Dieci cose che ho imparato nella settimana del Salone del Mobile


Chi ha vissuto il Salone e il Fuorisalone a Milano questa settimana ha trovato una città in gran forma e un’enorme quantità di progetti. In questi giorni, il rischio è quello di essere travolti dalle troppe proposte. Per chi è alla ricerca di indicazioni sul tema “new craft”  (ovvere come tenere insieme design, saper fare artigiano e innovazione) ecco qui una selezione di spunti nati dal confronto con progetti particolarmente interessanti.

1. Costruire ponti fra design e saper fare

La Fondazione Cologni ha organizzato l’incontro fra un gruppo di designer internazionali e una serie di artigiani italiani di grande valore. Il risultato è una collezione di oggetti sperimentali di qualità e di grande potenziale economico. Il format non è più una novità ma funziona e produce innovazione. Repetita iuvant.

Schermata 04-2457853 alle 05.32.00 Schermata 04-2457853 alle 05.32.41(http://www.fondazionecologni.it/it/eventi/ar/doppia-firma-2017)

2. La bellezza è una sfida

Quest’anno la tessitura Bonotto ha esposto in via Durini una serie di arazzi nati dal dialogo fra le tecniche tradizionali della tessitura e i materiali di riciclo prodotti grazie alle tecnologie Miniwiz, un’azienda di Taiwan specializzata nell’innovazione per l’economia circolare. La ricerca della bellezza è una sfida che passa attraverso il confronto con nuovi materiali e, in generale, con il tema della sostenibilità ambientale. Imperdibile.

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Schermata 04-2457853 alle 05.48.24(http://living.corriere.it/salone-del-mobile/fuorisalone/san-babila/bonotto-miniwiz-gardening-the-trash/)

3. Investire in tecnologia

Baldi è un’azienda storica del mobile classico italiano. Quest’anno lo stand Baldi ha proposto ai visitatori un’installazione per navigare in realtà virtuale la sua proposta di arredi. Un modo stupefacente di proporre a un acquirente internazionale la flessibilità e la ricchezza del Made in Italy. Una direzione in cui investire tutti, e in fretta.

Schermata 04-2457853 alle 05.33.24(http://www.baldihomejewels.com/)

4. Design è anche business design

La collezione Internoitaliano di Giulio Iachetti si è arricchita al salone di un nuovo divano sviluppato in collaborazione con Berto salotti. Oltre a sviluppare un prodotto, Iachetti e Berto hanno messo a punto anche un business model innovativo per promuovere forme di vendita sempre più efficaci. Chi vuole vendere design e artigianalità non deve dimenticare di sperimentare in campo economico.

Schermata 04-2457853 alle 05.33.46 Schermata 04-2457853 alle 05.34.02(http://www.internoitaliano.com/prodotti/meda/)

5. La perseveranza paga

Anche quest’anno la galleria Secondome di Claudia Pignatale ha proposto una serie di oggetti nati dall’impegno di autoproduttori selezionati e dall’incontro di designer e grandi artigiani italiani. Anno dopo anno, Secondome ci ha abiutato ad apprezzare sperimentazioni e talento. La perseveranza è un valore (anche economico).

Schermata 04-2457853 alle 05.26.22Schermata 04-2457853 alle 05.25.00(http://www.secondome.biz/)

6. Artigianato cosmopolita

Emmanuel Babled lavora da anni con il vetro di Murano e con tanti grandi artigiani del Made in Italy. Quest’anno ha presentato al Fuorisalone Etnastone, un progetto di tavoli in lava vulcanica che recupera tecniche artigianali locali siciliane. Oggi Babled vive a Lisbona: nel suo nuovo studio vuole incrociare design e tradizioni locali a una scala europea. La lezione italiana supera i confini nazionali.

Schermata 04-2457853 alle 05.29.40(http://babled.net/bablededitions/etnastone-table/)

7. Manifattura 4.0

Nello spazio Base di via Tortona, CNA e Wemake hanno realizzato una serie di installazioni per raccontare le tecnologie della manifattura digitale e il nuovo artigianato. Un progetto che ha messo in scena le potenzialità di mestieri che si rinnovano grazie a tecnologie che spesso immaginiamo solo per grandi imprese. Da Industria 4.0 a Manifattura 4.0.

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(https://fuorisalone.it/2017/it/eventi/1202/Manifattura-40)

8. Insieme è più facile

TM è un’azienda consolidata che propone cucine in logica sartoriale. Quest’anno il suo spazio in corso Venezia ha ospitato una serie di piccole realtà artigiane che hanno completato il suo spazio in modo coerente e originale. Per diversi giovani designer e artigiani è stato un modo per trovare visibilità e legittimazione. Un modello da seguire.

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(http://www.tmitalia.it/)

9. Sostenere il rilancio post-terremoto

Nel grande cortile della Statale di Milano, Polifactory guidata da Stefano Maffei ha presentato una serie di progetti per il rilancio economico dell’Umbria grazie alla riscoperta della filiera della canapa. Abbiamo scoperto che con la canapa si possono fare pure i biscotti (grazie a Francesco Bombardi). Design, sperimentazione e riscoperta del saper fare locale per il rilancio delle aree interne.

Schermata 04-2457853 alle 05.35.01 Schermata 04-2457853 alle 05.35.13(http://www.fabric-action.org/)

10. Multinazionali in movimento

Ikea ha presentato a Milano un progetto sviluppato con Tom Dixon per un divano in grado di assolvere funzioni diverse (letto, divano, dormeuse) grazie a un mondo di accessori che sono stati (e saranno) sviluppati in collaborazione con la grande comunità degli Ikea hackers. Un modo nuovo per innovare che mette (potenzialmente) in connessione il mondo delle multinazionali del mobile con piccoli e micro produttori. Nuovi ecosistemi crescono.

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(http://living.corriere.it/salone-del-mobile/fuorisalone/san-babila/tom-dixon-al-teatro-manzoni/)

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Due modi diversi di interpretare la manifattura 4.0

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La manifattura 4.0 è il tema del momento. Nel nostro Paese si è recentemente acceso un forte dibattito soprattutto a valle del cosiddetto piano Calenda. La discussione è oggi legata principalmente alle soluzioni tecnologiche e alle loro caratteristiche. Tuttavia, manca una riflessione più approfondita sul modo in cui queste tecnologie possono essere interpretate e declinate all’interno dei processi manifatturieri. Questo aspetto, vista la nostra particolare struttura industriale, non può essere considerato marginale. E’ importante non solo fornire informazioni tecniche ma anche aiutare le aziende a capire come orientarsi nei processi di transizione verso la manifattura 4.0. Vogliamo contribuire a questo dibattito provando a fornire alcune indicazioni utili.

A livello internazionale si stanno affermando due modi diversi e contrapposti di interpretare la manifattura 4.0. Da un lato si stanno moltiplicando le esperienze di utilizzo di queste soluzioni con l’obiettivo di esaltare l’artigianalità che è alla base del prodotto. Contrariamente a quanto si possa pensare, l’utilizzo di queste tecnologie è di grande aiuto in contesti nei quali la qualità è estremamente elevata. Occupandosi degli aspetti più ripetitivi sono in grado di liberare l’intelligenza artigiana che così può concentrarsi sul miglioramento del prodotto e del servizio offerto. Non è un caso, forse, che proprio il settore agroalimentare sia una delle frontiere di questa modalità di applicazione. Robot e macchine di nuova generazione stanno trovando spazio all’interno ad esempio di birrifici artigianali, come nel caso di Widmar Brothers Brewing, svolgendo tutte quelle attività che pur importanti non hanno a che fare con il prodotto, come ad esempio imbottigliamento, etichettatura, packaging e movimentazione. Il mastro birraio si può così concentrare sulla sua arte producendo birra di qualità, i robot si prendono cura del resto. Su questa stessa linea, ma con un approccio ancora più sofisticato, si sta muovendo Chad Robertson, il guru del pane artigianale negli Stati Uniti. Robertson ha deciso di impegnarsi in un progetto molto ambizioso che prevede la creazione di macchine di nuova generazione per la macinatura del grano e la cottura del pane. L’obiettivo è quello di realizzare un pane di alta qualità (lievitazioni lente, pasta madre, grani locali) in grandi quantitativi. La tecnologia aiuta le imprese a focalizzarsi sulla loro specificità artigianale senza più rinunciare alla possibilità di raggiungere economie di scala. Artigianato e tecnologia diventano complementari.

Dall’altro lato, invece, la manifattura 4.0 viene vista come l’occasione per sostituire tour court il lavoro manuale. E’ questo il progetto esplicito ad esempio di un paese come la Cina dove la manifattura 4.0 sta diventando la via attraverso la quale mantenere la propria competitività a fronte di una crescita del costo della manodopera. Gli imprenditori cinesi infatti iniziano a sentire la concorrenza sempre più forte dei paesi limitrofi e per affrontare questa sfida hanno deciso di investire in tecnologia per ridurre il più possibile l’intervento dell’uomo nei processi manifatturieri. E’ il caso di CIG, un’azienda specializzata nella produzione di componentistica elettronica, che ha deciso di realizzare una dark factory, una fabbrica dove il lavoro sarà completamente automatizzato. No più uomini, quindi, ma robot e computer che lavoreranno senza sosta alla produzione di prodotti. Non è chiaro quando e se questo obiettivo sarà effettivamente raggiungibile. Anche Foxconn, la multinazionale che assembla l’Iphone, pur avendo comunicato di aver avviato un progetto simile, non è ancora riuscita nel suo intento. Al di là del problema della fattibilità tecnica, questi progetti mettono in luce una linea comune nell’adozione delle nuove tecnologie manifatturiere.

Confrontando i due modelli, è evidente che l’Italia non possa che seguire il primo che appare non solo socialmente preferibile ma maggiormente compatibile con le specificità della nostra manifattura. Il problema è un altro. Rispetto al passato, non siamo più gli unici a voler seguire la strada della qualità e della personalizzazione, come gli esempi citati sopra ricordano. Saremo in grado di affrontare una competizione che diventerà sempre più agguerrita e che ci sfiderà proprio sul nostro terreno?

Marco Bettiol

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La grande sfida delle nuove competenze

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Le biciclette che escono dal laboratorio di Massimo Pavan, oltre ad essere belle, sono oggetti tecnologicamente all’avanguardia. Sono biciclette 4.0. Pavan, ex consulente marketing appassionato di meccanica, le progetta con i software di modellazione 3D di ultima generazione. Le sue biciclette sono oggetti sempre più “intelligenti”: grazie a un rotore inserito nella ruota posteriore è possibile accumulare e rilasciare energia grazie a una app di uso elementare. Alcune delle produzioni di Mopbike, questo è il marchio dell’azienda di Pavan, sono personalizzate. Come un sarto, Pavan prende le misure dei fortunati destinatari e costruisce oggetti che si modellano sulle caratteristiche di chi salirà in sella. Sono le nuove tecnologie a rendere economicamente plausibile una produzione “tailor made” altrimenti eccessivamente costosa per il mercato di riferimento.

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La storia di Massimo Pavan è a suo modo emblematica delle novità generate dall’incontro fra digitale e manifatturiero. Le sue biciclette raccontano quanto le nuove tecnologie possono contribuire a modificare i processi manifatturieri e a rinnovare prodotti che spesso immaginiamo come consolidati. Mette in evidenza, inoltre, le trasformazioni dei modelli economici: abituati come siamo a merci standardizzate a basso costo, rimaniamo impressionati dalle potenzialità offerte dalle nuove tecnologie rispetto al potenziale di personalizzazione del prodotto.

Di solito immaginiamo le tecnologie della manifattura digitale come ingredienti fondativi dell’offerta tipica della grande impresa. Questa visione ha una sua verità. Molte medie imprese del Nord Est impegnate nell’offerta di componentistica per la filiera automobilistica hanno cominciato da tempo ad utilizzare le stampanti 3D velocizzare il ciclo dell’innovazione. Le imprese più avanzate della domotica hanno introdotto sensori e interfacce evolute nei propri prodotti molto prima che si iniziasse a parlare di Industria 4.0 (i casi di Came e Nice sono emblematici). Queste e molte altre aziende continueranno a investire sulle nuove tecnologie migliorando sistematicamente processi e prodotti. Non è su questo fronte, tuttavia, la novità più interessante.

Se il problema fosse semplicemente l’accelerazione degli investimenti in alcuni settori specifici della nostra industria, non parleremmo di una vera e propria rivoluzione industriale. Parleremmo, in modo più appropriato, di upgrade tecnologico. Se parliamo di rivoluzione tecnologica è perché queste tecnologie, oggi sempre più accessibili dal punto di vista economico e delle competenze, mettono in moto una nuova schiera di possibili soggetti imprenditoriali che, con la loro intelligenza e la loro creatività, possono contribuire in modo determinante a una nuova fase dello sviluppo economico del paese.

Trenta anni fa la tecnologia dei mainframe lasciava spazio all’utilizzo estensivo dei personal computer. Le grandi macchine che occupavano i centri di calcolo di poche banche e di qualche università hanno lasciato spazio a computer da tavolo che hanno fatto di tutti noi i nuovi protagonisti di una nuova stagione di crescita economica. Oggi stampanti 3D, bracci robotici, sensori a costi sempre più contenuti – in alcuni casi risibili – consentono di immaginare un percorso analogo. Per il Nord Est, che da sempre prospera su un’intelligenza imprenditoriale distribuita, si tratta di un’occasione da non perdere.

Quali fattori possono contribuire al successo di una nuova stagione di innovazione e di creatività diffusa? I superammortamenti contano, questo è certo, come tutti gli incentivi fiscali e non. Ciò che oggi appare come maggiormente rilevante, tuttavia, è l’investimento in capitale umano. Le fabbriche della produzione di massa hanno aumentato la produttività facendo leva su un lavoro senza particolari qualità. Le nuove tecnologie funzionano in modo diverso. Abilitano un aumento di produttività solo di fronte a nuove competenze e nuovi saperi. Se saremo in grado di promuovere queste competenze e questi saperi la storia di Massimo Pavan non rimarrà un caso isolato e la sua azienda potrà crescere e competere facendo da traino a un mondo di servizi anch’esso innovativo. Per questo il tema del capitale umano rappresenta la principale sfida con cui il Nord Est e l’Italia si confronteranno negli anni a venire.

Stefano Micelli

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Una nuova strada per la produttività

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Una nuova strada per la produttività

di Stefano Micelli

L’imperativo è crescere. Le piccole e medie imprese – ha ripetuto a più riprese Alberto Baban in occasione dell’ultima assemblea di Confindustria PMI– sono condannate a crescere perché il mercato chiede maggiori investimenti in ricerca e una maggiore propensione all’internazionalizzazione. Alle imprese che operano nei settori del Made in Italy le opportunità non mancano: per coglierle, tuttavia, è necessario fare un salto di qualità.

La crescita di cui ha parlato Baban nel suo intervento introduttivo non è la solo crescita dimensionale: non si tratta semplicemente di aggiungere un capannone qua e là per raddoppiare la produzione e aumentare i volumi. Non ha senso crescere – dice Baban – per inseguire i nostri concorrenti sul piano delle economie di scala e del costo del lavoro. Se è vero che piccolo non è poi così bello, è altrettanto vero che il futuro delle piccole e medie imprese italiane rimane legato alla capacità di inseguire nicchie di mercato a livello mondiale e di gestire le richieste del mercato assecondando un’offerta sempre più “su misura”. Crescere è doveroso, ma è necessario mantenere una cifra distintiva che deve caratterizzare il Made in Italy indipendentemente dalla taglia e dal fatturato. Il Made in Italy del futuro, che sia high tech o tradizionale, è sempre “sartoriale”.

Per intraprendere un percorso di crescita che consenta alle imprese di generare valore rispondendo alle richieste di committenti sempre più diversi e esigenti è importante lavorare lungo tre direttrici fra loro complementari.

La prima riguarda gli investimenti in tecnologia e, in particolare, nelle opportunità offerte dalla cosiddetta manifattura digitale. I nuovi strumenti per la gestione della produzione assecondano una manifattura in grado di produrre varietà, offrendo strumenti per la prototipazione di nuovi prodotti e potenziando i processi di personalizzazione, il tutto a costi sostanzialmente accessibili anche alla piccola e media impresa. I numeri disponibili a partire da ricerche empiriche rivelano come la correlazione fra uso delle tecnologie del digital manufacturing, offerta di prodotti custom e redditività delle imprese sia già visibile. Il problema è come generalizzare questa tendenza facendola diventare un aspetto distintivo del sistema paese.

Un secondo aspetto riguarda lo sviluppo della presenza delle imprese nel Web e nelle principali piattaforme del commercio elettronico. Proprio durante il convegno di Confindustria è stato ribadito a più riprese come su questo fronte le imprese italiane debbano necessariamente fare un salto di qualità raggiungendo in breve i competitor europei più dinamici sul mercato. E’ vero che proporre prodotti suscettibili di essere modificati e trasformati (o veri propri prodotti “one off”) è più difficile che promuovere un’offerta a catalogo: è altrettanto vero che oggi esiste una domanda crescente per prodotti su misura (sia business to consumer che business to business) che il Web potrebbe assecondare e sviluppare. Proprio su questi temi potrebbero cimentarsi start up a sostegno di un Made in Italy capace di sfruttare il Web in modo innovativo.

Un terzo e ultimo aspetto riguarda la capacità delle imprese del Made in Italy di raccontare e di promuovere la propria storia e il proprio territorio sfruttando nuovi format di comunicazione e nuovi strumenti di interazione con la domanda. Parte del valore riconosciuto al prodotto italiano dipende dal legame storico che le nostre imprese hanno intrattenuto con la cultura del paese. Questo vale per i prodotti destinati al consumo finale, ma anche per le soluzioni di alta tecnologia connotate da un’italianità che ne amplifica il valore. Sapersi raccontare significa molte cose: significa sapersi aprire ai linguaggi del multimediale per diventare oggetto di cortometraggi di impatto, significa presidiare i social media e i social network per promuovere la propria attività e i propri valori, significa sviluppare spazi e architetture in grado di testimoniare la missione di un’impresa a interlocutori molto diversi fra loro (lo spazio realizzato da Nice che ospitava l’incontro è una testimonianza riuscita di come un’architettura felice può cambiare il ruolo di un’impresa rispetto al suo territorio).

Questi tre aspetti spingono a riflettere su un modo nuovo di pensare la via alla produttività. Se vogliamo aumentare il valore per ora lavorata dei nostri addetti alla manifattura senza perseguire solo la via delle economie di scala tradizionali (investimenti in impianti e tecnologie tradizionali per aumentare i volumi di produzione), è necessario crescere anche nella consapevolezza che servono nuove strategie e nuovi strumenti gestionali per creare valore.

La domanda internazionale riconosce un premio alla manifattura italiana perché il prodotto Made in Italy incorpora, oltre a sapere scientifico e tecnologie di punta, una tradizione di lavoro creativo che l’Italia ha letteralmente inventato (lo ha sottolineato all’assemblea il rettore dell’Università di Udine Alberto De Toni) e una cultura del progetto che rende i nostri prodotti più belli e più piacevoli da usare. Se prendiamo sul serio il richiamo di Baban verso un’industria “su misura”, questi aspetti richiedono una nuova prospettiva in termini di management aziendale così come di politica industriale. Per crescere è necessario che saperi e comunità professionali oggi ancora fra loro molto distanti inizino a dialogare e a confrontarsi per immaginare soluzioni all’altezza di una nuova idea di competitività.

27 luglio 2016

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“Creativi e manuali”: il futuro del lavoro

Fabrizio Galimberti ha scritto un pezzo sul tema del futuro del lavoro nelle pagine dedicate ai ragazzi (6 dicembre). Si è posto la domanda del valore del saper fare in una società dove molti giovani sognano il posto fisso. Il suo pezzo ha scatenato un dibattito inatteso. Che vale la pena ripercorrere.

Galimberti Sole 24 HQui trovate la risposta di Alessio Gismondi, falegame (9 dicembre).

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Infine la pagina dedicata alle lettere (20 dicembre).

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La via italiana al digital manufacturing è l’artigianalità in salsa hi-tech

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intervista di Katy Mandurino

La manifattura 4.0 ha una “via italiana”. Un metodo applicativo che non è uguale a nessun altro e che senza troppi clamori ha trovato concretezza in numerose piccole e medie imprese di tutti il settori, dalla meccanica al mobile, fucine di innovazione spesso più all’avanguardia della grande industria. Si tratta di un percorso già intrapreso che, di fronte al digital manufacturing, non solo non ha rinnegato la mansione dell’uomo, ma anzi, ha dato all’apporto umano un ruolo tutto nuovo, quello di saldare la manifattura artigianale con il digitale rendendo quest’ultimo “umanizzato”.

«Non si tratta di una riflessione aprioristica – spiega il professor Stefano Micelli, docente di Economia e gestione delle imprese all’università Ca’ Foscari di Venezia –, ma dettata dalla realtà delle cose. E si tratta di una via tutta italiana, che non troverebbe applicazione in altri Paesi».

Professore, ci faccia degli esempi. 

«Il settore del mobile ce ne fornisce di straordinari. Prenda aziende come la Marrone di Pordenone: è una Pmi di circa 25 milioni di fatturato, leader mondiale di cucine professionali su misura che produce per gli chef stellati. In quest’azienda la tecnologia digitale, i sensori, le stampanti 3D, si saldano perfettamente con l’artigianalità del prodotto, facendone un unicum nel mercato. È una artigianalità digitale su misura dove oltre all’enfasi della tecnologia c’è sempre l’elemento di umanità. Che rende il prodotto unico è vincente. »

Si tratta di un caso isolato? 

«No, per nulla. I casi sono sempre più numerosi, dalla Riva 1920 di Cantù, in Brianza, dove una grande artigianalità nella lavorazione del legno e una grande ricercatezza dei materiali si incontrano con il lavoro delle macchine a controllo numerico, ma il prodotto finale è ridefinito sempre dalla mano dell’uomo; alla Baldi di Firenze, che lavora le pietre a mosaico e produce prodotti per la casa, esempio di eccellenza del made in Italy: i dipendenti sono un’ottantina, quindi non parliamo di grandi dimensioni aziendali, ma le tecniche di scannerizzazione e l’utilizzo della tecnologia digitale sono all’avanguardia. Questi esempi parlano di un digitale che si salda con la manifattura attraverso un incontro con l’uomo. Questa è la via italiana.»

«C’è anche un altro livello di riflessione parlando di manifattura 4.0, che in Italia ancora non ha trovato una chiara applicabilità, quello che riguarda l’Internet of Things, i Big Data, la condivisione dei know how. C’è un grande dibattito attorno a questi concetti, ma mi pare che ancora siamo indietro. In realtà, lo ritengo un dibattito fumoso e non necessario in questo momento per il nostro Paese, proprio perché la via italiana alla manifattura 4.0 è un’altra. Non può essere la stessa di chi, ad esempio, ha a che fare con grandi produzioni di serie, altamente automatizzate. Noi dobbiamo fare i conti con la forte componente di artigianalità che, ripeto, rende del tutto umano il digital manufacturing.»

Il Sole 24 Ore, 1 dicembre 2015

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L’importanza del saper fare nella formazione dei giovani: il punto di vista di Robert Schwartz

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Il convegno organizzato a Parigi dall’Institut National des Métiers d’Art sul tema delle prospettive economiche dell’artigianato di qualità ha rappresentato l’occasione per riflettere sul valore della formazione tecnica in una società in profonda trasformazione.

Il dibattito sul trasferimento e la socializzazione dei saperi che hanno fatto la fortuna della manifattura francese e di quella italiana ha radici lontane. Nella maggior parte dei casi la discussione si è focalizzata sulla difficoltà a promuovere efficacemente percorsi scolastici in grado di incontrare il favore dei giovani. Dopo la scuola media inferiore, molti studenti (così come le loro famiglie) rimangono scettici di fronte alla possibilità di investire sulla formazione tecnica e professionale. Non è un caso che ancora oggi, nonostante i risultati economici ottenuti da tanta manifattura di qualità, molte imprese sono in difficoltà nel reclutare una nuova generazione di specialisti in settori chiave del Made in Italy (e del Made in France).

Su questo tema, una delle testimonianze che più ha stupito i partecipanti è stata quella di Robert Schwartz, responsabile del settore per le politiche educative di Harvard University e autore del rapporto di ricerca “Pathways to Prosperity: Meeting the challenge of preparing young Americans for the 21st century” che ha avuto una grande eco negli Stati Uniti. La testimonianza di Schwartz non si è limitata a riflettere sul rilancio del vocational traning negli Stati Uniti grazie a una nuova generazione di Community College inseriti nelle diverse comunità locali. Ha sottolineato come, oggi, i sistemi educativi più efficaci (e, in generale, le società più innovative) sono quelle che inseriscono il saper fare come parte di un percorso formativo generalista, destinato in modo trasversale all’universo degli studenti in formazione.

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Il sistema educativo svizzero, in questo senso, è stato indicato come uno dei più interessanti a livello internazionale perché proprio la diffusione di questi saperi caratterizza in modo trasversale la maggioranza dei percorsi formativi dei giovani contribuendo non solo a favorire sbocchi professionali nella manifattura di qualità (ad esempio nell’orologeria e nella meccanica di precisione), ma a favorire in generale i processi di apprendimento degli adolescenti.

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Confrontarsi con problemi di natura pratica – ha ribadito Schwartz – è un viatico formidabile per favorire l’apprendimento di conoscenze formali astratte che, a loro volta, arricchiscono l’azione pratica. Anche nel campo della scienza e della medicina, i percorsi formativi che prevedono il confronto con il saper fare si rivelano più efficaci: proprio su questo fonte il Craft Council UK ha chiesto a chirurghi e scienziati di fama internazionale di mettere in evidenza quanto è importante, anche nelle loro professioni, un percorso di crescita formativa che includa il saper fare e il confronto con mestieri della tradizione.

Questa capacità di mescolare in modo originale sapere formale e sapere applicato non deve limitarsi – ha aggiunto Schwartz – al percorso formativo che si sviluppa nelle scuole medie superiori e nelle università grazie all’alternanza scuola lavoro. Schwartz ha sottolineato l’opportunità di sviluppare incentivi a carriere “miste”, che favoriscano il passaggio fra mestieri e attività diverse in modo da incrociare, anche dopo la formazione scolastica in senso stretto, esperienze e conoscenze in campi diversi del sapere. Anche in questo caso la Svizzera può essere presa come esempio per aver creato delle vere proprie “passerelle” fra percorsi di carriera molto diversi fra loro. Sono proprio questi incroci fra saperi e contesti di lavoro diversi che contribuiscono a formare una leadership nazionale più consapevole e competitiva.

Inutile sottolineare quanto le argomentazioni promosse da Schwartz possono essere utili a tracciare, anche nel nostro paese, le linee guida per una buona scuola e una buona società.

Stefano Micelli

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What is Luxury?

What is luxury? è il titolo di una interessate mostra ospitata all’interno della Victoria and Albert Museum a Londra e organizzata dal Craft Council inglese. Una domanda non facile, alla quale i curatori della mostra, Jana Sholze e Leanne Wierzba, hanno cercato di rispondere proponendo due percorsi diversi.

Il primo è legato a una rilettura dal contributo del lavoro artigiano nella realizzazione di manufatti di lusso sia del passato che contemporanei. La maggior parte dei prodotti presentati, per quanto esclusivi e costosi, puntano a esaltare tutta l’abilità e l’esperienza che hanno permesso la realizzazione dell’oggetto.

Uno degli oggetti simbolo di questa parte della mostra è il cappello “Vello d’Oro” (Golden Fleece) realizzato dall’artista/artigiano italiano Giovanni Corvaja e ispirato al mito degli Argonauti. Corvaja ha realizzato un filo d’oro così sottile da poter essere tessuto (16km!). Ciò che rende davvero speciale il prodotto, però, sono le 2500 di lavoro spese per la sua realizzazione.

cappello

Meno estremo del cappello di Corvaja ma non per questo meno interessate è la sella da cavallo Tenaris realizzata da Hermes. La sella è costruita in fibra di carbonio e titanio, per rendere la struttura più leggera e allo stesso tempo resistente, mentre il rivestimento è in pelle rifinita a mano. Di nuovo è l’artigianalità l’elemento saliente: entrambi le parti, quella tecnologica e quella in pelle, sono realizzate su misura in relazione alla richieste del cavaliere.

sella hermes

Il secondo percorso della mostra è invece una riflessione su che cosa potrebbe essere considerato lusso nel prossimo futuro. Molti dei progetti presentati ragionano sui problemi che la nostra società dovrà necessariamente affrontare come ad esempio la sostenibilità ambientale.

Il progetto “The rise of plasticsmith” realizzato dall’artista cinese Gangjian Cui immagina un futuro nel quale la plastica, oggi materia d’uso quotidiana, diventa improvvisamente rara a causa dell’esaurimento delle risorse petrolifere. In un mondo in cui la plastica non può più essere usata per la produzioni di massa, cambia il modo nel quale è possibile utilizzare il materiale. E’ quello che ha provato a fare l’artista che con la passione e l’inventiva di un maker ha realizzato un estrusore con il quale ricavare dei piccoli tubi di plastica trasparente usati poi per comporre dei mobili (sedie, tavoli, ecc.).

THE RISE OF PLASTIC SMITH from gangjian cui on Vimeo.

Un altro progetto interessante sono i vasi realizzati con le terre rare (e radioattive) dal collettivo di artisti Unknown Fields Division con l’aiuto del ceramista Kevin Callaghan. I vasi sono accompagnati da un video che a ritroso ricostruisce le diverse fasi di produzione di prodotti elettronici fino ad arrivare in Mongolia dove è situato uno dei più importanti centri al mondo per l’uso delle terre rare. Si tratta di una lavorazione ad alto impatto ambientale: gli scarti industriali hanno creato un grande lago radioattivo. Gli artisti hanno preso la terra di questo lago è ne hanno fatto la base dell’impasto per la realizzazione dei vasi. Un invito a riflettere sulle conseguenze di molte nostre semplici azioni quotidiane.

vasi

Al termine della visita non si esce con una risposta definitiva su che cosa oggi sia il lusso, ma sicuramente si hanno molte tracce da seguire per capire quale sarà la sua evoluzione nei prossimi anni.

Chiudo con una provocazione. Perché in Italia non si fanno mostre così interessanti su un tema come il lusso che è importante per una quota rilevante delle nostra manifattura? I nostri prodotti piacciono a livello internazionale proprio perché veicolano contenuti culturali. Per il nostro paese è quindi una priorità essere in grado di elaborane di sempre aggiornati. Perlomeno nei settori che ci competono.

Marco Bettiol

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L’automazione dal volto umano

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A poche centinaia di metri da piazza Bra, centro storico della città di Verona, è rinata una vecchia tipografia specializzata nella stampa letterpress. Il progetto è frutto di un’inedita
alleanza fra un tipografo prossimo alla pensione e un gruppo di giovani imprenditori che hanno deciso di rilanciare l’attività grazie alle possibilità offerte dalla manifattura digitale. Se oggi è possibile produrre cliché a basso costo è perché frese a controllo numerico e stampanti 3D fanno il lavoro che fino a poco tempo richiedeva tempi lunghi e materiali particolarmente costosi. E’ grazie alle nuove tecnologie, oggi sempre più economiche e sempre più facili da usare, che competenze destinate ad una rapida obsolescenza ritrovano un senso economico.

La vicenda di Lino’s Type, questo il nome della tipografia veronese, ci parla di come una nuova generazione di tecnologie potrebbe trovare una sua diffusione nel nostro paese. Strumenti tecnologicamente all’avanguardia possono essere introdotti efficacemente all’interno di settori tradizionali portando benefici sensibili a produzioni tipiche del nostro Made in Italy. I cultori di una manifattura tradizionale storceranno il naso di fronte alla commistione fra saper fare tradizionale e nuove tecnologie: in realtà questo processo di contaminazione è stato avviato da tempo e ha trovato in Italia terreno fertile in tanti settori in cui il nostro paese eccelle da tempo, dalla meccanica al design. E’ quello che molti economisti dell’innovazione chiamano “free style”, mutuando l’espressione utilizzata per indicare i tornei di scacchi in cui i giocatori possono avvalersi del sostegno di computer e software sofisticati.

Non più, insomma, l’umano contrapposto alla tecnologia: piuttosto una tecnologia che dilata la competenza di singoli e organizzazioni. Una ricerca recente di Prometeia ha provato a calcolare l’impatto dell’introduzione delle tecnologie del digital manufacturing nelle piccole e medie imprese del nostro paese mettendo in evidenza i settori che in Italia potrebbero beneficiare di questi nuovi strumenti. Secondo il rapporto curato da Alessandra Benedini, una diffusione a larga scala di queste tecnologie nella manifattura italiana porterebbe a un fatturato addizionale di circa 16 miliardi di Euro, più o meno un punto percentuale di PIL. I settori maggiormente interessati all’utilizzo di questi strumenti sono tipici del Made in Italy, dalla gioielleria, che da tempo utilizza stampi in 3D per la microfusione a cera persa, alla meccanica di precisione, fino alla produzione di mobili, dove le tecnologie del taglio laser sono sempre più diffuse.

In tutti questi settori la via italiana all’utilizzo del digital manufacturing non prevede necessariamente la nascita di “fabbriche automatiche”, senza uomini, che tanto entusiasmo avevano ricevuto in Italia già nella seconda metà degli anni ’80.  Segnala piuttosto la necessità di trovare un nuovo modello di integrazione fra competenze tipiche del Made in Italy e utilizzo di strumenti particolarmente efficaci in fasi come la prototipazione e la produzione di pezzi su misura. Questa integrazione contribuisce a consolidare le scelte strategiche promosse da tante nostre medie imprese che hanno rinunciato alla produzione di grandi serie per concentrarsi su strategie di varietà (tanti prodotti diversi di grande qualità) e strategie di personalizzazione (prodotti su misura per il cliente).

Quanto è realistico pensare a una rapida diffusione di questi strumenti (e di questa nuova cultura gestionale) all’interno del nostro sistema industriale? Una ricerca avviata dall’Università di Brescia proprio su queste tematiche suggerisce un cauto ottimismo. Lo studio, condotto su imprese di media dimensione (fatturato superiore ai 30 milioni di Euro),
segnala una crescente attenzione verso il potenziale della stampa 3D, conosciuta in modo superficiale o approfondito da più del 60% degli intervistati, e una maggiore difficoltà a
esplorare il mondo della robotica e dei sistemi esperti (in questo caso il 75% degli intervistati dichiara di non avere alcuna conoscenza a proposito). In generale le aziende intervistate segnalano un aumento della qualità dei prodotti e dei servizi offerti legato all’introduzione delle nuove tecnologie e una crescente reattività rispetto alle richieste del mercato, con benefici spesso superiori alle attese.

Rimane da capire come promuovere un percorso virtuoso che consenta all’Italia di avviare quanto la Germania ha saputo innescare sviluppando una propria strategia di Industria 4.0. Il problema è legato, in parte, allo sviluppo di un’offerta di tecnologie innovative capaci di affiancare e potenziare (non di sostituire) il lavoro umano. A questo proposito le sperimentazioni avviate da diversi centri di ricerca italiani  riflettono un’attenzione particolare verso una robotica “umanistica”, innovativa proprio perché capace di espandere le capacità del lavoro umano.

Sul fronte delle imprese rimane, invece, il problema della creazione di nuove competenze, indicato da molte analisi come fattore discriminante nella diffusione delle nuove tecnologie. Il punto non è semplicemente legato a nuovi investimenti nel mondo della scuola. Su questo fronte si può fare certamente molto, come indica Vladi Finotto nel suo volume “Cultura tecnica”, anche semplicemente replicando le tante innovazioni sul fronte della didattica avviate in paesi come la Finlandia e la Danimarca.

Il problema, in realtà, è più esteso perché riguarda coorti consistenti di lavoratori non più giovani che difficilmente torneranno sui banchi di scuola. In questa prospettiva è giusto mettere a punto processi di diffusione delle competenze più efficaci rispetto a quanto sperimentato – con poco successo – nell’ambito della formazione continua.

Una possibilità potrebbe essere quella di immaginare i tanti Fab Lab e Makerspace già attivi nel nostro paese, come luoghi di confronto e di sperimentazione fra competenze  e generazioni diverse, incentivando processi sociali di contaminazione e di apprendimento. Alcune fra queste palestre di manifattura digitale già oggi rappresentano casi di successo nella diffusione di saperi tecnici e, più in generale, di una nuova cultura manifatturiera.

Stefano Micelli

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Dieci tappe #futuroartigiano al Salone e al Fuorisalone 2015

Anche quest’anno Salone e Fuorisalone promettono di essere particolarmente interessanti per chi si interessa al rapporto fra artigianato e design. Provo a segnalare alcune tappe da non mancare per gli appassionati del tema.

1. Brianza Design a Rho

L’inesauribile energia di Maurizio Riva (www.riva1920.it) ha prodotto un impressionante rassemblement di artigiani e designer che proporrà in Fiera i risultati di anni di lavoro e di cooperazione sotto un unico brand, Brianza Design.

Schermata 04-2457125 alle 18.51.29Qui il link al sito di Brianza Design: http://www.brianzadesign.net/it/brianza-design/

2. Sofa4Manhattan e Secondome nelle residenze Litta

Appena restaurate da Michele De Lucchi, le residenze Litta in corso Magenta ospitano una serie di sperimentazioni legate a un nuovo modo rapporto fra design e aritigianato. Da non perdere la presentazione del progetto Sofa4Manhattan firmato da Lera Moiseeva e Luca Nichetto per Bertosalotti e la mostra di Secondome “I’m not weird, I’m limited edition” curata da Claudia Pignatale.

Schermata 04-2457126 alle 00.13.58

Qui il link : http://blog.bertosalotti.it/index.php/fuorisalone-2015-collezione-sofa4manhattan/;
http://fuorisalone.it/2015/events/detail/509/im-not-weird-im-limited-edition

2. Internoitaliano

Giulio Iacchetti ha organizzato nel terrazzo di Via De Amicis 19 (11°piano) un’esposizione di Internoitaliano, il progetto che da tre anni vede il diretto coinvoglimento di grandi artigiani impegnati in una rete di impresa innovativa. E si può comprare tutto quello che si vede!

Schermata 04-2457125 alle 21.00.37Ne parla qui Laura Traldi: http://designlarge-d.blogautore.repubblica.it/2015/04/10/fuorisalone-internoitaliano-artigianato-design/

4. Artigianato 2.0

Il saper fare artigianale e le nuove tecnologie: CNA Milano apre la propria sede in via Savona 52 a un’esposizione che valorizza il lavoro artigiano e le tecnologie della produzione digitale. “Una contaminazione creativa tra tradizione e innovazione che si apre alle sfide del futuro.”

Schermata 04-2457125 alle 23.13.18Qui il link all’evento: http://fuorisalone.it/2015/events/detail/967/press-preview-viasavona52

5. 5Vie e la mostra di Max Lamb

L’artigianalità è il tema chiave del circuito 5vie, il distretto che va dalla Pinacoteca Ambrosiana al Museo Archeologico. Laura Traldi (Repubblica) consiglia vivamente la mostra dedicata a Max Lamb, un designer inglese he lavora con materiali e processi non convenzionali. Presso lo spazio San Remo, Via della Zecca Vecchia 3.

Schermata 04-2457125 alle 23.40.05

Per farsi un’idea in anticipo, qui il link a un articolo di Designboom: http://www.designboom.com/design/5vie-max-lamb-exercises-in-seating-spazio-sanremo-milan-design-week-04-11-2015/

6. Hands on design

Hands on Design è un nuovo progetto commerciale che vuole  connettere il variegato mondo della manifattura artigiana, non solo italiana, a molti dei protagonisti del Design contemporaneo. Ogni giorno dimostrazioni e incontri presso la Galleria Orsorama in via dell’Orso 14 (Brera Design District)

Schermata 04-2457125 alle 19.04.13Qui le informazioni del caso: http://www.handsondesign.it/news-n4/

7. “Radicati” by Editamateria

Creato nel 2014 da Silvia Ariemma, il progetto Editamateria lavora sul rapporto tra creatività e knowhow per promuovere la collaborazione e l’interazione di designer e artigiani “radicati” nel loro territorio e nella tradizione.

Schermata 04-2457125 alle 23.22.04Appuntamento in Via Palermo 8,  Brera Design District: http://heyevent.com/event/1031379226890282/radicati-italian-artisans-designers

8. Craaft

Craafts è un contenitore pensato da Elif Malkoclar e Davide Dell’Acqua per realizzare con le proprie mani “sogni di tessuto e acciaio, di pelle e di legno, di corda e di ceramica”. Dagli accessori per l’alta moda (dove i due hanno lavorato in passato) alle sedie e ai tavoli. In zona Lambrate Ventura, in via Arrighi 19.
.

Schermata 04-2457125 alle 22.57.17Qui un video di presentazione: https://www.youtube.com/watch?v=UxK8nLa_XJs&feature=youtu.be. Qui il link all’evento: http://fuorisalone.it/2015/events/detail/470/craafts

9. Future >> Venice

Stefano Maffei ospita nella galleria Subalterno1 un’affascinante raccolta di oggetti nati dall’incontro fra la tradizione del vetro di Murano e il potenziale delle nuove tecnologie per la stampa 3D. Lo sviluppo di quanto iniziato con la mostra “Analogico/digitale” ospitata da Subalterno1 due anni fa.
Il tutto a cura di Breaking the Mould, in collaborazione con Materiaterza.

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Tutte le informazioni del caso qui: http://fuorisalone.it/2015/events/detail/972/venicefuture-experimenting-glass-3d-printed-ceramics

10. “Sharing design – green utopia” alla Fabbrica del vapore

Autoproduttori, maker e artigiani innovativi in mostra alla Fabbrica del Vapore  per l’esposizione “ Sharing design – green utopia” realizzata da MilanoMakers in coproduzione con il Comune di Milano e  ADI. 7 grandi mostre allestite nella suggestiva Cattedrale della Fabbrica del Vapore sino all’8 maggio che il prossimo anno .

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Qui il link alla manifestazione: http://www.comune.milano.it/portale/wps/portal/CDM?WCM_GLOBAL_CONTEXT=/wps/wcm/connect/ContentLibrary/giornale/giornale/tutte+le+notizie+new/politiche+per+il+lavoro+sviluppo+economico+universita+e+ricerca/fourisalone_fabbrica_vapore

 

 

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