Il saper fare che guarda al futuro

Schermata 2017-09-15 alle 08.29.45Nel percepito quotidiano, il significato dell’aggettivo “artigianale” oscilla ancora oggi fra un’accezione negativa, che ne fa il sinonimo di “rudimentale” o “approssimativo” (come nel caso dell’ordigno artigianale che non scoppia quando dovrebbe) e un’accezione particolarmente positiva, che associa il termine a maestria e a qualità superiore (molto del lusso contemporaneo non avrebbe valore senza l’artigianalità che ne è all’origine). La prima associazione riflette l’assunto, o meglio il pregiudizio, secondo cui la pratica dell’artigiano è incompatibile con la scienza e la tecnologia, il che mette il suo sapere ai margini della modernità che produce sviluppo e valore economico. Per contro, quando il saper fare artigiano si eleva a eccellenza e maestria, il risultato è necessariamente un prodotto per élite esclusive, lontane dalla vita e dall’esperienza dei più.

Questa polarizzazione fra estremi rivela la difficoltà nel trovare una collocazione plausibile alla figura dell’artigiano nel nostro contesto economico e sociale. Questa incertezza riflette scarsa riconoscenza e rivela poca lungimiranza. Gran parte della manifattura italiana ha ancora oggi un profondo legame culturale con un modo di pensare il valore e il lavoro riconducibile alla dimensione artigianale. A differenza di altre economie, la competitività della produzione Made in Italy ha beneficiato del confronto e dell’ibridazione fra saper fare della tradizione e innovazione tecnologica. Non solo: molte imprese italiane, in particolare di media dimensione, hanno saputo costruire attorno a questa specificità strategie competitive e strumenti di organizzazione del lavoro coerenti con le sfide di un mercato sempre più globale. Molte fra queste imprese prosperano sui mercati globali quando esprimono i valori di un’italianità che coincide, in parte rilevante, con i punti di forza di una tradizione artigiana portata al contemporaneo.

Le imprese italiane non hanno mai amato particolarmente la standardizzazione dei processi e hanno guardato con sospetto all’omogeneizzazione dei consumi. Il Made in Italy eccelle quando si cimenta con la sfida della varietà e della personalizzazione. Che si tratti di cibo o di macchine utensili, che si tratti di mobili o di abbigliamento, le imprese italiane danno il loro meglio quando si confrontano con una domanda capace di richieste a prima vista sorprendenti. Invece che assecondare i vincoli imposti dalla tecnologia per realizzare le massime economie di scala, il Made in Italy ha riservato una grande attenzione al destinatario dei suoi prodotti.

Questa manifattura “su misura” ha premiato sia le grandi che le piccole imprese. Ha fatto sì che le nostre migliori realtà nel settore delle costruzioni brillassero per la loro capacità di realizzare progetti particolarmente ambiziosi (dall’allargamento del canale di Panama ai rivestimenti degli uffici della Apple), ha permesso a tante medie imprese della meccanica strumentale di cimentarsi con successo nella messa a punto di impianti su misura in settori molti diversi fra loro, dal packaging alla siderurgia, e ha consentito a tante piccole realtà del design e della moda di interpretare con successo i bisogni di nicchie di mercato che tante multinazionali hanno sottostimato per valore e dinamicità.

Il lavoro di queste imprese, spesso poco conosciute al grande pubblico, viene percepito e definito come “bello e ben fatto” perché è il risultato della capacità di ascoltare e di cogliere le aspettative di una controparte spesso sofisticata e innovativa. Questo modo di fare impresa, attento ai clienti intesi come interlocutori a pieno titolo (e non semplicemente come “segmenti di mercato” più o meno ricchi e popolati) ha beneficiato di una cultura del lavoro che ha sostenuto e alimentato questa capacità di sviluppare varietà e personalizzazione. Per produrre “su misura” è necessario poter contare su un lavoro capace, attento, spesso appassionato. I valori e il saper fare derivati dalla tradizione artigianale hanno consentito di innovare e produrre qualità anche di fronte alle sfide più impegnative. Slancio e competenza hanno consentito alle nostre imprese di sviluppare innovazione a tutti i livelli e di poter contare su standard di qualità nettamente superiori alla concorrenza. Di nuovo: la cultura del lavoro, del bello e ben fatto, non ha caratterizzato solo la piccola impresa, ma più in generale tutte quelle realtà, in alcuni casi anche di grandi dimensioni, che hanno potuto contare su un lavoro responsabile e di qualità che ha contribuito a dare forma alle soluzioni proposte dalle imprese italiane nel mondo.

Questa consolidata tradizione manifatturiera, capace di saldare lavoro artigiano e tecnologia dentro una cornice manageriale aggiornata, affronta oggi la quarta rivoluzione industriale. Gli strumenti del digitale, che abbiamo imparato a conoscere e a utilizzare dalla fine degli anni ’80, penetrano in ogni dimensione dell’attività di impresa, cambiando radicalmente il modo in cui si strutturano le organizzazioni e come si accede al mercato. Si trasforma la produzione in senso stretto, grazie a stampanti 3D e robot disponibili a costi accessibili. Cambiano i prodotti, sempre più interconnessi e in grado di “parlare” con l’ambiente circostante. “Gli atomi diventano i nuovi bits” per riprendere uno slogan di successo di alcuni anni fa.

In Italia siamo chiamati a ragionare su come queste tecnologie possono sostenere un modello di produzione caratterizzato da una precisa idea di qualità e valore. Se queste tecnologie serviranno semplicemente a rendere più efficienti processi seriali, rinunciando a far valere quel tesoro di sapere così vivo nella tradizione del lavoro del nostro paese, perderemo una grande occasione. Se queste tecnologie saranno utilizzate per potenziare la nostra capacità di costruire nuove relazioni sociali e culturali, se questi strumenti saranno sfruttati per ampliare l’offerta di varietà e personalizzazione, non solo il Made in Italy ne trarrà beneficio, ma più in generale il nostro paese dimostrerà di essere capace di rinnovare il suo legame con la propria storia e la propria cultura.

L’ambizione del paese nel ribadire la propria specificità rispetto alle trasformazioni tecnologiche in corso ha certamente importanti implicazioni economiche. Ne ha altrettante sul piano strettamente culturale. In un mondo che si interroga, giustamente, sul futuro del lavoro e sulle implicazioni di una sua possibile scomparsa, il nostro paese può diventare un punto di riferimento per coloro che credono che il lavoro debba rimanere momento di espressione di sé e che le merci – più che testimoniare la ricchezza di chi le acquista – debbano rappresentare prima di tutto il medium fra sensibilità e culture diverse.

Stefano Micelli
Il Sole 24 Ore Domenicale 10 settembre 2017

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I meriti di Brunello Cucinelli (e della media impresa italiana)

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Una settimana fa, il prestigioso Kiel Institute for the World Economy ha attribuito il Global Economy Prize a Brunello Cucinelli per la sua opera di imprenditore capace di mettere al centro della sua attenzione il lavoro dell’uomo e la sostenibilità dell’ambiente. “In un mondo globalizzato e frenetico – recita la laudazio – l’opera di Brunello Cucinelli svolge una preziosa opera di calmante”. La giuria internazionale ha voluto premiare un imprenditore della moda che esce dai binari consueti del settore: una storia personale non facile, un sincero attaccamento al territorio di appartenenza, una capacità di manifatturiera votata alla massima qualità e una proiezione internazionale che ha reso il suo prodotto un’icona nel mondo.

Per quanto speciale possa apparire la figura di Brunello Cucinelli, sarebbe ingiusto considerare il profilo dell’imprenditore umbro un caso isolato. A ben guardare, il percorso avviato da Cucinelli è simile a quello intrapreso da tante altre medie imprese della manifattura italiana nei settori del Made in Italy. Una recente ricerca promossa da Luigi Serio sul tema delle medie imprese eccellenti mette a confronto le ragioni del successo di queste medie imprese che nel corso di quest’ultimo decennio hanno saputo sviluppare percorsi di crescita fondati su scelte e valori simili.

Stando al lavoro dei ricercatori della Cattolica, gli ingredienti essenziali alla base del successo della media impresa italiana sono diversi. La qualità del prodotto è un aspetto essenziale, questo è cosa nota, così come è nota la proiezione internazionale delle nostre imprese, sia in chiave commerciale che in termini di partnership produttive e di ricerca. Ciò che davvero distingue le nostre medie imprese è l’enfasi attribuita al lavoro e la relazione privilegiata con il territorio. Il capitale umano così come la fitta rete dei fornitori che contribuiscono alle strategie del prodotto sono i due aspetti che fanno la differenza nei confronti della concorrenza.

Questa attenzione al lavoro non rimane un semplice enunciato. Cucinelli remunera i suoi artigiani il 20% in più rispetto agli standard di settore. I dati raccolti da Gabriele Barbaresco (Mediobanca) nel volume curato da Serio mettono in evidenza come nella manifattura italiana la crescita della produttività sia andata di pari passo con una remunerazione adeguata delle competenze di chi lavora. La media impresa italiana, in altre parole, è una garanzia per la solidità e la consistenza della classe media nel nostro paese.

Perché, nonostante i successi ottenuti da tanti imprenditori come Brunello Cucinelli, una parte degli analisti e dell’opinione pubblica fa fatica ad entusiasmarsi per un modello di impresa che porta l’Italia nel mondo? La ragione, emersa in un recente dibattito presso la Fondazione Bassetti in occasione della presentazione del volume, è legata alla difficoltà dell’economia italiana ad agganciare il capitalismo globale.

Le nostre medie imprese – direbbe Fernand Braudel – sono imprese di mercato. Certo si proiettano in una scala nazionale e internazionale, ma fanno i conti ogni giorno con la concorrenza, con altre imprese fanno prodotti simili ai nostri. Alle nostre imprese spetta il compito quotidiano di migliorare e di innovare guardando alla domanda. E’ il mercato e oggi le sue regole sono particolarmente stringenti.

Il capitalismo – sempre secondo Braudel – è un’altra cosa. Il capitalismo lo giocano le imprese multinazionali che dopo aver rapidamente guadagnato visibilità e posizioni dominanti su scala globale impongono il loro potere da monopolisti costruendo legami con la politica e con le istituzioni. Nel mondo della tecnologia e della finanza, dove il capitalismo esprime la sua dinamica più accentuata, il lavoro non ha la stessa valenza che ha nelle imprese italiane. Il nuovo capitalismo delle piattaforme scommette sulla gig economy, sui “lavoretti”, sull’intercambiabilità delle risorse umane.

Brunello Cucinelli si è detto molto colpito per la definizione di “onorevole mercante” a lui attribuita dai giurati di Kiel. Forse dovremmo fare tutti tesoro dell’indicazione di Cucinelli. Nell’economia globale siamo protagonisti dove il mercato è la cifra della competizione. E’ sul terreno dell’economia di mercato, in particolare della manifattura, che esprimiamo il meglio del nostro potenziale culturale e il valore del nostro capitale umano. Farlo “con onore”, senza rimpiangere il capitalismo di Facebook e Uber, può essere un modo per promuovere un’idea forte di impresa e lavoro

Stefano Micelli

Sole 24 Ore, 4 luglio 2017

 

 

 

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Più robot e più artigiani: la via italiana alla manifattura 4.0

Più artigiani e più Robot

La manifattura 4.0 ha conquistato in poco tempo uno spazio importante nel dibattito sul rilancio economico e sociale del nostro Paese. Un segnale positivo che evidenzia un ritrovato interesse degli operatori verso gli investimenti in ambito tecnologico a cui ha contribuito positivamente anche il piano di incentivi previsto dal Governo.

Il dibattito è finora ruotato attorno al problema dell’upgrade tecnologico e quindi del ritardo che le nostre imprese hanno nell’adeguarsi a questa nuova frontiera. E’ sicuramente un tema importante perché senza queste tecnologie è impossibile abbracciare quella che viene definita come la quarta rivoluzione industriale. Tuttavia poco spazio è stato finora dedicato alle modalità attraverso le quali le nuove tecnologie saranno effettivamente utilizzate all’interno delle imprese. Il problema non è tanto se usare queste tecnologie (cosa inevitabile) ma come tenendo in considerazione le particolari caratteristiche del sistema manifatturiero italiano. La quarta rivoluzione industriale non sarà appannaggio di pochi paesi sviluppati ma è già un tema globale che investe anche i paesi emergenti. Prova ne sia che la stessa Cina ha già elaborato un  proprio piano per raggiungere la quarta rivoluzione industriale. Diventa quindi urgente capire quello che potrebbe essere il nostro posizionamento all’interno di questa transizione globale verso la manifattura 4.0.

Per farlo è utile partire da quello che sta accadendo a livello internazionale. In particolare stanno emergendo due modalità diverse di applicazione delle nuove tecnologie legate alla manifattura digitale.

Il primo è legato principalmente alla ricerca di maggiore efficenza produttiva e si basa sull’utilizzo su vasta scala dell’automazione in ambito manifatturiero. Le macchine (robot, intelligenza artificiale, sensoristica evoluta, IoT) hanno subito nel corso dell’ultimo decennio una rapida evoluzione e sono oggi in grado di svolgere compiti anche complessi che prima erano appannaggio solo del lavoro umano. In questo contesto quindi assistiamo ad una graduale sostituzione dell’uomo nei processi nei quali prima era protagonista, fino ad ipotizzare la costruzione di fabbriche totalmente automatizzate, le cosiddette “dark factory” che non hanno bisogno né di luce né di riscaldamento perché popolate appunto solo da macchine. Non sono progetti al limite della fantascienza ma temi che oggi rientrano esplicitamente all’interno dell’agenda ad esempio degli imprenditori cinesi. Come testimonia un interessante articolo del MIT Technology Review (https://www.technologyreview.com/s/601215/china-is-building-a-robot-army-of-model-workers/), gli imprenditori, soprattutto nell’ambito dell’elettronica, intendono muoversi proprio lunga questa direzione per recuperare la propria competitività in relazione alla crescita dei salari interni e quindi dei costi di produzione.

Difficile dire se effettivamente la fabbrica completamente automatizzata possa essere realizzata, ma è significativo che sia diventata un progetto tanto realistico da  orientare gli investimenti e da generare già oggi delle conseguenze, non sempre positive. In un recente lavoro gli autorevoli economisti americani Daron Acemoglu del M.I.T. e Pascual Restrepo di Boston University (http://www.nber.org/papers/w23285) hanno stimato come in alcune aree degli Stati Uniti siano già presenti degli effettivi negativi legati all’automazione laddove sostituisce il lavoro umano in ambito manifatturiero. Se abbiamo imparato a conoscere dal libro “La nuova geografia del lavoro” di Enrico Moretti l’effetto positivo della tecnologia sull’occupazione in aree come la Silicon Valley, oggi vediamo anche il rovescio della medaglia, un effetto negativo nelle aree ad elevata specializzazione manifatturiera.

 Il secondo approccio invece si basa sulla capacità di utilizzare queste tecnologie per realizzare prodotti e servizi nuovi e sempre più personalizzati. Invece di pensare ad una produzione standardizzata, queste tecnologie possono essere utilizzate per realizzare prodotti ogni volta diversi e pensati sulle esigenze del consumatore a costi ragionevoli. Questo approccio si basa su una nuova complementarietà tra uomini e macchine. Da un lato il lavoro umano diventa sempre meno operaio e sempre più artigianalenel senso che è legato alla capacità di lavorare sulla qualità e sulla valorizzazione di un saper fare unico. Dall’altro le macchine possono occuparsi degli aspetti più ripetitivi e allo stesso tempo garantire una elevata flessibilità produttiva. Uno dei settori che sta sperimentando questa modalità di applicazione è l’agroalimentare. Robot e macchine di nuova generazione stanno ad esempio trovando spazio all’interno di birrifici artigianali (https://www.craftbrewingbusiness.com/equipment-systems/streamline-craft-brewery-robots-not-concede-human-touch/), come nel caso di Widmar Brothers Brewing (http://widmerbrothers.com/), svolgendo attività quali imbottigliamento, etichettatura, packaging e movimentazione. Il mastro birraio si può così concentrare sulla sua arte producendo birra di qualità e le macchine si prendono cura del resto. Su questa stessa linea si sta muovendo Chad Robertson (https://munchies.vice.com/en/articles/one-of-the-worlds-best-bakers-is-turning-to-robots-for-help), il guru del pane artigianale negli Stati Uniti. A partire dalla sua grande abilità artigianale, Robertson ha deciso di impegnarsi in un progetto molto ambizioso che prevede la creazione di macchine di nuova generazione per la macinatura del grano e la cottura del pane. L’obiettivo è quello di far nascere una nuova generazione di imprenditori che siano in grado di produrre un pane di alta qualità attraverso lente lievitazioni e  valorizzando grani locali.

Tra i due approcci, quello nel quale l’Italia può esprimere maggiormente il proprio potenziale è il secondo. La possibilità di lavorare sulla personalizzazione del prodotto e di valorizzare il nostro saper fare attraverso le nuove tecnologie manifatturiere è una strada particolarmente promettente. Già oggi si vedono le prime sperimentazioni di questo approccio come nel caso di Aqamai che fa parte del gruppo Hydor azienda di Bassano del Grappa specializzata nella produzione di tecnologie per gli acquari. L’impresa ha deciso di scommettere su una nuova generazione di prodotti intelligenti sfruttando le potenzialità offerte dall’Iot (Internet of Things). Quelli che prima erano prodotti tradizionali, come una pompa per l’ossigenazione dell’acqua o i led di illuminazione per l’acquario, si possono ora connettere al wifi e, attraverso una app sviluppata ad hoc, diventano controllabili dallo smartphone. Attraverso questa trasformazione il prodotto diventa una piattaforma digitale che consente al consumatore di trovare soluzioni “su misura” in merito alle caratteristiche del proprio acquario e alle proprie convinzioni ed esperienze di acquarista. I prodotti infatti non funzionano più solo in modalità on/off ma sono modulabili su diverse intensità, offrendo la possibilità di una regolazione molto precisa. Inoltre, l’impresa può verificare le modalità di funzionamento dei suoi prodotti in contesti reali e offrire nuovi servizi ai propri clienti come programmi di manutenzione e condivisione di best practice nella gestione dell’acquario.

La realizzazione di smart product ha richiesto la combinazione originale tra competenze tradizionali e innovative. I tecnici dell’azienda hanno lavorato fianco a fianco con esperti del digitale per riprogettare i prodotti e definire le interfacce di interazione tra consumatore e l’app. Non si è trattato di una semplice somma di saperi ma di una loro ricombinazione. I tecnici hanno iniziato a pensare in digitale mentre gli esperti digitali hanno imparato a pensare come un esperto di acquari.

La possibilità per le nostre imprese di sfruttare il potenziale della manifattura 4.0 non passa semplicemente per l’adozione di nuove soluzioni hardware/software ma attraverso la capacità di definire applicazioni innovative all’interno delle nostre specializzazioni industriali. Servono nuove competenze indubbiamente ma anche nuovi talenti imprenditoriali capaci di esplorare questa nuova frontiera.

Marco Bettiol

Articolo originariamente pubblicato su Veneziepost

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Dieci cose che ho imparato nella settimana del Salone del Mobile


Chi ha vissuto il Salone e il Fuorisalone a Milano questa settimana ha trovato una città in gran forma e un’enorme quantità di progetti. In questi giorni, il rischio è quello di essere travolti dalle troppe proposte. Per chi è alla ricerca di indicazioni sul tema “new craft”  (ovvere come tenere insieme design, saper fare artigiano e innovazione) ecco qui una selezione di spunti nati dal confronto con progetti particolarmente interessanti.

1. Costruire ponti fra design e saper fare

La Fondazione Cologni ha organizzato l’incontro fra un gruppo di designer internazionali e una serie di artigiani italiani di grande valore. Il risultato è una collezione di oggetti sperimentali di qualità e di grande potenziale economico. Il format non è più una novità ma funziona e produce innovazione. Repetita iuvant.

Schermata 04-2457853 alle 05.32.00 Schermata 04-2457853 alle 05.32.41(http://www.fondazionecologni.it/it/eventi/ar/doppia-firma-2017)

2. La bellezza è una sfida

Quest’anno la tessitura Bonotto ha esposto in via Durini una serie di arazzi nati dal dialogo fra le tecniche tradizionali della tessitura e i materiali di riciclo prodotti grazie alle tecnologie Miniwiz, un’azienda di Taiwan specializzata nell’innovazione per l’economia circolare. La ricerca della bellezza è una sfida che passa attraverso il confronto con nuovi materiali e, in generale, con il tema della sostenibilità ambientale. Imperdibile.

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Schermata 04-2457853 alle 05.48.24(http://living.corriere.it/salone-del-mobile/fuorisalone/san-babila/bonotto-miniwiz-gardening-the-trash/)

3. Investire in tecnologia

Baldi è un’azienda storica del mobile classico italiano. Quest’anno lo stand Baldi ha proposto ai visitatori un’installazione per navigare in realtà virtuale la sua proposta di arredi. Un modo stupefacente di proporre a un acquirente internazionale la flessibilità e la ricchezza del Made in Italy. Una direzione in cui investire tutti, e in fretta.

Schermata 04-2457853 alle 05.33.24(http://www.baldihomejewels.com/)

4. Design è anche business design

La collezione Internoitaliano di Giulio Iachetti si è arricchita al salone di un nuovo divano sviluppato in collaborazione con Berto salotti. Oltre a sviluppare un prodotto, Iachetti e Berto hanno messo a punto anche un business model innovativo per promuovere forme di vendita sempre più efficaci. Chi vuole vendere design e artigianalità non deve dimenticare di sperimentare in campo economico.

Schermata 04-2457853 alle 05.33.46 Schermata 04-2457853 alle 05.34.02(http://www.internoitaliano.com/prodotti/meda/)

5. La perseveranza paga

Anche quest’anno la galleria Secondome di Claudia Pignatale ha proposto una serie di oggetti nati dall’impegno di autoproduttori selezionati e dall’incontro di designer e grandi artigiani italiani. Anno dopo anno, Secondome ci ha abiutato ad apprezzare sperimentazioni e talento. La perseveranza è un valore (anche economico).

Schermata 04-2457853 alle 05.26.22Schermata 04-2457853 alle 05.25.00(http://www.secondome.biz/)

6. Artigianato cosmopolita

Emmanuel Babled lavora da anni con il vetro di Murano e con tanti grandi artigiani del Made in Italy. Quest’anno ha presentato al Fuorisalone Etnastone, un progetto di tavoli in lava vulcanica che recupera tecniche artigianali locali siciliane. Oggi Babled vive a Lisbona: nel suo nuovo studio vuole incrociare design e tradizioni locali a una scala europea. La lezione italiana supera i confini nazionali.

Schermata 04-2457853 alle 05.29.40(http://babled.net/bablededitions/etnastone-table/)

7. Manifattura 4.0

Nello spazio Base di via Tortona, CNA e Wemake hanno realizzato una serie di installazioni per raccontare le tecnologie della manifattura digitale e il nuovo artigianato. Un progetto che ha messo in scena le potenzialità di mestieri che si rinnovano grazie a tecnologie che spesso immaginiamo solo per grandi imprese. Da Industria 4.0 a Manifattura 4.0.

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(https://fuorisalone.it/2017/it/eventi/1202/Manifattura-40)

8. Insieme è più facile

TM è un’azienda consolidata che propone cucine in logica sartoriale. Quest’anno il suo spazio in corso Venezia ha ospitato una serie di piccole realtà artigiane che hanno completato il suo spazio in modo coerente e originale. Per diversi giovani designer e artigiani è stato un modo per trovare visibilità e legittimazione. Un modello da seguire.

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(http://www.tmitalia.it/)

9. Sostenere il rilancio post-terremoto

Nel grande cortile della Statale di Milano, Polifactory guidata da Stefano Maffei ha presentato una serie di progetti per il rilancio economico dell’Umbria grazie alla riscoperta della filiera della canapa. Abbiamo scoperto che con la canapa si possono fare pure i biscotti (grazie a Francesco Bombardi). Design, sperimentazione e riscoperta del saper fare locale per il rilancio delle aree interne.

Schermata 04-2457853 alle 05.35.01 Schermata 04-2457853 alle 05.35.13(http://www.fabric-action.org/)

10. Multinazionali in movimento

Ikea ha presentato a Milano un progetto sviluppato con Tom Dixon per un divano in grado di assolvere funzioni diverse (letto, divano, dormeuse) grazie a un mondo di accessori che sono stati (e saranno) sviluppati in collaborazione con la grande comunità degli Ikea hackers. Un modo nuovo per innovare che mette (potenzialmente) in connessione il mondo delle multinazionali del mobile con piccoli e micro produttori. Nuovi ecosistemi crescono.

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(http://living.corriere.it/salone-del-mobile/fuorisalone/san-babila/tom-dixon-al-teatro-manzoni/)

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Due modi diversi di interpretare la manifattura 4.0

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La manifattura 4.0 è il tema del momento. Nel nostro Paese si è recentemente acceso un forte dibattito soprattutto a valle del cosiddetto piano Calenda. La discussione è oggi legata principalmente alle soluzioni tecnologiche e alle loro caratteristiche. Tuttavia, manca una riflessione più approfondita sul modo in cui queste tecnologie possono essere interpretate e declinate all’interno dei processi manifatturieri. Questo aspetto, vista la nostra particolare struttura industriale, non può essere considerato marginale. E’ importante non solo fornire informazioni tecniche ma anche aiutare le aziende a capire come orientarsi nei processi di transizione verso la manifattura 4.0. Vogliamo contribuire a questo dibattito provando a fornire alcune indicazioni utili.

A livello internazionale si stanno affermando due modi diversi e contrapposti di interpretare la manifattura 4.0. Da un lato si stanno moltiplicando le esperienze di utilizzo di queste soluzioni con l’obiettivo di esaltare l’artigianalità che è alla base del prodotto. Contrariamente a quanto si possa pensare, l’utilizzo di queste tecnologie è di grande aiuto in contesti nei quali la qualità è estremamente elevata. Occupandosi degli aspetti più ripetitivi sono in grado di liberare l’intelligenza artigiana che così può concentrarsi sul miglioramento del prodotto e del servizio offerto. Non è un caso, forse, che proprio il settore agroalimentare sia una delle frontiere di questa modalità di applicazione. Robot e macchine di nuova generazione stanno trovando spazio all’interno ad esempio di birrifici artigianali, come nel caso di Widmar Brothers Brewing, svolgendo tutte quelle attività che pur importanti non hanno a che fare con il prodotto, come ad esempio imbottigliamento, etichettatura, packaging e movimentazione. Il mastro birraio si può così concentrare sulla sua arte producendo birra di qualità, i robot si prendono cura del resto. Su questa stessa linea, ma con un approccio ancora più sofisticato, si sta muovendo Chad Robertson, il guru del pane artigianale negli Stati Uniti. Robertson ha deciso di impegnarsi in un progetto molto ambizioso che prevede la creazione di macchine di nuova generazione per la macinatura del grano e la cottura del pane. L’obiettivo è quello di realizzare un pane di alta qualità (lievitazioni lente, pasta madre, grani locali) in grandi quantitativi. La tecnologia aiuta le imprese a focalizzarsi sulla loro specificità artigianale senza più rinunciare alla possibilità di raggiungere economie di scala. Artigianato e tecnologia diventano complementari.

Dall’altro lato, invece, la manifattura 4.0 viene vista come l’occasione per sostituire tour court il lavoro manuale. E’ questo il progetto esplicito ad esempio di un paese come la Cina dove la manifattura 4.0 sta diventando la via attraverso la quale mantenere la propria competitività a fronte di una crescita del costo della manodopera. Gli imprenditori cinesi infatti iniziano a sentire la concorrenza sempre più forte dei paesi limitrofi e per affrontare questa sfida hanno deciso di investire in tecnologia per ridurre il più possibile l’intervento dell’uomo nei processi manifatturieri. E’ il caso di CIG, un’azienda specializzata nella produzione di componentistica elettronica, che ha deciso di realizzare una dark factory, una fabbrica dove il lavoro sarà completamente automatizzato. No più uomini, quindi, ma robot e computer che lavoreranno senza sosta alla produzione di prodotti. Non è chiaro quando e se questo obiettivo sarà effettivamente raggiungibile. Anche Foxconn, la multinazionale che assembla l’Iphone, pur avendo comunicato di aver avviato un progetto simile, non è ancora riuscita nel suo intento. Al di là del problema della fattibilità tecnica, questi progetti mettono in luce una linea comune nell’adozione delle nuove tecnologie manifatturiere.

Confrontando i due modelli, è evidente che l’Italia non possa che seguire il primo che appare non solo socialmente preferibile ma maggiormente compatibile con le specificità della nostra manifattura. Il problema è un altro. Rispetto al passato, non siamo più gli unici a voler seguire la strada della qualità e della personalizzazione, come gli esempi citati sopra ricordano. Saremo in grado di affrontare una competizione che diventerà sempre più agguerrita e che ci sfiderà proprio sul nostro terreno?

Marco Bettiol

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La grande sfida delle nuove competenze

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Le biciclette che escono dal laboratorio di Massimo Pavan, oltre ad essere belle, sono oggetti tecnologicamente all’avanguardia. Sono biciclette 4.0. Pavan, ex consulente marketing appassionato di meccanica, le progetta con i software di modellazione 3D di ultima generazione. Le sue biciclette sono oggetti sempre più “intelligenti”: grazie a un rotore inserito nella ruota posteriore è possibile accumulare e rilasciare energia grazie a una app di uso elementare. Alcune delle produzioni di Mopbike, questo è il marchio dell’azienda di Pavan, sono personalizzate. Come un sarto, Pavan prende le misure dei fortunati destinatari e costruisce oggetti che si modellano sulle caratteristiche di chi salirà in sella. Sono le nuove tecnologie a rendere economicamente plausibile una produzione “tailor made” altrimenti eccessivamente costosa per il mercato di riferimento.

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La storia di Massimo Pavan è a suo modo emblematica delle novità generate dall’incontro fra digitale e manifatturiero. Le sue biciclette raccontano quanto le nuove tecnologie possono contribuire a modificare i processi manifatturieri e a rinnovare prodotti che spesso immaginiamo come consolidati. Mette in evidenza, inoltre, le trasformazioni dei modelli economici: abituati come siamo a merci standardizzate a basso costo, rimaniamo impressionati dalle potenzialità offerte dalle nuove tecnologie rispetto al potenziale di personalizzazione del prodotto.

Di solito immaginiamo le tecnologie della manifattura digitale come ingredienti fondativi dell’offerta tipica della grande impresa. Questa visione ha una sua verità. Molte medie imprese del Nord Est impegnate nell’offerta di componentistica per la filiera automobilistica hanno cominciato da tempo ad utilizzare le stampanti 3D velocizzare il ciclo dell’innovazione. Le imprese più avanzate della domotica hanno introdotto sensori e interfacce evolute nei propri prodotti molto prima che si iniziasse a parlare di Industria 4.0 (i casi di Came e Nice sono emblematici). Queste e molte altre aziende continueranno a investire sulle nuove tecnologie migliorando sistematicamente processi e prodotti. Non è su questo fronte, tuttavia, la novità più interessante.

Se il problema fosse semplicemente l’accelerazione degli investimenti in alcuni settori specifici della nostra industria, non parleremmo di una vera e propria rivoluzione industriale. Parleremmo, in modo più appropriato, di upgrade tecnologico. Se parliamo di rivoluzione tecnologica è perché queste tecnologie, oggi sempre più accessibili dal punto di vista economico e delle competenze, mettono in moto una nuova schiera di possibili soggetti imprenditoriali che, con la loro intelligenza e la loro creatività, possono contribuire in modo determinante a una nuova fase dello sviluppo economico del paese.

Trenta anni fa la tecnologia dei mainframe lasciava spazio all’utilizzo estensivo dei personal computer. Le grandi macchine che occupavano i centri di calcolo di poche banche e di qualche università hanno lasciato spazio a computer da tavolo che hanno fatto di tutti noi i nuovi protagonisti di una nuova stagione di crescita economica. Oggi stampanti 3D, bracci robotici, sensori a costi sempre più contenuti – in alcuni casi risibili – consentono di immaginare un percorso analogo. Per il Nord Est, che da sempre prospera su un’intelligenza imprenditoriale distribuita, si tratta di un’occasione da non perdere.

Quali fattori possono contribuire al successo di una nuova stagione di innovazione e di creatività diffusa? I superammortamenti contano, questo è certo, come tutti gli incentivi fiscali e non. Ciò che oggi appare come maggiormente rilevante, tuttavia, è l’investimento in capitale umano. Le fabbriche della produzione di massa hanno aumentato la produttività facendo leva su un lavoro senza particolari qualità. Le nuove tecnologie funzionano in modo diverso. Abilitano un aumento di produttività solo di fronte a nuove competenze e nuovi saperi. Se saremo in grado di promuovere queste competenze e questi saperi la storia di Massimo Pavan non rimarrà un caso isolato e la sua azienda potrà crescere e competere facendo da traino a un mondo di servizi anch’esso innovativo. Per questo il tema del capitale umano rappresenta la principale sfida con cui il Nord Est e l’Italia si confronteranno negli anni a venire.

Stefano Micelli

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Una nuova strada per la produttività

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Una nuova strada per la produttività

di Stefano Micelli

L’imperativo è crescere. Le piccole e medie imprese – ha ripetuto a più riprese Alberto Baban in occasione dell’ultima assemblea di Confindustria PMI– sono condannate a crescere perché il mercato chiede maggiori investimenti in ricerca e una maggiore propensione all’internazionalizzazione. Alle imprese che operano nei settori del Made in Italy le opportunità non mancano: per coglierle, tuttavia, è necessario fare un salto di qualità.

La crescita di cui ha parlato Baban nel suo intervento introduttivo non è la solo crescita dimensionale: non si tratta semplicemente di aggiungere un capannone qua e là per raddoppiare la produzione e aumentare i volumi. Non ha senso crescere – dice Baban – per inseguire i nostri concorrenti sul piano delle economie di scala e del costo del lavoro. Se è vero che piccolo non è poi così bello, è altrettanto vero che il futuro delle piccole e medie imprese italiane rimane legato alla capacità di inseguire nicchie di mercato a livello mondiale e di gestire le richieste del mercato assecondando un’offerta sempre più “su misura”. Crescere è doveroso, ma è necessario mantenere una cifra distintiva che deve caratterizzare il Made in Italy indipendentemente dalla taglia e dal fatturato. Il Made in Italy del futuro, che sia high tech o tradizionale, è sempre “sartoriale”.

Per intraprendere un percorso di crescita che consenta alle imprese di generare valore rispondendo alle richieste di committenti sempre più diversi e esigenti è importante lavorare lungo tre direttrici fra loro complementari.

La prima riguarda gli investimenti in tecnologia e, in particolare, nelle opportunità offerte dalla cosiddetta manifattura digitale. I nuovi strumenti per la gestione della produzione assecondano una manifattura in grado di produrre varietà, offrendo strumenti per la prototipazione di nuovi prodotti e potenziando i processi di personalizzazione, il tutto a costi sostanzialmente accessibili anche alla piccola e media impresa. I numeri disponibili a partire da ricerche empiriche rivelano come la correlazione fra uso delle tecnologie del digital manufacturing, offerta di prodotti custom e redditività delle imprese sia già visibile. Il problema è come generalizzare questa tendenza facendola diventare un aspetto distintivo del sistema paese.

Un secondo aspetto riguarda lo sviluppo della presenza delle imprese nel Web e nelle principali piattaforme del commercio elettronico. Proprio durante il convegno di Confindustria è stato ribadito a più riprese come su questo fronte le imprese italiane debbano necessariamente fare un salto di qualità raggiungendo in breve i competitor europei più dinamici sul mercato. E’ vero che proporre prodotti suscettibili di essere modificati e trasformati (o veri propri prodotti “one off”) è più difficile che promuovere un’offerta a catalogo: è altrettanto vero che oggi esiste una domanda crescente per prodotti su misura (sia business to consumer che business to business) che il Web potrebbe assecondare e sviluppare. Proprio su questi temi potrebbero cimentarsi start up a sostegno di un Made in Italy capace di sfruttare il Web in modo innovativo.

Un terzo e ultimo aspetto riguarda la capacità delle imprese del Made in Italy di raccontare e di promuovere la propria storia e il proprio territorio sfruttando nuovi format di comunicazione e nuovi strumenti di interazione con la domanda. Parte del valore riconosciuto al prodotto italiano dipende dal legame storico che le nostre imprese hanno intrattenuto con la cultura del paese. Questo vale per i prodotti destinati al consumo finale, ma anche per le soluzioni di alta tecnologia connotate da un’italianità che ne amplifica il valore. Sapersi raccontare significa molte cose: significa sapersi aprire ai linguaggi del multimediale per diventare oggetto di cortometraggi di impatto, significa presidiare i social media e i social network per promuovere la propria attività e i propri valori, significa sviluppare spazi e architetture in grado di testimoniare la missione di un’impresa a interlocutori molto diversi fra loro (lo spazio realizzato da Nice che ospitava l’incontro è una testimonianza riuscita di come un’architettura felice può cambiare il ruolo di un’impresa rispetto al suo territorio).

Questi tre aspetti spingono a riflettere su un modo nuovo di pensare la via alla produttività. Se vogliamo aumentare il valore per ora lavorata dei nostri addetti alla manifattura senza perseguire solo la via delle economie di scala tradizionali (investimenti in impianti e tecnologie tradizionali per aumentare i volumi di produzione), è necessario crescere anche nella consapevolezza che servono nuove strategie e nuovi strumenti gestionali per creare valore.

La domanda internazionale riconosce un premio alla manifattura italiana perché il prodotto Made in Italy incorpora, oltre a sapere scientifico e tecnologie di punta, una tradizione di lavoro creativo che l’Italia ha letteralmente inventato (lo ha sottolineato all’assemblea il rettore dell’Università di Udine Alberto De Toni) e una cultura del progetto che rende i nostri prodotti più belli e più piacevoli da usare. Se prendiamo sul serio il richiamo di Baban verso un’industria “su misura”, questi aspetti richiedono una nuova prospettiva in termini di management aziendale così come di politica industriale. Per crescere è necessario che saperi e comunità professionali oggi ancora fra loro molto distanti inizino a dialogare e a confrontarsi per immaginare soluzioni all’altezza di una nuova idea di competitività.

27 luglio 2016

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“Creativi e manuali”: il futuro del lavoro

Fabrizio Galimberti ha scritto un pezzo sul tema del futuro del lavoro nelle pagine dedicate ai ragazzi (6 dicembre). Si è posto la domanda del valore del saper fare in una società dove molti giovani sognano il posto fisso. Il suo pezzo ha scatenato un dibattito inatteso. Che vale la pena ripercorrere.

Galimberti Sole 24 HQui trovate la risposta di Alessio Gismondi, falegame (9 dicembre).

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Infine la pagina dedicata alle lettere (20 dicembre).

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La via italiana al digital manufacturing è l’artigianalità in salsa hi-tech

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intervista di Katy Mandurino

La manifattura 4.0 ha una “via italiana”. Un metodo applicativo che non è uguale a nessun altro e che senza troppi clamori ha trovato concretezza in numerose piccole e medie imprese di tutti il settori, dalla meccanica al mobile, fucine di innovazione spesso più all’avanguardia della grande industria. Si tratta di un percorso già intrapreso che, di fronte al digital manufacturing, non solo non ha rinnegato la mansione dell’uomo, ma anzi, ha dato all’apporto umano un ruolo tutto nuovo, quello di saldare la manifattura artigianale con il digitale rendendo quest’ultimo “umanizzato”.

«Non si tratta di una riflessione aprioristica – spiega il professor Stefano Micelli, docente di Economia e gestione delle imprese all’università Ca’ Foscari di Venezia –, ma dettata dalla realtà delle cose. E si tratta di una via tutta italiana, che non troverebbe applicazione in altri Paesi».

Professore, ci faccia degli esempi. 

«Il settore del mobile ce ne fornisce di straordinari. Prenda aziende come la Marrone di Pordenone: è una Pmi di circa 25 milioni di fatturato, leader mondiale di cucine professionali su misura che produce per gli chef stellati. In quest’azienda la tecnologia digitale, i sensori, le stampanti 3D, si saldano perfettamente con l’artigianalità del prodotto, facendone un unicum nel mercato. È una artigianalità digitale su misura dove oltre all’enfasi della tecnologia c’è sempre l’elemento di umanità. Che rende il prodotto unico è vincente. »

Si tratta di un caso isolato? 

«No, per nulla. I casi sono sempre più numerosi, dalla Riva 1920 di Cantù, in Brianza, dove una grande artigianalità nella lavorazione del legno e una grande ricercatezza dei materiali si incontrano con il lavoro delle macchine a controllo numerico, ma il prodotto finale è ridefinito sempre dalla mano dell’uomo; alla Baldi di Firenze, che lavora le pietre a mosaico e produce prodotti per la casa, esempio di eccellenza del made in Italy: i dipendenti sono un’ottantina, quindi non parliamo di grandi dimensioni aziendali, ma le tecniche di scannerizzazione e l’utilizzo della tecnologia digitale sono all’avanguardia. Questi esempi parlano di un digitale che si salda con la manifattura attraverso un incontro con l’uomo. Questa è la via italiana.»

«C’è anche un altro livello di riflessione parlando di manifattura 4.0, che in Italia ancora non ha trovato una chiara applicabilità, quello che riguarda l’Internet of Things, i Big Data, la condivisione dei know how. C’è un grande dibattito attorno a questi concetti, ma mi pare che ancora siamo indietro. In realtà, lo ritengo un dibattito fumoso e non necessario in questo momento per il nostro Paese, proprio perché la via italiana alla manifattura 4.0 è un’altra. Non può essere la stessa di chi, ad esempio, ha a che fare con grandi produzioni di serie, altamente automatizzate. Noi dobbiamo fare i conti con la forte componente di artigianalità che, ripeto, rende del tutto umano il digital manufacturing.»

Il Sole 24 Ore, 1 dicembre 2015

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L’importanza del saper fare nella formazione dei giovani: il punto di vista di Robert Schwartz

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Il convegno organizzato a Parigi dall’Institut National des Métiers d’Art sul tema delle prospettive economiche dell’artigianato di qualità ha rappresentato l’occasione per riflettere sul valore della formazione tecnica in una società in profonda trasformazione.

Il dibattito sul trasferimento e la socializzazione dei saperi che hanno fatto la fortuna della manifattura francese e di quella italiana ha radici lontane. Nella maggior parte dei casi la discussione si è focalizzata sulla difficoltà a promuovere efficacemente percorsi scolastici in grado di incontrare il favore dei giovani. Dopo la scuola media inferiore, molti studenti (così come le loro famiglie) rimangono scettici di fronte alla possibilità di investire sulla formazione tecnica e professionale. Non è un caso che ancora oggi, nonostante i risultati economici ottenuti da tanta manifattura di qualità, molte imprese sono in difficoltà nel reclutare una nuova generazione di specialisti in settori chiave del Made in Italy (e del Made in France).

Su questo tema, una delle testimonianze che più ha stupito i partecipanti è stata quella di Robert Schwartz, responsabile del settore per le politiche educative di Harvard University e autore del rapporto di ricerca “Pathways to Prosperity: Meeting the challenge of preparing young Americans for the 21st century” che ha avuto una grande eco negli Stati Uniti. La testimonianza di Schwartz non si è limitata a riflettere sul rilancio del vocational traning negli Stati Uniti grazie a una nuova generazione di Community College inseriti nelle diverse comunità locali. Ha sottolineato come, oggi, i sistemi educativi più efficaci (e, in generale, le società più innovative) sono quelle che inseriscono il saper fare come parte di un percorso formativo generalista, destinato in modo trasversale all’universo degli studenti in formazione.

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Il sistema educativo svizzero, in questo senso, è stato indicato come uno dei più interessanti a livello internazionale perché proprio la diffusione di questi saperi caratterizza in modo trasversale la maggioranza dei percorsi formativi dei giovani contribuendo non solo a favorire sbocchi professionali nella manifattura di qualità (ad esempio nell’orologeria e nella meccanica di precisione), ma a favorire in generale i processi di apprendimento degli adolescenti.

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Confrontarsi con problemi di natura pratica – ha ribadito Schwartz – è un viatico formidabile per favorire l’apprendimento di conoscenze formali astratte che, a loro volta, arricchiscono l’azione pratica. Anche nel campo della scienza e della medicina, i percorsi formativi che prevedono il confronto con il saper fare si rivelano più efficaci: proprio su questo fonte il Craft Council UK ha chiesto a chirurghi e scienziati di fama internazionale di mettere in evidenza quanto è importante, anche nelle loro professioni, un percorso di crescita formativa che includa il saper fare e il confronto con mestieri della tradizione.

Questa capacità di mescolare in modo originale sapere formale e sapere applicato non deve limitarsi – ha aggiunto Schwartz – al percorso formativo che si sviluppa nelle scuole medie superiori e nelle università grazie all’alternanza scuola lavoro. Schwartz ha sottolineato l’opportunità di sviluppare incentivi a carriere “miste”, che favoriscano il passaggio fra mestieri e attività diverse in modo da incrociare, anche dopo la formazione scolastica in senso stretto, esperienze e conoscenze in campi diversi del sapere. Anche in questo caso la Svizzera può essere presa come esempio per aver creato delle vere proprie “passerelle” fra percorsi di carriera molto diversi fra loro. Sono proprio questi incroci fra saperi e contesti di lavoro diversi che contribuiscono a formare una leadership nazionale più consapevole e competitiva.

Inutile sottolineare quanto le argomentazioni promosse da Schwartz possono essere utili a tracciare, anche nel nostro paese, le linee guida per una buona scuola e una buona società.

Stefano Micelli

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