del distretto del vicentino, hanno progettato e realizzato anelli “bespoke” in 24 ore. Grazie alle stampanti 3D della vicentina DWS, gli studenti hanno materializzato i loro progetti da un giorno all’altro, letteralmente.

Ecco come si fa.

Fase 1. Si disegna

Nella mattinata i ragazzi hanno disegnato i gioielli al computer con un software di modellazione 3d grazie al quale hanno ottenuto disegni pronti per essere “stampati” da file digitale.

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Fase 2. Si stampa

Una batterie di piccola stampanti stereolitografiche ha consentito di arrivare a modelli di grande qualità, adatti ai processi di microfusione tipici dell’oreficeria.

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Fase 3. Si rifinisce

Il modello viene ripreso a mano da un artigiano esperto che rifinisce gli ultimi dettagli prima del processo a cera persa.

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Fase 4. Si fonde

Nell’arco di una notte è stato possibile ottenere i gioielli definitivi grazie alla microfusione. Come questi qui sotto.

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Altri anelli sono stati prodotti in pietra sintetica, direttamente in fase di stampa!

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Guardando questi anelli progettati e prodotti in 24 h c’è da chiedersi che ne sarà a breve delle aziende del settore. Chi ha visto di persona le potenzialità del processo è rimasto impressionato. Gli strumenti software e hardware oggi a disposizione indicano un futuro artigiano molto più prossimo di quanto abbiamo immaginato. Produttori e retailer sono chiamati ad attrezzarsi.

s.

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Virtù tedesche, vizi europei e furbizie italiane

Com’è possibile che l’attivo commerciale dell’industria tedesca arrechi un danno al resto dell’Europa? Dopotutto, se la Germania aumenta la produzione, le economie vicine saranno prima o poi coinvolte dalla maggiore domanda delle imprese e dei consumatori. In realtà, la ragione che trasforma l’energia tedesca in un cortocircuito europeo è l’incompletezza politica e istituzionale dell’Euro. Di norma, un Paese in cui le esportazioni superano le importazioni – come avviene in Germania da 12 anni – ha di fronte due possibilità. O decide di investire il surplus sui Paesi in deficit, contribuendo alla loro crescita, oppure la sua moneta è destinata ad essere rivalutata, riducendo nel tempo i suoi vantaggi commerciali. Nessuna delle due condizioni si sta oggi verificando. Innanzitutto il tasso di cambio nominale è per definizione fisso all’interno della zona Euro, dove la Germania destina più della metà delle sue esportazioni. Ma anche sui mercati extra-europei il cambio non dipende dal surplus tedesco – pari al 7% del Pil – ma da quello dell’intera zona Euro, di poco superiore all’1%. Questo risultato avvantaggia la Germania, che può dunque contare su un tasso di cambio svalutato rispetto alla propria bilancia corrente, ma penalizza i Paesi dell’Euro in deficit commerciale.

L’effetto distorsivo dell’Euro è ancora peggiore se si guarda al movimento di capitali. Facilitati dalla mobilità all’interno dell’area Euro, i risparmi delle economie in difficoltà affluiscono verso i più sicuri depositi bancari e i bond tedeschi, creando un effetto paradossale: invece che essere la Germania a finanziare i Paesi europei in deficit, avviene il contrario. E’ così che banche, imprese e amministrazioni pubbliche tedesche si trovano, come mai prima d’ora, ricche di liquidità con cui finanziare investimenti produttivi e minori imposte. Non è un caso se la Germania era contraria all’abbassamento del costo del denaro deciso dalla Bce. I Paesi in difficoltà dell’area Euro, fra cui l’Italia, devono invece pagare maggiori tassi di interesse per trattenere i capitali e sono costretti a politiche fiscali restrittive per non fare esplodere i debiti sovrani. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: mentre in Germania la produzione industriale ha superato la situazione pre-crisi e la disoccupazione è al 5%, nel resto dell’area Euro i livelli di produzione sono tornati indietro di due decenni e la disoccupazione è al 15%. La moneta unica si è perciò trasformata da strumento di integrazione a meccanismo di divergenza. Così non può durare. Le soluzioni sarebbero alla portata di una vera “comunità europea”: accelerare l’unione bancaria per assicurare condizioni di stabilità e accesso alla liquidità anche nelle economie periferiche; tassare i surplus commerciali eccessivi, non solo i deficit pubblici, in quanto fattori di squilibrio economico; costruire una politica fiscale e industriale europea, con l’obiettivo di una più equilibrate diffusione degli investimenti produttivi. Non possiamo tuttavia limitarci a criticare le virtù tedesche. La mancata convergenza è anche il risultato di cattive politiche nazionali nell’area Euro, fra cui l’Italia. Il fatto che proprio da noi ci siano le più alte retribuzioni di politici e manager pubblici fra i Paesi Ocse e che, allo stesso tempo, l’unica voce del bilancio statale che sia stata davvero ridotta è quella dell’istruzione, rende alquanto sospetti i nostri appelli ad una maggiore solidarietà fiscale. Se non facciamo ordine in casa nostra, con che faccia possiamo chiederlo ai Paesi virtuosi?

gc

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Perché artigiani e maker fanno fatica a parlarsi (e che fare a riguardo)

Schermata 10-2456573 alle 07.45.58Maker e artigiani parlano la stessa lingua? La domanda se la pone Giorgio Soffiato all’indomani del successo straordinario della Maker Faire di Roma. E la risposta non è difficile da intuire.

“I maker stanno com­piendo un per­corso che porta degli abili sto­ry­tel­ler a sco­prire il mondo del pro­dotto, con il quale gra­zie alla pas­sione per il fare si tro­vano a mera­vi­glia. Gli arti­giani invece non stanno com­piendo il per­corso inverso, o meglio lo stanno facendo in maniera total­mente estem­po­ranea e depo­ten­ziata.”

La differenza tra i percorsi non è solo, a mio avviso, una questione di età media dei protagonisti (giovani i primi, più in là con l’età i secondi) o di sguardo rivolto al futuro. Certo, questi sono fattori che contano. Credo che le differenze fra maker e artigiani (o meglio fra  artigiano d’antan e artigiano futuro) siano più profonde. Metterle a fuoco aiuta anche a capire quel che si può fare per accelerare un cambiamento che – condivido con Giorgio – costituisce una priorità per l’economia del nostro paese.

Suggerisco tre punti su cui concentrare l’attenzione.

Il primo ha a che fare con la fine della cultura del segreto. I nostri artigiani d’antan hanno custodito gelosamente il proprio saper fare. Hanno fatto del segreto una vera e propria bandiera. Non senza ragione, in alcuni casi. Oggi la situazione è cambiata. E il problema non è tanto la concorrenza, che ovviamente si attrezza per capire cosa c’è dietro a un prodotto e alla sua qualità. Il vero fattore del cambiamento è la domanda, che oggi reclama – a ragione – di sapere che storia c’è dietro un oggetto e un servizio. Oggi, il racconto è parte integrante del valore di un bene. Senza una storia è difficile immaginare di differenziare alcunché. E’ proprio sul fronte del racconto che il maker è decisamente in vantaggio. Il maker un po’ fa, un po’ twitta. Il suo è un fare sociale, non solitario. Raccontare è nel suo DNA. Su questo fronte l’artigiano d’antan ha bisogno di qualcosa di più di una spintina..

Il secondo punto ha a che fare con la necessità di una nuova cultura dell’internazionalizzazione. L’artigiano d’antan è profondamente radicato nella cultura locale. E questo è un bene. Ma oggi bisogna aprirsi alla globalizzazione, ai mercati che crescono, ai nuovi designer che girano per il mondo, alle nuove opportunità della ricerca. In questi anni, in molti hanno intrapreso un percorso di internazionalizzazione: hanno preso la loro valigia e sono andati a nuove fiere, in paesi a lungo poco battuti, scoprendo una geografia del mondo tutta nuova. Il tema però non è semplicemente quello della vendita all’estero. Lo straniero, è bene ripeterlo allo sfinimento, non è semplicemente un consumatore cui rifilare il prodotto made in Italy. E’ una persona che pensa, che ha idee, che spesso ha sensibilità e gusto. Apririsi all’internazionalizzazione significa accettare la sfida di un dialogo con il mondo (senza perdere la propria anima). Su questo terreno l’esperienza Banzi/Arduino docet.

Il terzo punto riguarda una nuova idea di gioco e di sperimentazione. I maker avvicinano la complessità del mondo materiale con uno sguardo pieno di curiosità e di entusiasmo. Chi è andato a Roma in questi giorni lo ha visto in tutti gli stand. I maker, anche i più giovani, non hanno la reverenza dell’apprendista che si accinge a cinque anni di gavetta prima di poter prendere davvero in mano l’iniziativa. L’approccio play + fun ha un senso perché oggi le nuove tecnologie, in primis il digital manufacturing, consentono di passare dal livello principiante al livello intermedio in tempi relativamente brevi. E’ un po’ come nello sci. Una volta passavano anni prima che uno imparasse a sciare a sci uniti. Oggi, con gli sci ultimo modello, qualche settimana è sufficiente per fare bella figura. E i più vecchi rosicano, increduli. In realtà, non è poi tutto così facile. Il tempo necessario per passare da un livello intermedio a un livello di eccellenza (livello richiesto per chi vuole fare della propria pratica un mestiere che incontri stabilmente i favori del mercato) rimane decisamente lungo. E’ altrettanto vero però che non possiamo più imporre ai giovani una retorica del sangue e del sudore: avvicinare un mestiere deve essere divertente e pure “cool”. La fatica viene dopo.

Come fare per accelerare una transizione culturale quanto mai necessaria? Di solito non è facile affrontare punti così diversi immaginando un unico punto d’attacco. Questa volta penso che una soluzione semplice ci sia: è quella di incentivare in tutti i modi la diffusione della rete – in tutte le sue forme – nel tessuto economico nazionale, in particolare nella piccola e piccolissima impresa.

Si tratta di sostenere la banda larga, l’accesso a servizi innovativi, la presenza sui social network e sui portali del commercio elettronico:  un incentivo alla pratica delle rete a tutti i livelli è un modo intelligente per far capire i vantaggi della condivisione della conoscenza, per accendere nuove relazioni internazionali, per capire che il proliferare di un gran numero di “dilettanti” non è una minaccia per un lavoro di qualità (anzi, è il contrario). Questa è la direzione da prendere per accelerare la convergenza.

Il lavoro artigiano ha un gran bisogno di entrare a testa alta nella rete. Speriamo che la politica se ne accorga.

s.

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A Parigi, un incubatore per artigiani del futuro

1. Entrata dell'atelier

A Parigi, vicino alla centralissima Place de la Bastille, è possibile visitare un incubatore di imprese diverso da quelli a cui siamo abiutati. Poco digitale, tecnologie quanto basta, molta abilità artigianale e moltissima voglia di fare impresa nel mondo della moda e del design.

Il progetto Ateliers de Paris è stato lanciato alcuni anni fa dalla Municipalità di Parigi con l’obiettivo di offrire un sostegno a giovani intenzionati a trasformare la propria abilità artigianale in un progetto imprenditoriale a tutto tondo. I candidati selezionati hanno la possibilità di passare un anno nell’incubatore (con la possibilità di un secondo) utilizzando tutti i servizi che la struttura mette in campo.

L’incubatore non si limita a fornire spazi: offre anche la possibilità di costruirsi un percorso formativo su misura (soprattutto nel campo della gestione di impresa e del marketing) e di promuovere il proprio lavoro partecipando alle tante mostre che vengono organizzate al piano terra dell’incubatore.

0. Spiega iniziale

Nella sede di Rue de Faubourg St Antoine trovano casa circa quindici progetti; altre iniziative hanno trovato sede nei nuovi spazi dell’incubatore a qualche centinaio di metri, in Rue Faidherbe. In tutto una trentina di persone coordinate da un ufficio che risponde prima di tutto alla direzione economica della municipalità.

Chi sono i protagonisti di questo percorso? La missione degli Atéliers de Paris è quella di sostenere moda, design e mestieri d’arte. Morgane Fieschi produce gioielli a partire da elementi recuparati nelle carte da gioco.

5. Morgane la gioielliera

Il designer Antonie Lesur produce prototipi per l’industria mescolando le tecnologie della stampa 3d e le competenze degli ebanisti parigini.

7. Designer industriale e stampa 3d

La premiata Clotilde Toussaint, dopo una carriera passata nel mondo della moda, ha deciso di sfruttare l’incubatore per lanciare la propria linea di cappelli.

9. La cappellaia

Il bilancio di questi anni di attività è positivo. Alcune dei progetti si sono tradotti in solide iniziative imprenditoriali; in altri, gli “incubati” hanno preferito ritornare a lavorare in imprese strutturate, portando con sé quanto imparato in Rue du Fauborug St Antoine.

Per tante città italiane il progetto Ateliers de Paris costituisce un’esperienza da prendere seriamente in considerazione. Non solo per rilanciare il nostro saper fare, ma anche per dare nuova qualità a centri storici in cerca di una missione.

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Il capitalismo umanistico non ha paura della crisi

“Non aver paura” è la frase che Brunello Cucinelli, di passaggio a Treviso per Modesign, ha citato più spesso nelle risposte alle domande che Giusy Ferrè gli poneva. Chi è abituato a sentire gli imprenditori lamentarsi continuamente (e in parte giustamente) delle troppe tasse e dell’asfissiante burocrazia Italiana rimane un po’ spiazzato. Cucinelli sembra parlare e venire da un altro mondo. Secondo l’imprenditore umbro siamo all’inizio del “secolo d’oro”, all’alba di una rivoluzione che cambierà in meglio le nostre vite e l’Italia giocherà un ruolo da protagonista. Il mondo ci vede come un “sogno”, ama il fare italiano, lo stile di vita, la nostra cultura. Per essere però all’altezza dell’attenzione che ci viene accordata dobbiamo cambiare. Come? Costruendo un nuovo capitalismo: un capitalismo umanistico. Tra una citazione di Kant e una di Sant’Agostino, Cucinelli indica, in modo a tratti funambolico, quelli che sono i principi ispiratori di questa nuovo modello del capitalismo. Il primo riguarda la dignità del lavoro dell’uomo. Per Cucinelli significa valorizzare sia culturalmente che economicamente il lavoro artigianale che considera uno degli asset strategici del nostro paese. Non è solo una valorizzazione teorica ma ha molti aspetti concreti. Ecco i principali: l’aumento del 20% della retribuzione (“non puoi fare prodotti speciali fatti a mano con 900 euro al mese”), la bellezza dei luoghi di lavoro (la sede dell’azienda è un borgo, Solomeo, che Cucinelli ha ristrutturato nel tempo), nuovi modi di interagire tra le persone (le email interne sono bandite, bisogna tornare a parlarsi di persona) e un orario di lavoro ben definito (dalle 8 alle 17.30) per garantire un bilanciamento tra vita lavorativa e vita privata. Il secondo principio è quello del profitto garbato. Che vuol dire? L’impresa deve fare profitti ma lo deve fare senza distruggere il territorio nel quale è inserita e comunque provocando meno danni possibili. Il consumatore è oggi particolarmente sensibile non solo alla qualità del prodotto ma al modo in cui è stato realizzato (in quali condizioni ambientali e di lavoro). E lo sarà sempre di più in futuro. L’impresa deve essere trasparente, non può più nascondersi. Rientra nell’idea del profitto garbato anche la decisione di Cucinelli di condividere nel Natale 2012 i 5 milioni di utili con i suoi 783 dipendenti (un assegno di 6.385 euro ciascuno).
Il capitalismo umanistico sembra dargli ragione. L’impresa ha conseguito nel 2012 un fatturato di 280 milioni di euro, in crescita rispetto al 2011 del 16%, con un export del 75%. In più si è quotata in borsa con grande successo.
Certo sarebbe facile liquidare come retorica o alla meglio difficilmente replicabile l’impostazione di Cucinelli. In fondo i suoi bellissimi pullover di cashmere costano 1000 euro al pezzo. Quante altre aziende possono permettersi di fare filosofia in un mercato sempre più competitivo? Tuttavia, se non proprio un nuovo capitalismo, l’esperienza di Cucinelli è un punto di riferimento per capire come quel mix tra artigianalità, cultura e paesaggio, che rappresenta il patrimonio umanistico del nostro paese, possa diventare un fondamentale fattore di rilancio. E’ la nostra unicità nella globalizzazione.

Marco

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