Perchè gli olandesi ci battono nella sartoria maschile?

Il Wall Street Journal sembra non avere dubbi. Un abito da uomo Armani ha la stessa qualità sartoriale di un abito Suitsupply. C’è però una non piccola differenza. L’abito Armani costa 3600 $ mentre quello Suitsupply 614$. Possibile? Secondo i due giudici (due esperti del settore Salvatore GiardinaSalvatore Cesarani) che hanno analizzato, attraverso un test alla cieca, gli abiti da uomo offerti dai principali brand presenti sul mercato americano, la cura dei dettagli, il tessuto, il taglio e la costruzione dell’abito sono sostanzialmente simili.  Per carità si può sempre dire che il test è incompleto, il giudizio falsato (basato su sensazioni) e la metodologia non scientifica ma si tratta comunque di un fatto che fa riflettere. Non tanto perché mette in pericolo il valore percepito del brand Armani, quanto perché mette in discussione la capacità delle imprese italiane di innovare in un settore, quello dell’eleganza maschile, che ci vede leader a livello internazionale.

Suitsupply è un brand olandese, fondato da Fokke de Jong, che si sta rapidamente espandendo a livello internazionale (35 negozi in Olanda e Benelux, 3 a Londra, con recenti apertura a New  York e a Milano). La proposta è molto aggressiva: introdurre l’abito da uomo, con qualità sartoriale, ad un pubblico più giovane ed ad un prezzo accessibile. Le linee sono principalmente due: una ready to wear (prodotto industrialmente) alla quale si possono apportare solo piccole modifiche (apertura dei bottoni della giacca, piccoli ritocchi qua e la) ed una linea made-to-measure (quasi-sartoriale) nella quale si possono prendere fino a 30 punti ( bisogna aspettare 3-5 settimane per la consegna ed il prezzo può salire fino a 600-900 euro). I tessuti sono Italiani (provengono da due delle migliori aziende di Biella), il taglio innovativo in linea con le nuove richieste del consumo (slim-fit, spalla napoletana, giacca più corta). La qualità costruttiva non è sacrificata, almeno nella linea più alta del ready-to-wear e nel made-to-measure che è realizzata in Italia, Portogallo e Cina. Il punto vendita gioca un ruolo di primo piano nel modello di suitsupply. Rappresenta un luogo di incontro con i consumatori. Nel punto vendita ci sono sarti che realizzano, a vista, piccole personalizzazioni (in un’ora accorciano i pantaloni e si può quindi aspettare continuando gli acquisti) e si occupano di prendere le misure per realizzare l’abito quasi sartoriale e le inseriscono nel software aziendale che gestisce l’ordine.

Ma come è possibile avere un prezzo così basso? Facendo economie di scala negli ordinativi, gestendo attraverso le nuove tecnologie il processo di produzione, risparmiando sul marketing e sul brand, controllando direttamente la distribuzione e scegliendo location meno costose per il punto vendita (a NY ad esempio il negozio è al secondo piano senza la visibilità della vetrina).

Questo modello è oggi particolarmente apprezzato da una crescente quota di consumatori. Il Wall Street Journal segnala la grande vitalità dell’abito maschile nel mercato americano (+20%) proprio in una fascia prezzo più bassa che però non vuole rinunciare completamente alla qualità.

I tessuti sono italiani, la tecnica costruttiva è italiana, lo stile è italiano. Perchè allora nessuna impresa italiana ci ha pensato?

Molti si lamentano in Italia della mancanza di talenti creativi al pari dei nomi storici della moda del recente passato. E’ vero, forse. Dal mio punto di vista, è molto più preoccupante la difficoltà nell’esplorare nuovi modelli imprenditoriali.

Marco

Scritto da marco | January 25, 2012 | in Creatività e design, Innovazione | 5 Commenti |

Per rappresentare i maker serve un’altra idea di imprenditorialità

Un lungo articolo di Mike Press, professore di Design Policy all’università di Dundee, lancia un tema che potrebbe essere a breve di consistente attualità: chi rappresenterà sulla scena politica i maker, gli artigiani di nuova generazione che stanno rapidamente conquistando peso economico e visibilità sui media anglosassoni?

Nel post, Press ripercorre le tappe della rapida escalation mediatica che ha portato a più riprese il movimento dei maker su testate accreditate come l’Economist e Fast Company: da fenomeno di costume, il fenomeno dei maker assume i contorni di un’avanguardia che preannuncia profondi cambiamenti nel mondo della produzione industriale. Non è chiaro chi potrebbe rappresentare in politica questi nuovi soggetti: questo perché i maker sono interlocutori abbastanza difficili da interpretare. Sono certamente imprenditori, ma di un tipo nuovo. Come ha scritto William Deresiewicz sul NYT queste figure sono il nuovo enzima del cambiamento sociale; sostituiscono l’artista e il riformatore, lo scienziato e il santo. Sono il motore del cambiamento, i promotori di nuova idea di autonomia e di immaginazione. Non vogliono necessariamente diventare super ricchi; vogliono di sicuro una società migliore.

Per un certo periodo di tempo la politica ha provato a fare i conti con questi nuovi imprenditori attraverso la categoria della creatività. Sulla scia delle indicazioni di Richard Florida abbiamo immaginato una classe di creativi che avrebbe fatto da motore a una nuova idea di innovazione, meno ancorata alla tecnologia e più attenta alla dimensione del gusto e del design. In realtà, l’idea di una “classe” di creativi non riesce a catturare davvero il fenomeno dei maker e dei nuovi appassionati di fai da te, terribilmente ancorati al mondo materiale e non necessariamente affezionati alle grandi aree metropolitane. Il fenomeno, insomma, richiede categorie nuove rispetto a quanto utilizzato dall’accademia e dalla politica.

Vale la pena segnalare soprattutto l’imbarazzo del Labour party di fronte a questa nuova ondata di imprenditorialità fattiva. La sinistra sposa la causa del lavoro, ma ha difficoltà a capire e ad abbracciare questa idea di “fare” perché troppo imprenditoriale. Il che, secondo Press, è singolare proprio perché molti di questi nuovi imprenditori non sono lontani da priorità e ideali tipici di un’area progressista.

Che sia l’idea stessa di imprenditorialità a dover essere rivista?

s.

Scritto da Stefano | January 21, 2012 | in Creatività e design, Innovazione | 1 Commento |

La crisi e gli errori dell’Occidente

Abbiamo oramai capito che l’attuale crisi economica e finanziaria viene in realtà da lontano ed è destinata a segnare in profondità gli equilibri globali che si sono affermati nel corso del ‘900. Per quanti, come noi, vivono in quella parte fortunata di mondo chiamata “Occidente”, diventa dunque necessario prendere consapevolezza dei mutamenti in atto, riflettere sugli errori compiuti e prepararsi a cambiare passo. Un utile lettura in questa direzione è fornita da Dambisa Moyo, brillante economista di origine africana, con studi universitari ad Oxford e Harvard, di cui Rizzoli ha da poco tradotto l’ultimo libro: La Follia dell’Occidente. Come cinquant’anni di decisioni sbagliate hanno distrutto la nostra economia. Fra i numerosi spunti che il libro offre vale qui riprenderne almeno tre. Il primo riguarda le distorsioni di un’economia basata sul debito. Secondo l’Autrice la crescita a debito non ha riguardato solo gli Stati, ma anche le famiglie e le imprese delle economie avanzate, portando ad una illusione di ricchezza che è stata esasperata da una industria finanziaria fuori controllo, che ora rischiamo di pagare a carissimo prezzo. Il debito pubblico sarebbe in particolare il risultato di politiche sbagliate sul fronte della previdenza (le passività pensionistiche stanno esplodendo in tutto l’Occidente a causa dell’invecchiamento della popolazione), della fiscalità (che non riesce a tassare in modo equo i soggetti più ricchi, che sono anche i più sfuggenti) e delle infrastrutture energetiche e di trasporto (che nei paesi industriali sono sempre più obsolete e la loro modernizzazione è spesso ostacolata da processi decisionali lunghi e costosi). Il debito privato è stato invece alimentato soprattutto dagli investimenti immobiliari, il cui eccesso non solo ha scatenato la crisi finanziaria attraverso i famigerati mutui sub-prime, ma che alla fine ha distolto il risparmio da investimenti più produttivi nel lungo periodo, come quelli sul capitale umano e tecnologico.

Un secondo fattore preso in considerazione è la progressiva perdita nelle economie avanzate di lavoro e conoscenze produttive nell’industria. Non che i servizi siano irrilevanti, ma quando occupazione e investimenti nella manifattura scendono sotto una certa soglia, come sta avvenendo nei “vecchi” Paesi industriali anche a seguito delle delocalizzazioni, nell’economia viene a mancare una base fondamentale di apprendimento tecnico senza la quale l’innovazione perde slancio. In tale prospettiva, la critica della Moyo colpisce anche un altro dei pilastri dello sviluppo dell’Occidente, quello del libero commercio basato sulla teoria dei vantaggi comparati. Questa teoria può funzionare a condizione che tutti rispettino le stesse regole, altrimenti si innesca una concorrenza a-simmetrica che avvantaggia solo una parte, fino a creare posizioni di monopolio che deformano i rapporti di scambio.

Il terzo e decisivo aspetto che Dambisa Moyo considera è dunque il ruolo dello Stato nell’economia di mercato. Il giudizio è qui ambivalente. Se, da un lato, l’aumento del debito pubblico sul Pil segnala un maggiore peso della politica, dall’altro il suo effettivo potere viene oggi minacciato sia dai grandi gruppi multinazionali, sia dalla frammentazione della società in interessi sempre più difficili da conciliare. In questa apparente contraddizione risiede forse il messaggio più importante di questo libro: ciò che le democrazie occidentali stanno perdendo è proprio quel senso di coesione collettiva che rende possibile affrontare le sfide comuni che il progresso pone continuamente di fronte alle società, come i cambiamenti demografici, gli investimenti in conoscenza, l’efficienza energetica, la tutela dell’ambiente, l’equità sociale. Queste sfide richiedono uno Stato più autorevole e moderno, ma proprio per questo anche più essenziale. Uno Stato che sappia regolare più che gestire, attivare le energie sociali e imprenditoriali più che sostituirsi ad esse. Uno Stato che nel rappresentare gli interessi di una comunità nazionale sappia riconoscere e valorizzare le crescenti interdipendenze globali. E’ anche nel ripensare il ruolo e le forme dello Stato che le economie dell’Occidente potranno ritrovare la via dello sviluppo.

Giancarlo

Scritto da corog | January 5, 2012 | in Varie | 2 Commenti |

Le industrie creative e le economie di scala

La scorsa settimana al Dipartimento di Scienze economiche di Padova si è tenuto un seminario incentrato sulle industrie creative (in un buona approssimazione le industrie che producono contenuti creativi: editoria, software, design, media, musica, ecc.) al quale hanno partecipato i principali esperti a livello europeo (qui trovate il programma). E’ stata un’occasione per fare il punto su uno dei temi (la creatività) al centro di un dibattito particolarmente intenso, soprattutto in Europa dove le industrie creative sono considerate il punto di riferimento per favorire lo sviluppo economico nella società post-industrializzata (si vedano a questo proposito il rapporto Figel e il libro bianco sulla creatività in Italia).

Uno dei punti più rilevanti emersi durante il seminario riguarda la necessità di cambiare prospettiva in merito alle industrie creative. Finora è stato privilegiato, sulla scia degli studi di Richard Florida, un approccio principalmente settoriale (lo studio delle singole industrie creative) e basato sulla presenza di specifici profili professionali (la classe creativa) quali proxy del potenziale creativo di un territorio/spazio urbano. Molte ricerche hanno messo in evidenza la problematicità di questa impostazione. Tra questi merita di essere citato lo studio elaborato da Brian Hracs, ricercatore dell’università di Uppsala, sui musicisti attivi a Toronto, una delle città canadesi con la scena musicale più sofisticata. Secondo Hracs l’elevata concentrazione di musicisti all’interno della stessa area metropolitana ha portato a dei risultati non sempre positivi. La possibilità di valorizzare la “propria arte” è molto difficile. Il mercato locale è estremamente affollato, farsi pagare, ad esempio, per una performance live è un’impresa (molti musicisti sono “costretti” a suonare gratis). Non stupisce quindi che il livello dei redditi dei musicisti a Toronto sia in media di circa 9000 euro anno e non stupisce nemmeno la fuga degli stessi musicisti dal downtown di Toronto verso aree più periferiche e più a buon mercato.

Non è andando in questa direzione che le industrie creative possono diventare quel volano per lo sviluppo di cui molto si parla. La vera sfida consiste nel confrontarsi con le economie di scala che consentono di moltiplicare il valore della creatività incorporando lo sforzo creativo in prodotti replicabili. Nel mondo dei videogiochi questo fenomeno è già evidente. La creatività diventa parte di un processo economico/industriale che si svolge all’interno di filiere globali. Il contenuto di un videogioco di successo può essere valorizzato ben oltre i confini dell’industria e può diventare ad esempio un film, un cartone animato, una linea di giocattoli, trasformarsi in un parco a tema e così via come nel caso noto dei Pokemon giapponesi. Nel mondo della moda è altrettanto evidente: lo “stile” del designer e il brand diventano il centro di un processo di replicazione che si estende agli accessori, ai profumi fino ad arrivare agli hotel e agli appartamenti come nel caso di Armani.

Alcuni dati forse possono aiutare a capire la rilevanza di questo moltiplicatore: il film Guerre Stellari ha generato circa 5 miliardi di dollari attraverso le vendite del film e 15 attraverso forme di valorizzazione parallele (giocattoli, videogiochi, ecc.). Nel caso della scrittura pittura o della musica classica questo percorso sembra più difficile e problematico, ma non per questo meno urgente. Naturalmente questo non significa ignorare l’importanza in termini culturali e artistici delle industrie creative quanto di segnalarne il potenziale inespresso in termini di sviluppo economico.

La quantità di creativi in un determinato luogo non è tutto; diventa decisiva la capacità di valorizzare e moltiplicare il valore dei contenuti creativi all’interno di filiere globali.

Marco

Scritto da marco | December 13, 2011 | in Varie | 2 Commenti |

Potrà il nuovo artigiano salvare l’Italia?

L’apertura di Artigiano in fiera a Milano ha fatto da cornice a un seminario mattutino sul significato del lavoro artigiano nell’attuale congiuntura economica. Segnalo l’intervento di Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, che ha portato alla platea una lettura della figura dell’artigiano tutt’altro che scontata.

Vittadini ha chiesto di superare il luogo comune che vede il lavoro artigiano come l’emblema della piccola impresa. Rilanciare la figura dell’artigiano non significa affatto riproporre lo slogan “piccolo è bello”. L’artigiano – dice Vittadini - incarna un metodo. E’ l’emblema di un modo di lavorare che oggi è straordinariamente attuale dopo il crollo di un’economia basata su alchimie finanziarie, stati indebitati e una smisurata fiducia sulla virtualità.

Quali sono i punti che fanno del lavoro artigiano un riferimento per una nuova idea di creazione di valore economico? Secondo Vittadini bisogna riflettere su cinque passaggi essenziali. Il primo è il rifiuto della standardizzazione: la domanda esprime una richiesta di prodotti sempre più personalizzati e solo il lavoro artigiano può garantire una risposta in questa direzione. Il secondo è la ricerca della bellezza. Il lavoro artigiano si pone l’obiettivo del bello prima di quello del profitto: in questo senso la bellezza deve essere intesa come rispondenza profonda alle aspettative del mondo in cui viviamo. Il terzo aspetto che distingue il lavoro artigiano è il rapporto con la realtà: l’atteggiamento “intellettualistico-virtuale” che ha segnato l’ultimo decennio non può più essere condiviso. L’esperienza del reale non è semplicemente esperienza mentale: deve diventare capacità di essere presente nel mondo con la totalità dei sensi. Il quarto aspetto del ragionamento di Vittadini riguarda l’innovazione. Il lavoro artigiano non è folklore: è (o dovrebbe essere) alta tecnologia, rapporto costante con i nuovi materiali e con la ricerca. Nulla a che fare con un mantenimento della tradizione che nella maggior parte dei casi si risolve nella caricatura di identità locali spesso superate. In conclusione, il tema della formazione. Se c’è un’”introduzione al reale” per i giovani, questo passaggio è sicuramente legato alla possibilità di acquisire un metodo artigiano.


Il ragionamento di Vittadini colpisce. Non tanto per l’attenzione al lavoro artigiano da parte del mondo cattolico. Colpisce, piuttosto, l’enfasi che il presidente della Fondazione della Sussidiarietà attribuisce all’artigiano protagonista del contemporaneo: una figura cosmopolita, tutt’altro che barricata dietro la richiesta di dazi e tutele contro lo straniero, orientata all’innovazione e all’high tech. L’artigiano di Vittadini è un “Io che parla a un altro Io” attraverso una dimensione del fare che coinvolge mente e corpo nella sua totalità (esattamente il contrario di quanto diceva Sartre mentre affermava che “le mani sono la distanza fra me e la realtà”).

L’impostazione di Vittadini, mi pare importante sottolinearlo, ricalca in maniera impressionante le tante proposte di matrice laica che rilanciano la figura dell’uomo artigiano come protagonista di una nuova stagione economica. L’esigenza di rimettere al centro dell’attenzione il fare come fulcro di un nuovo sistema di relazioni sociali e economiche attraversa oggi - con accenti diversi - il mondo dei maker americani (che scommettono su una nuova idea di innovazione attraverso il fare e la partecipazione) così come l’universo degli auto produttori che in Italia e in Europa provano a farsi spazio fra i grandi brand della moda e del design. Lo spirito di queste letture laiche del pensiero artigiano hanno come punti di riferimento filosofico culturali la fine del post-moderno (e la rivincita del concetto di autenticità particolarmente rivalutato in questi anni di crisi) e i principi dell’economia partecipata maturati nell’esperienza delle comunità del web (le logiche dell’open source e, più in generale, le tante esperienze di comunità on line).

Il “metodo” artigiano, insomma, unisce (per ora in modo abbastanza inconsapevole) la cultura cattolica della sussidiarietà e i fautori di un futuro artigiano per l’innovazione e per una nuova idea di economia. E se fosse il nuovo artigiano il perno di un’azione politica davvero bipartisan per il rilancio (economico e culturale) del nostro paese?

Stefano

Scritto da Stefano | December 4, 2011 | in Ambiente, Creatività e design, Digital Worlds, web 2.0 | 9 Commenti |

Lusso e saper fare artigianale secondo Concetta Lanciaux

Concetta Lanciaux, a lungo braccio destro di Bernard Arnaud nella gestione del gruppo LVMH, ha spiegato a Venezia come sposare lusso e saper fare artigianale. Il punto di vista della Lanciaux non è uno fra i tanti. Un po’ italiana e un po’ francese, la Lanciaux ha contribuito alla costruzione di quell’impero del lusso che oggi guardiamo come a un riferimento da seguire per portare il nostro saper fare nazionale nelle economie emergenti.

Le ragioni del lusso in Francia, ha spiegato, hanno origini storiche profonde, riconducibili al desiderio di autoglorificazione di Luigi XIV. A capo di un popolo tutt’altro che sofisticato (rustique nell’espressione della Lanciaux), Luigi XIV impone una immagine della corte francese che mette in moto una nuova economia costruita sul saper fare di artigiani eccellenti. Nonostante origini così lontane – ha sottolineato la Lanciaux - la cultura e l’economia francese hanno capito l’importanza del lusso solo in tempi recenti. Nel 1985, quando si avvia la prima campagna di selezione delle risorse umane per formare il management del lusso, la Lanciaux trova porte chiuse nelle grandi scuole di commercio francesi (HEC e Essec). Secondo l’accademia, il lusso non era un’industria da studiare. In poco tempo le cose sono cambiate e oggi la Francia è un riferimento su questi temi. Proprio la Lanciaux, tuttavia, ha tenuto a precisare che questa evoluzione è stata più rapida di quanto spesso è dato di percepire dall’esterno. Un segnale importante per l’Italia che oggi conta su un saper fare distribuito che ha bisogno di nuove competenze per essere valorizzato quanto merita.

Quanto alla “presunta” conquista francese dei marchi italiani (ultimo quello di Brioni), l’Italia, secondo Lanciaux, ha tutte le carte in regola per inventare altri poli del lusso (oltre a quelli che ha già) facendo leva su quel saper fare che i francesi ci invidiano. A una condizione: pensare in termini globali, senza indugiare sulla possibilità di operare in mercati protetti. L’esempio proposto dalla Lanciaux, a riguardo, è illuminante. A metà ‘800 quando i fratelli Vuitton decidono di aprire il loro secondo negozio, dopo quello già avviato sugli Champs Elysées, non guardano alla Rive Gauche, ma decidono di aprire direttamente a Londra. Lezione: il settore del lusso oggi chiede una proiezione internazionale che non ammette incertezze.

Meno discusso ieri, purtroppo, il tema sollevato da Maria Luisa Frisa all’inizio della conversazione: come evitare che l’Italia rimanga semplicemente un polo manifatturiero, forte del suo saper fare di matrice artigianale, senza essere capace di elaborare una propria cultura creativa nel settore del lusso. Il problema non ha soluzioni scontate. Un primo aspetto del problema è legato certamente alla formazione e alla ricerca (di cui la Frisa è già una protagonista). Un secondo tema, più culturale, ha a che fare con lo spirito del tempo in cui viviamo. La parola lusso non ha mai avuto buona stampa dalle nostre parti e negli anni a venire sarà difficile costruire un immaginario del lusso sul versante della domanda interna.

Nel decennio passato Francia e Italia hanno fatto da riferimento culturale (almeno per quanto riguarda i beni di lusso) alla nuova borghesia dei paesi emergenti. Sarà così anche nel prossimo?

s.

Scritto da Stefano | November 27, 2011 | in Varie | 4 Commenti |

Autoproduttori e innovazione Made in Italy

Il seminario organizzato da Opendesign Italia a Bologna è stata un’ottima occasione per fare il punto sul fenomeno dell’autoproduzione in Italia. Valentina Croci ha messo insieme una serie di esperienze che hanno testimoniato della vitalità del fenomeno a scala nazionale e che hanno consentito di mettere a fuoco le criticità di operatori ancora in cerca di precise strategie di crescita.

I casi discussi a Bologna confermano che l’incontro fra la creatività del designer e il saper fare di matrice artigianale produce risultati sorprendenti. In alcuni casi questo incontro è il frutto di una sperimentazione personale. Massimiliano Adami nasce come designer ma cinque anni fa decide di investire su un percorso di sperimentazione che ha nel “fare con le mani” un aspetto essenziale. I suoi “fossili domestici” nascono come riflessioni su tipologie di arredamento (la libreria, ad esempio) e prendono forma dal confronto con la materia e col fare.

In altri casi l’incontro fra designer e saper fare artigiano è il risultato di un percorso gestito da istituzioni. Venanzio Arquilla (Politecnico di Milano) cura da tre anni il progetto DEA che ha come obiettivo quello di favorire l’incontro tra designer e imprese artigiane. Come altri progetti promossi in altre realtà italiane, DEA scommette sulla possibilità di mescolare saperi diversi per innescare forme originali di innovazione di prodotto.

Anche Alessandro Molinari (Garage Design) fa questo mestiere sfruttando, però, le potenzialità della rete. Garage Design punta a mettere insieme designer talentuosi con aziende e artigiani. I progetti sottoposti all’attenzione della piattaforma sono valutati dal pubblico che ne decide il valore. Se “approvati” questi progetti diventano prodotti che Garage Design offre su commessa. Per il designer il vantaggio è quello di vedere il suo prodotto finalmente a catalogo con royalties sostenute. Per le aziende si tratta di un’opportunità di mercato senza rischi di magazzino.

Il problema che emerge in modo ricorrente dalle testimonianze degli autoproduttori è quello della proiezione commerciale sul mercato finale. I casi presentati spingono a pensare che, per prosperare, questi progetti hanno bisogno di pensare meno al dialogo con il consumatore finale – titubante rispetto ai costi elevati di un pezzo unico - e di intensificare gli sforzi verso l’impresa industriale e la grande distribuzione. Molti fra i prodotti presentati possono effettivamente essere pensati come prototipi da elaborare e industrializzare. Gli autoproduttori che si sono dati appuntamento a Bologna, insomma, possono essere pensati come un grande laboratorio di ricerca e sviluppo del sistema casa a livello nazionale. Un laboratorio cui le aziende italiane (e non) devono poter far riferimento per rinnovare il proprio prodotto. Una riserva a cielo aperto di creatività e di saper fare da valorizzare in uno schema di open innovation.

Stefano

ps. Quanto si avvicinano queste esperienze italiane ai modelli di open design che stanno imponendosi sulla scena internazionale? Esiste di certo uno scarto visibile fra la visione di una nuova rivoluzione industriale open à la Wired (di cui ha parlato Marco Bocola di Vectorealism) e molte delle proposte italiane. Sulle sovrapposizioni e sulla convergenza fra questi i diversi percorsi vale la pena riflettere (con calma) in un altro post.

Scritto da Stefano | November 20, 2011 | in Creatività e design, Eventi | 4 Commenti |

Ulisse e le sirene nelle onde della politica italiana

Per ben tre decenni dopo la seconda guerra mondiale l’economia italiana è stata fra le più dinamiche al mondo. Fino agli anni ’70 è cresciuta ad un tasso del 5%, raddoppiando il reddito ogni 14 anni. Ha poi proseguito fino ai primi anni ’90 ad un ritmo del 3% annuo: in questo caso il reddito raddoppia in 23 anni, l’arco di una generazione. Dopo di allora l’Italia diventa il fanalino di coda dei Paesi Ocse e mutano sensibilmente le aspettative sul benessere: se nel 1991 i trentenni avevano un reddito pro-capite del 10% superiore agli over 65, oggi è inferiore del 25%. Anche in Germania subito dopo la caduta del Muro di Berlino i tassi di crescita rallentano. Tuttavia, nell’ultimo decennio la politica tedesca riesce a realizzare un complesso processo di riforme che porta ad una riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto e rilancia la competitività della sua industria sui mercati esteri. L’Italia rimane invece bloccata in una stucchevole discussione fra chi sostiene l’ineluttabilità del declino – a causa di imprese troppo piccole, settori troppo tradizionali, filiere troppo locali – e chi nega l’evidenza della crisi, attribuendo la responsabilità dei nostri problemi all’euro, alla Cina o alla speculazione internazionale. Entrambe le posizioni risulteranno alla prova dei fatti sbagliate. La prima, che ha albergato soprattutto a sinistra, perché non ha saputo riconoscere lo straordinario potenziale di crescita della piccola e media industria del made in Italy, travisando come problemi di competitività delle imprese i vincoli spaventosi che il sistema-paese impone a chi investe sullo sviluppo. La seconda posizione, molto più popolare a destra, ha sbagliato perché appellandosi in modo a-critico e demagogico alle virtù dell’operosità italiana, si è di fatto disimpegnata dall’intervenire sui gravi problemi interni, conservando quel sistema di rendite private e pubbliche che è la nostra principale palla al piede. Ma mentre il confronto politico non portava da nessuna parte, la spesa pubblica è continuata a crescere a ritmi superiori al Pil, esponendoci ai pericoli di una grave crisi finanziaria. Adesso è urgente mettere i conti a posto, ma non solo. E’ necessario rimuovere i tanti ostacoli che rendono difficile tornare a crescere: ridurre la pressione fiscale sul lavoro e sulle imprese, favorire gli investimenti in infrastrutture e in capitale umano, superare la cultura burocratica della pubblica amministrazione, fissare nuove regole per promuovere la concorrenza nei servizi, rinnovare il vecchio sistema di relazioni industriali a favore di un mercato del lavoro più flessibile e di un sistema di welfare più inclusivo.

Ma perché un tecnico come Mario Monti dovrebbe riuscire in ciò in cui ha fallito la politica di destra e di sinistra negli ultimi vent’anni? A ben vedere, non si tratta di sospendere la democrazia, quanto semmai di alzare lo sguardo oltre l’immediato per dare un futuro al Paese. Bisogna infatti rendersi conto che ci sono passaggi cruciali che bisogna attraversare con ferma determinazione. Come Ulisse che si fece legare all’albero della nave per non rispondere al canto delle sirene, anche l’Italia deve oggi legarsi alla razionalità economica e politica, senza prestare ascolto alle tante rendite che hanno finora frenato il cammino delle riforme.

Giancarlo

Scritto da corog | November 13, 2011 | in Varie | 5 Commenti |

I troppi debiti di un Paese in frantumi

Per quanto appaia cinico ammetterlo, le agghiaccianti immagini dell’alluvione in Liguria non ci hanno affatto sorpreso. Come un copione che si ripete da anni, ecco l’ennesimo disastro causato da un mix di cause in cui, tuttavia, l’incuria dell’uomo ha una parte rilevante di responsabilità. Adesso siamo qui a contare i morti e misurare i danni, alzando le nostre voci indignate contro gli amministratori che non hanno saputo governare un fenomeno tanto prevedibile. Ma quanti di noi avevano protestato contro i tagli di spesa per la difesa del suolo passati da 550 milioni del 2008 agli attuali 83? Quanti in passato erano scesi in piazza contro i numerosi condoni edilizi che hanno sanato scelte individuali irresponsabili che adesso tutti paghiamo? Certo, il dibattito politico sembra oggi avere altre priorità, in particolare come gestire l’enorme debito statale, i cui costi stanno mettendo in pericolo non solo i servizi pubblici, ma il funzionamento dell’intera economia nazionale. Eppure, i ricorrenti disastri ambientali sono lì a testimoniare che i “debiti” che l’Italia ha accumulato sono anche altri. Quello idro-geologico è un debito nei confronti del nostro territorio, che paghiamo puntualmente in termini di vittime e danni privati e pubblici. Dobbiamo perciò decidere se continuare a pagare il conto annuale in questo modo, o intervenire per tempo attraverso investimenti e nuove regole che riducano il rischio ambientale, cresciuto anche a causa dei cambiamenti climatici. Per fare questo dobbiamo tuttavia rinunciare a qualcos’altro, siano altre spese pubbliche, oppure la libertà di costruire dove e come vogliamo. Purtroppo, il debito idro-geologico non è il solo che in Italia stiamo sottovalutando. C’è anche il debito nelle infrastrutture di trasporto che cittadini e imprese pagano quotidianamente sotto forma di maggiori costi di mobilità e che si misura nelle strade congestionate (una stima del tempo perso porta ad un costo di 40 miliardi all’anno!), nella carenza di servizi ferroviari metropolitani (a Milano l’estensione della rete è un quinto di Londra, un terzo di Parigi, Mosca o Madrid), nell’isolamento dall’Europa delle nostre poche linee ad Alta Velocità. C’è anche un altro debito importante che siamo soliti dimenticare, quello del capitale umano, il fattore fondamentale per alimentare l’innovazione e accrescere la produttività. La quota di laureati sulla popolazione è in Italia metà della media Ocse, e questa distanza si sta riducendo troppo lentamente. Del resto, per ogni studente universitario in Italia di spende metà che in Germania e Francia, addirittura un terzo rispetto agli Usa. Inoltre, le imprese italiane non riconoscono ai laureati un adeguato premio salariale rispetto agli altri Paesi, soprattutto ai più giovani. Questo è dovuto anche ad un altro debito che in Italia abbiamo accumulato da tempo, quello pensionistico, i cui costi gravano maggiormente sulle generazioni che oggi si affacciano sul mercato del lavoro. Recenti calcoli sulle cosiddette “passività implicite”, cioè il valore attualizzato della differenza fra gli impegni futuri di pagamento delle pensioni e i contributi previdenziali, hanno messo in luce che con l’innalzamento delle aspettative di vita l’Italia non è affatto in equilibrio economico. Se non si interviene si rischia perciò di dover pagare un prezzo enorme alle decisioni irresponsabili prese in passato.

La situazione può sembrare tragica, ma non è affatto così. L’Italia può contare anche su grandi ricchezze – patrimoniali, storico-ambientali, imprenditoriali – con cui fare fronte ai debiti espliciti ed impliciti che finora ha accumulato. Ma deve tuttavia affrontare il debito più grave che ha di fronte, quello dell’incapacità di una classe politica che, nonostante sia la più pagata d’Europa, si sta rivelando a tutti i livelli fallimentare. Rinnovare questa classe non sarà affatto operazione semplice. Ma se vogliamo ridare una speranza all’Italia è da qui che bisogna partire.

Giancarlo

Scritto da corog | November 6, 2011 | in Varie | Zero Commenti |

L’eredità di Steve Jobs

La scomparsa di Steve Jobs ha lasciato un grande vuoto. Con le sue idee geniali e coraggiose, questo eroe moderno ha contribuito più di chiunque altro negli ultimi 30 anni a cambiare il nostro modo di lavorare, di comunicare, di ascoltare musica, di leggere libri e giornali. Insomma, la nostra vita sarebbe sicuramente più faticosa, noiosa e triste senza la creatività imprenditoriale di Steve Jobs. Nei prossimi anni scopriremo a quali altri prodotti la sua fervida immaginazione stava ancora lavorando. E siamo in molti a sperare che Apple continui, anche in sua assenza, a sfornare idee nuove e utili. Tuttavia, l’eredità che Steve Jobs ci lascia va oltre i suoi prodotti. A ben vedere, con la sua esperienza ha saputo illuminare aspetti importanti del mondo contemporaneo: dal rapporto dell’uomo con le tecnologie, al significato dell’industria oggi, al ruolo delle imprese nel creare sviluppo e prosperità. Quando negli ultimi anni Steve Jobs si mostrava in pubblico con il suo volto emaciato e il corpo sempre più scheletrico, ci faceva capire che dietro ogni tecnologia, anche la più complessa, c’è alla fine una persona, con le sue passioni, le sue debolezze, la sua voglia di vivere e stare al mondo. Nessuno più di lui ha contribuito ad “umanizzare” la tecnologia, a farci capire che un computer o un telefono non sono solo un insieme di elaborati e costosi apparati elettronici, ma anche strumenti che possono aiutarci a vivere meglio. L’estrema cura per l’estetica e il design ha rappresentato un’ulteriore conferma di questo umanesimo tecnologico: il valore di un prodotto è anche contribuire a rendere più bello il mondo. In questo senso, Steve Jobs ci ha fatto capire che l’industria non è affatto un retaggio del passato, ma una base fondamentale per sviluppare nuovi beni, servizi e conoscenze. Non a caso, assieme al software, Apple ha continuato ad investire nella manifattura, facendo addirittura rientrare nella sua sede in California alcune fasi delle operations industriali prima esternalizzate in Asia. Tuttavia, l’insegnamento più importante che Jobs ci lascia è il ruolo dell’imprenditorialità come motore principale della prosperità. Jobs era un visionario, ma attraverso Apple riusciva a realizzare e dare concretezza alle sue idee. L’imprenditorialità è infatti il fattore di trasformazione delle conoscenze in beni e servizi. Il mercato giudicherà poi se l’idea-prodotto è davvero utile, tale che un numero sufficiente di consumatori sia disposto a pagare un prezzo almeno equivalente al costo di produzione. Per Apple il mercato ha finora parlato chiaro. Sarebbe comunque interessante che il metodo Apple si diffondesse fra le imprese e le amministrazioni pubbliche: impegnarsi a presentare ogni anno, oltre ai conti economici, anche un nuovo prodotto o servizio per migliorare la vita delle persone. Tuttavia, in un periodo di grave crisi economica, nel quale siamo tutti concentrati sul rigore dei conti pubblici e in attesa che la politica ci porti la soluzione magica per la ripresa, l’esperienza di Steve Jobs è lì a ricordarci che non c’è sviluppo e buona occupazione senza imprenditorialità. Che a sua volta non nasce nel deserto, ma richiede un ambiente istituzionale fertile, in grado di fornire beni pubblici di qualità e di ridurre al minimo gli ostacoli burocratici e il carico fiscale a chi investe e crea ricchezza. Viene spontaneo chiedersi se Steve Jobs avrebbe mai potuto far nascere un’impresa come Apple in Italia. Lasciamo la risposta al lettore. Nel frattempo, possiamo fare tesoro degli insegnamenti Steve Jobs, che continuano ad indicare la strada più sicura per il benessere e la prosperità.

Giancarlo

Scritto da corog | October 8, 2011 | in Varie | 3 Commenti |

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