Se Glaxo chiude la ricerca a Verona

La notizia non ha avuto il rilievo che si merita. Quindi rilancio: Glaxo, leader mondiale nella farmaceutica con un fatturato di 28,3 miliardi di sterline, ha annunciato un piano di ristrutturazione che prevede la  chiusura di 6 centri di ricerca, tra i quali anche quelli di neuroscienze di Verona e della casa madre di Londra. A livello globale, il piano dovrebbe portare nelle casse di Glaxo 500 milioni di sterline: di questi risparmi il 70% destinato a consolidare i profitti,  mentre il 30% è destinato agli investimenti (acquisizioni e/o esternalizzazione).

Andrew Witty, amministratore delegato della multinazionale farmaceutica, ha esplicitato la strategia di fondo di Glaxo: “Abbiamo esternalizzato circa il 30% della ricerca di base e stiamo già conducendo la ricerca di base con 47 partner esterni e il nostro obiettivo è aumentare questo livello di esternalizzazione: così abbassiamo il rischio del nostro capitale investito e otteniamo un profitto più soddisfacente».

Glaxo scommette su un nuovo modo di fare ricerca, quello che oggi chiamiamo “open innovation“. Perché investire in centri di ricerca proprietari quando esistono là fuori strutture dedicate in grado di promuovere l’innovazione evitando molti dei rischi che la ricerca e sviluppo comportano? Henry Chesbrough ci ha spiegato che, ormai, sono molti i paesi che hanno investito in formazione avanzata: in nazioni come Cina, India e Corea è possibile trovare strutture autonome di ricerca capaci di promuovere progetti che, quando hanno successo, possono essere fatti propri da chi ha capacità finanziaria e distributiva.

Rimane da capire che fare nel nostro paese. Dopo aver discusso con accanimento sulla chiusura di Termini Imerese e dopo aver solidarizzato con i lavoratori dell’Alcoa, scopriamo che anche i nostri laureati/ricercatori sono a rischio. La crisi di questi due anni ci mostra oggi tutte le sue implicazioni reali.

Si poteva prevedere? Sì. Qualcuno lo aveva anche fatto. Consiglio di rileggere l’analisi di Alan Blinder (Princeton) a proposito della “delocalizzazione” di lavori manuali e lavori intellettuali (offshoring). Già nel 2005, Blinder ci metteva in guardia sull’impatto delle nuove tecnologie in termini di divisione del lavoro internazionale. A lungo abbiamo pensato in termini tradizionali alla differenza fra beni tradable (cose che si possono mettere in una scatola e che possono essere spedite) e non tradable, immaginando che solo la produzione dei primi potesse essere delocalizzata. Diceva Blinder: “molti servizi stanno diventando tradable e in futuro molti altri lo saranno”. Per capire cosa faremo noi (in Italia) e cosa faranno gli altri (economie emergenti) bisogna usare catergorie diverse. I mestieri intellettuali non sono necessariamente al riparo dalla concorrenza di Cina e India. Per contro, agenti immobiliari e baby sitter sono decisamente più al sicuro.

La vicenda Glaxo ci ricorda che anche le politiche per la formazione vanno ripensate. Il mantra educazione, educazione, educazione non basta più. In un numero di Wired i qualche anno fa, Daniel Pink, fautore di una nuova idea di intelligenza e di creatività, l’aveva messa in termini un po’ brutali: “Want to get ahead today? Forget what your parents told you. Instead, do something foreigners can’t do cheaper. Something computers can’t do faster.”

Scritto da Stefano | February 7, 2010 | in Varie | 6 Commenti |

Illy: l’aroma della qualità

Premiare paga. Almeno se a premiare è Illy e se in palio c’è la fornitura del caffè. Questo è quello che ci ha raccontano Pierpaolo Andriani della Durham Business School in un seminario all’Università di Padova, una storia delle conseguenze inattese di un’iniziativa di Illy caffè in Brasile per garantire la produzione di un caffè di qualità.

Il settore del caffè è affascinante non solo per l’aroma ma anche per le dinamiche industriali che vi sono alle spalle. Un settore pieno di contraddizioni, se è vero che nell’ultimo ventennio ha assistito a un boom dei consumi, trainato anche dal risultato di grandi catene di distribuzione come Starbucks ma in contemporanea anche una crisi nel settore produttivo. Caratterizzato da una sempre maggiore richiesta di varietà particolari ma allo stesso tempo da una drammatica scarsità di offerta di chicchi di qualità. Un problema per produttori come Illy che hanno basato il loro vantaggio competitivo e la loro immagine aziendale proprio sull’alta qualità.

Per risolvere il collo di bottiglia che limita la crescita dell’azienda, Illy ha deciso di eludere i traders e gli importatori di caffè andando direttamente alla ricerca di fornitori di qualità tra le piantagioni brasiliane. Per ovviare alle evidenti difficoltà di sostituirsi agli intermediari visitando tutte le fazende, l’azienda triestina ha scelto di implementare una strategia pull, istituendo l’”Illy Award”, un premio per i chicchi di qualità superiore. I produttori i cui chicchi superano le rigide richieste qualitative di Illy potranno fornire il proprio caffè ad Illy, che riconosce una prezzo maggiore ma che soprattutto rappresenta un fattore di visibilità e reputazione per i produttori.

Il primo anno, pochi produttori sono riusciti a raggiungere la qualità necessaria, e pochi dei loro sacchi hanno superato i test di Illy. Ma la parte interessante della storia è ciò che è avvenuto negli anni successivi. La visibilità dell’azienda e gli incentivi garantiti ai produttori, stanchi di essere sfruttati dagli intermediari che non riconoscevano alcun differenziale di prezzo per la maggiore qualità, hanno cominciato a partecipare sempre più numerosi al contest. Zone come il Cerrado, note per la pessima qualità della loro produzione, sono diventate fornitori dei migliori chicchi della miscela Illy.  Anche grazie al trasferimento di conoscenze realizzato da Illy, attraverso l’istituzione dell’università Illy, per trasmettere conoscenze sulle tecniche produttive ma anche indicazioni manageriali per migliorare l’affidabilità e la tracciabilità della produzione, e attraverso la relazione di fiducia con questi produttori.

La nuova strategia di approvvigionamento di Illy ne ha sicuramente migliorato la capacità competitiva di Illy, ma ha anche completamente rivoluzionato il mercato del caffè in Brasile: ha favorito una maggiore competitività in molte aziende; lo sviluppo di alcune aree territoriali, stimolando la valorizzazione di varietà locali; ha contribuito al miglioramento delle condizioni lavorative, ha aperto nuove possibilità commerciali, essendosi costituiti molti enti locali per certificare e esportare specifiche qualità prima non valorizzate.

Un caso di imprenditorialità all’italiana, che rivisitando l’organizzazione della propria catena del valore e instaurando relazioni di fiducia con i fornitori dall’altro lato dal mondo ha permesso di uscire dalla trappola delle produzioni commodity. Happy end: Illy migliora la qualità e avvia un modello di sviluppo locale che molte politiche non sono riuscite a mettere in moto.

Valentina

Scritto da admin | January 30, 2010 | in Innovazione, Varie | 2 Commenti |

Rilanciare l’artigianato con il design

Sabato scorso ho partecipato a Vie di Fuga, il week-end di incontri sul contemporaneo organizzato a Vicenza. Sono rimasto colpito da una netta separazione, quasi antropologica direi, tra il mondo dell’artigianato e quello del design. Provo a spiegarmi.
Nel pomeriggio ho coordinato un dibattito sulla creatività artigiana. E’ stato molto interessante scoprire il talento di artigiani di grande livello come Cristina Busnelli (specializzata nella produzione di arazzi d’arte) e Antonio Bonaldi (ceramista di Nove) e apprezzare tutto quel processo di ricerca sia tecnica che estetica che caratterizza l’artigianato di qualità. Il tema ha affascinato il pubblico in sala che ha partecipato con grande pathos al vivace dibattito finale. Con sorpresa ho notato però che gran parte del pubblico era anagraficamente segmentato: si andava dai quaranta in su. Il gusto per il saper fare, il fatto a mano, la qualità e la passione del lavoro non sembrano attirare l’interesse delle giovani generazioni.
La riprova la si poteva avare a pochi metri di distanza alla Young Designer Home organizzata a Palazzo Valmarana Braga , dove giovani talenti del panorama italiano presentavano le loro proposte. In questo caso la segmentazione anagrafica era rovesciata: difficile trovare tra il pubblico chi avesse più di trent’anni. Il paradosso è che gran parte delle proposte presentate avevano poco a che fare con il design nella sua versione industriale, ma si trattava di idee/creazioni che si avvicinavano più al mondo della decorazione e dell’artigianato, utilizzando però i codici della contemporaneità: minimalismo, ironia, gioco e soprattutto leggerezza.

Non credo sia un fatto solo di appeal terminologico. Sicuramente la parola, artigiano/artigianato, non è di aiuto da questo punto di vista: è  troppo rivolta al passato e poco digeribile da chi è nato con l’ipod in tasca. Credo che però la questione sia più sostanziale. Mi risulta infatti difficile pensare che l’artigianato possa uscire dalla nicchia nella quale è intrappolato senza iniziare a confrontarsi con il linguaggio del design. Per due motivi essenziali: per una ragione di mercato (le giovani generazioni sono e saranno i consumatori del futuro, soprattutto a livello internazionale) e per garantire il necessario ricambio generazionale (chi davvero vorrà proseguire il lavoro artigianale così come è inteso oggi?).
La sfida è quella di costruire un nuovo legame tra artigianato e design che sappia rendere interessante al consumatore internazionale la qualità del “fatto a mano”. Esistono delle esperienze innovative in Italia in questo senso; penso che però abbiamo bisogno urgentemente di un progetto che sia in grado di coordinare e di fondare queste esperienze per dare loro maggiore peso e visibilità internazionale.

Marco

Scritto da marco | January 20, 2010 | in Varie | 2 Commenti |

Un new deal verde per rilanciare l’economia

A Venezia si è discusso di Green New Deal, ovvero come provare a risolvere i principali problemi dell’ambiente, primi tra tutti i cambiamenti climatici, e la crisi economica.

La discussione è partita dal recente rapporto della Green European Foundation, “A Green New Deal for Europe. Towards green modernization in the fact of crisis”, realizzato dal Wuppertal Insitute e presentato da Pierre Jonckheer. Il rapporto valuta i piani per la ripresa economica di diversi Paesi, considerando gli investimenti previsti e, in particolare, quale parte di questi viene destinata ad iniziative green nei diversi comparti industriali (energia, trasporti, eco-building, acque e rifiut). Il confronto fra Italia e resto del mondo è abbastanza demoralizzante: 1,3% in Italia contro un  37,8% della Cina.

Carlo Carraro ha citato altri rapporti che recentemente hanno trattato lo stesso argomento, tra cui quello realizzato dal Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici per il governo tedesco e quello della World Bank. I dati riguardanti gli investimenti riportati dai diversi rapporti sono molto simili ed evidenziano come il settore in cui si sta investendo di più sia quello energetico, strettamente legato al tema dei cambiamenti climatici. Tutti i rapporti, inoltre, confermano l’impegno dei Paesi emergenti, in particolare della Cina, impegnati a ridurre le emissioni in vista di standard sempre più vincolanti.

Non tutti i rapporti sono però ugualmente positivi sugli effetti economici ed occupazionali degli investimenti green, nonostante lo stesso presidente Obama, in riferimento all’introduzione di un cap-and-trade emissions trading scheme negli Stati Uniti, abbia molto enfatizzato gli impatti positivi che questa politica avrebbe in termini di creazione di posti di lavoro. Il green new deal, comunque, rappresenta un modo per rendere più competitive le aziende; in un’epoca infatti in cui i costi della produzione sono in gran parte legati a quelli delle risorse, un consumo efficiente delle stesse diventa un fattore di competitività fondamentale.

Come stimolare investimenti green? La politica è sicuramente uno strumento essenziale per andare in questa direzione, ma a livello europeo c’è ancora molto da fare. Secondo Ignazio Musu, è fondamentale agire in fretta: altrimenti si rischia di creare i presupposti per una nuova crisi, visto che i problemi fondamentali, quali per esempio la disponibilità di combustibili fossili non consentiranno una vera ripresa se non si intraprendono tempestivamente nuove strade di produzione e consumo. E importante risulta anche agire a scala locale. Pensiamo al caso di Venezia, dove le questioni ambientali, vedi la gestione idrogeologica e delle risorse naturali, si intrecciano con la sopravvivenza stessa della città, e il green new deal può rappresentare quindi un’importante opportunità di rilancio urbano.

Ilda Mannino

Scritto da admin | January 16, 2010 | in Ambiente | 6 Commenti |

Immigrati Critical Mass

Nel Corriere del Veneto è stata riportata una notizia interessante a proposito degli immigrati. Stanchi di essere oggetto di atti politici di discriminazione da parte di amministratori leghisti – l’ultimo in ordine di tempo quello del sindaco di Montecchio Maggiore, che con un’ordinanza ha reso più difficile agli stranieri trovare casa nel suo comune – hanno stavolta deciso di prendere l’iniziativa, proclamando uno “sciopero della spesa”. Questa iniziativa, pur con molti limiti, contiene un ragionamento giusto, ed è la consapevolezza del valore economico dell’immigrazione. E’ tempo, infatti, che questo valore venga fatto pesare anche nelle decisioni politiche. Provando a fare qualche conto emergono dati sorprendenti.

Nell’ultimo decennio la presenza straniera è cresciuta in misura considerevole in Italia. Secondo l’Istat, nel 2009 la popolazione straniera residente in Italia ha superato la soglia dei 4milioni di persone, il 7% del totale. Nel 1995 eravamo ancora all’1%. L’attuale quota è oramai vicina a quella dei principali paesi europei, con una differenza significativa: in Italia, gli immigrati mostrano un tasso di attività maggiore di oltre 10 punti la media nazionale (73,7% contro 62,1). Se misuriamo l’incidenza degli stranieri nella classe d’età 15-64 anni, la percentuale sale infatti al 9%. Se poi calcoliamo l’incidenza dei lavoratori stranieri sul totale degli occupati, si arriva all’11%. Inoltre, diversamente da quanto succede in Germania o in Francia, da noi il tasso di disoccupazione degli immigrati rimane allineato a quello medio nazionale, di molto inferiore alla media UE (8,6 contro 12,7). Prima conclusione: gli immigrati vengono da noi per lavorare, e in questo modo contribuiscono concretamente alla produzione di ricchezza nazionale e al gettito fiscale. Inoltre, una parte significativa del reddito viene direttamente consumata, contribuendo anche in questo modo alla crescita economica. Ma quanto vale il consumo degli immigrati?

Per analizzare questo fenomeno possiamo fare un calcolo che tiene conto della spesa delle famiglie misurata sempre dall’Istat in rapporto alla composizione dei nuclei, scontando poi una riduzione per tenere conto, cautelativamente, dei redditi minori percepiti dagli immigrati. Perciò, anche riconoscendo che le famiglie formate da stranieri possano appartenere al “secondo quintile” più povero della popolazione italiana, l’ammontare dei consumi annui degli immigrati raggiunge in Italia il valore di 24 miliardi di euro! Questa cifra già ragguardevole e sicuramente destinata ad aumentare in futuro per almeno due ragioni: da un lato perché il fenomeno dell’immigrazione, per quanto in rallentamento, continuerà comunque a crescere (è avvenuto anche nel corso del 2009); dall’altro perché tale fenomeno, radicandosi anche nel nostro paese, si accompagnerà sempre più ad un aumento dei redditi e dei consumi, anche di beni durevoli.

Questo rilevante volume di consumi è in buona misura “vincolato” al territorio in cui gli immigrati risiedono. Tuttavia, una parte può essere soggetta a strategie di “uscita”. Ad esempio, una parte della spesa alimentare, per l’abbigliamento e per i prodotti della casa (oltre un terzo del totale) potrebbe essere “mobilitata” in relazione anche ad istanze di protesta. Se, infatti, gli immigrati cominciassero ad organizzarsi per concentrare la spesa nei comuni “tolleranti”, il segnale potrebbe diventare molto incisivo. Se non altro, i sindaci che professano l’intolleranza, dovrebbero fare i conti anche con le conseguenze economiche delle loro iniziative. Dal canto loro, adottando strategie di “uscita”, gli immigrati potrebbero cominciare ad assumere quella “voce” politica che la politica, anche a livello locale, non vuole ancora riconoscere loro. Ciò presuppone un’organizzazione fra gruppi sociali ed etnici che non è facile costruire. Tuttavia, l’incentivo all’organizzazione politica potrebbe diventare, alla fine, il risultato più interessante di tutta l’iniziativa. Con effetti positivi anche sull’integrazione sociale.

Giancarlo

Scritto da corog | January 12, 2010 | in Nuove identità | 2 Commenti |

Eleganza sartoriale low cost. Dalla Cina.

Ho letto l’annuncio qualche settimana fa. Sono rimasto sorpreso dai toni aggressivi della pubblicità. Mr. Raja Daswani non usa mezzi termini. Dice: “Preferireste pagare per un abito comprato in una qualche generica catena di abbigliamento, tagliato da un computer e venduto da un ragazzino alle prime armi o, per la stessa cifra, comprare due abiti confezionati su misura cuciti da un uomo che ha fatto della sartoria la passione della sua vita?”. Impossibile non proseguire nella lettura. E così ho fatto, andando a guardare pure il sito e qualche articolo di commento.

Ecco cosa ho scoperto. Mr Raja Daswani ha lanciato una grande offensiva ai sarti di Savile Row. Raja invita i suoi clienti nei principali alberghi di Londra e di altre città inglesi. Prende accuratamente le misure di ciascuno, fa  qualche foto digitale, registra gusti e preferenze, suggerisce una sua selezione di tessuti. Una volta ottenute le informazioni necessarie spedisce il tutto a Kawloon (la penisola di fronte a Hong Kong) dove qualche centinaio di sarti di grande tradizione (Raja ci tiene a sottolienarlo) si dà da fare per produrre abiti, camice e cappotti su misura. Dopo quattro-sei  settimane arriva il tutto per posta.

Che dire della qualità del prodotto finito? Le attestazioni di di stima non mancano. I due giornalisti del Times e del Guardian che si sono sacrificati per testare la bontà del modello si sono detti molto soddisfatti della fattura. Da quanto scrivono ci sono pochi dubbi sulla bontà della scelta.

Dopo la sorpresa, lo confesso, sono stato assalito da un certo senso di fastidio. Perché non abbiamo inventato noi italiani un modello di questo tipo. Abbiamo sarti e sarte in quantità. Passione per la confezione. Qualcuno mi dirà: Zegna fa la stessa da anni. Alcuni negozi di abbigliamento di lusso fanno più o meno lo stesso, magari a scala limitata. In realtà non è la stessa cosa. Questa è l’eleganza low cost. E’ un modo innovativo per rilanciare la competenza di artigiani qualificati attraverso le tecnologie di rete. Insomma una buona lezione da riproporre dalle nostre parti.

Stefano

Scritto da Stefano | January 7, 2010 | in Creatività e design, Innovazione | 6 Commenti |

Artigiani oltre la crisi

Quanto si parla di artigianato si ha sempre la sensazione di oscillare tra premodernità e folklore. Se si guarda all’evoluzione dei processi economici su scala globale sembra difficile, infatti, trovare oggi una collocazione significativa all’artigianato. In più c’è la crisi. Come può un piccolo artigiano affrontare da solo la complessità dei processi di innovazione, di comunicazione e di distribuzione che perfino le medie imprese sono oggi in difficoltà a gestire?

Su questo tema si è discusso all’interno di un evento organizzato da CNA Vicenza  che si è tenuto mercoledì 16 dicembre. Nell’incontro sono emersi alcuni spunti di riflessione sul ruolo dell’artigiano nel contemporaneo. Provo a sintetizzare i passaggi più rilevanti.

Una nuova alleanza con il mondo industriale. L’artigiano può reclamare un proprio spazio nella modernità attraverso un nuovo rapporto con l’industria e con le nuove filiere globali. Stefano Micelli identifica almeno tre ambiti significativi: artigiano adattore, che personalizza prodotti standard; artigiano traduttore, che trasforma il progetto del designer in un prodotto industriale; artigiano prototipista, che realizza prove d’artista e prototipi per lo sviluppo prodotto.

Innovazione. Il contributo che il mondo artigianale può dare al processo di innovazione non è scontato. Brevetti, design, tecnologia sono aspetti fondamentali per l’innovazione. L’artigiano rappresenta una risorsa di qualità e di saperi tecnici che possono arricchire il percorso di innovazione. Questo è stato particolarmente vero per il successo del made in italy a livello internazionale, in particolare per il design. Oggi questo mix merita di essere maggiormente valorizzato.

Autenticità. La produzione di massa ha accresciuto la richiesta di differenziazione da parte dei consumatori. Prodotti low cost e sempre più standard stanno portando ad un crescente bisogno di autenticità. Il successo del movimento Slow Food nel settore alimentare è un segno rilevante di questo fenomeno. Giovanni Bonotto, imprenditore tessile, sostiene che solo l’artigianato è oggi in grado di ridare al prodotto quel “supplemento d’anima” che il processo di produzione industriale gli ha negato. Su questa idea Bonotto ha impostato la strategia della propria azienda.

Comunicazione. La figura dell’artigiano non gode di buona stampa. Cristiano Seganfreddo, ha messo in evidenza la necessità di cambiare la percezione che si ha dell’artigiano e del suo lavoro. Tutti ammirano ad esempio il lavoro dello stilista di moda, pochi sanno quanto questo lavoro è completato dall’abilità delle sarte che sono in grado di interpretare le idee dello stilista e trasformarle in abiti realmente indossabili. Questi figure, seppur così rilevanti per l’innovazione, non hanno la visibilità che meritano.

Le possibili aree sulle quali ripensare l’artigianato in chiave contemporanea si iniziano ad intravedere. La CNA ci crede fortemente e ha deciso di investire in un programma che sviluppi questi punti e che culminerà in un evento, il festival dell’artigianato, che si terrà a settembre 2010. Vedremo i risultati di questa iniziativa.

Marco

Scritto da marco | December 18, 2009 | in Varie | 1 Commento |

La carta dell’artigianato artistico

Venerdì a Firenze si è discusso del futuro dell’artigianato artistico in Italia e in Europa. Artex, promotore del convengo, ha avuto il merito di aprire una discussione tutta italiana al confronto con una serie di soggetti internazionali provando a fissare alcuni paletti in una bozza di una carta dell’artigianato artistico da promuovere a scala continentale. L’incontro ha rappresentato l’occasione per riflettere sui valori dell’artigianato e della piccola impresa in Italia: valori economici, come recita la carta, ma anche culturali e sociali.

Particolarmente interessante è stato l’intervento di Catherine Dumas, senatrice francese, che ha esposto rapidamente l’agenda francese in materia di artigianato: una serie di iniziative a sostegno della formazione, dell’immagine dell’artigiano e della sua integrazione nel circuito della produzione culturale. Il Made in France (così come il Made in Italy) ha bisogno delle competenze del lavoro artigiano ed è chiamato a rinnovare la sua aura. Lato fiere, stesso impegno. La direzione di Maison et Objet ha confermato il suo impegno a rinnovare spazi espositivi innovativi dedicati all’artigianato di qualità e investirà su forme innovative di presentazione dell’artigianato artistico.

Abbiamo da imparare dai francesi. Mentre noi dibattiamo riproponendo la contrapposizione fra grandi e piccole imprese, in Francia si fa strada l’ipotesi di coltivare una nuova ecologia fra grandi marchi e mestieri dell’artigianato artistico. Paradossalmente non li propone solo la politica, ma soprattutto le imprese che di questo nuovo equilibrio si sentono responsabili. La pubblicità di Louis Vuitton che ritrae artigiani al lavoro in pose classiche (qui sopra “la giovane donna e i piccoli gesti”) è un segno evidente che i primi a capire l’importanza dell’uomo artigiano (anche dal punto di vista della comunicazione) sono proprio quelle imprese che scommettono su una nuova idea di lusso e di qualità.

Stefano

ps. ho recuperato anche la foto della seconda pubblicità Vuitton di cui si discute nei commenti

Scritto da Stefano | December 14, 2009 | in Creatività e design, Nuove identità | 3 Commenti |

Se anche Apple inciampa nel made in ….

Negli Iphone che Apple vende in Cina è omessa la dicitura “Assembled in China” e compare solo il “Designed by Apple in California”. La fonte della notizia, Bruce Nussbaum di Businessweek, è più che attendibile.  Le ragioni di questa omissione non sono chiare ma è legittimo credere che si tratti di una precisa manovra di marketing. Se il consumatore cinese vuole comprarsi il sogno che il mondo Apple gli propone difficilmente lo riterrà credibile se legge che il prodotto è stato “assemblato” da un suo concittadino.

Da questa prospettiva, il dibattito che si è sviluppato in Italia sul tema del “made in …” sembra tutt’altro che una discussione provinciale. Se anche nel settore high-tech quella separazione tra testa (design) e braccia (assemblaggio/manifattura) sembra di difficile comunicazione al consumatore internazionale, che dire dei settori tradizionali del made in Italy?

Insomma il tema è quanto mai di attualità e diventa sempre più necessario far decollare il dibattito depurandolo dalle posizioni ideologiche  in un verso (100% made in Italy) o nell’altro (basta il marchio italiano) che oggi sembrano dominare la scena. Non possiamo, infatti, far finta che la globalizzazione non esista e che il made in Italy sia quello del secolo scorso. Così come dobbiamo stare molto attenti a non disperdere il patrimonio che abbiamo costruito. In sostanza dobbiamo essere in grado di rinnovare il senso profondo del made in Italy provando ad identificare valori comuni capaci di proiettare il prodotto italiano nel nuovo millennio. Non è un compito facile. Dove partire? Una proposta: oltre all’estetica e alla qualità del prodotto perché non pensare alla sostenibilità ambientale (e sociale) quale nuovo valore fondativo? Credo che in Italia non manchino aziende con la volontà di impegnarsi a fondo in questa direzione, ben oltre le certificazioni ambientali e il rispetto dei vincoli normativi. Per farle emergere dobbiamo però costruire una visione condivisa di queste priorità.

Marco

Scritto da marco | December 1, 2009 | in Varie | 5 Commenti |

Acqua pubblica, acqua chiara?

Per quale motivo si è scatenato in Italia questo putiferio sulla “privatizzazione dell’acqua”? L’acqua, si dirà, è una risorsa fondamentale per la vita e per ogni forma di sviluppo. Perciò, non può che essere sottoposta ad un rigoroso controllo pubblico. Tuttavia, non è il controllo pubblico che il famigerato Decreto Ronchi mette in discussione, quanto il fatto che l’organizzazione dei “servizi idrici” debba rimanere appannaggio indisturbato di aziende pubbliche locali. Le quali, è bene ricordarlo, non sempre sono campioni di efficienza e, in ogni caso, sono già oggi controllate dai privati, in quanto l’elevato indebitamento le ha messe, di fatto, in mano alle banche, a cui vengono pagati oneri finanziari sempre più pesanti. Ma andiamo con ordine. I servizi idrici sono quell’insieme di attività che rendono possibile l’impiego dell’acqua per usi civili e produttivi: captazione dalle falde, potabilizzazione (specie quando viene dai fiumi e dai laghi), distribuzione negli acquedotti, raccolta in reti fognarie dopo l’uso, depurazione. Dunque, una riflessione seria e responsabile sulla riforma dei servizi idrici dovrebbe partire da questa ineliminabile ambivalenza: da un lato l’acqua è una risorsa ambientale di natura collettiva, che non può essere lasciata in mano a pochi; dall’altro, tuttavia, è un bene che, per diventare concretamente disponibile alla società, ha bisogno di lavoro, capitale e tecnologia, cioè di una complessa organizzazione industriale, che ha in Italia elevati potenziali di recupero di efficienza e innovazione.

L’Italia è un paese fortunato in quanto a disponibilità naturale d’acqua, sia al Nord come al Sud. Per i servizi idrici la situazione è diversa. Per allineare l’Italia agli altri paesi europei in termini di estensione e qualità delle reti acquedottistiche e, soprattutto, per realizzare impianti di fognatura e depurazione necessari a garantire adeguati standard ambientali e sanitari, servono investimenti per almeno 80 miliardi di euro. Con il debito pubblico che l’Italia ha accumulato è impensabile che queste risorse siano trovate nei bilanci dello Stato e degli Enti locali. Chi paga allora? Da una decina d’anni vige in Italia il principio del full cost recovery: in pratica, le società che gestiscono il servizio idrico si finanziano con le tariffe pagate dai cittadini in base ai consumi. Tuttavia, una famiglia italiana spende per acquedotto e fognatura circa 20 euro al mese, mentre un cittadino francese paga il doppio, un tedesco addirittura quattro volte tanto. Ovviamente, con tariffe così basse, non mancano gli sprechi. C’è, dunque, un punto da mettere in chiaro: se all’acqua attribuiamo un alto valore, bisogna allora essere disponibili a pagarla.

Ma perché i privati dovrebbero fare meglio delle aziende pubbliche? Il Decreto Ronchi – che riprende, di fatto, le linee di riforma dei governi di centro-sinistra – dice che le modalità di affidamento del servizio saranno di due tipi: la gara per il servizio e la società mista. In questo secondo caso il socio industriale potrà rimanere sotto il 50%, ma verrà scelto tramite evidenza pubblica. Dunque, la “privatizzazione” si riduce, in realtà, ad un’ipotesi remota poiché, anche nel caso delle gare, gli incumbents, quasi tutti pubblici, avranno un vantaggio indiscutibile sui concorrenti. Tuttavia, la riforma offre una prospettiva interessante. Da un lato, quella di rafforzare le attuali aziende di gestione del servizio idrico con incentivi concorrenziali e con la partecipazione di capitale e competenze tecniche provenienti dal mondo dell’industria e della finanza. Dall’altro, di costringere il pubblico a fare fino in fondo la sua parte, fissando obiettivi di interesse generale – come la tutela delle falde e della qualità dei fiumi, nonché chiari limiti nei rincari tariffari – e assicurare regole di massima trasparenza gestionale. Se l’acqua non va privatizzata, questo non significa che i servizi idrici non hanno bisogno di più imprenditorialità e più innovazione.

Giancarlo

Scritto da corog | November 23, 2009 | in Ambiente, Innovazione, Spazi e metropoli, Varie | 4 Commenti |