Il 4.0 rilancerà il mondo artigiano

Luciano Polato si avvicina a una TV, tira fuori dal taschino della giacca una penna bianca e disegna il profilo di una scarpa da donna con tacco a spillo. In quel momento capisco che la TV non è proprio una TV ma uno schermo interattivo. L’immagine appena creata sembra prendere vita e inizia a modificarsi da sola. Luciano mi rassicura spiegandomi che la TV è connessa in rete e un suo collaboratore sta modificato il disegno in remoto.

Luciano non è il direttore di un reparto di R&S di una start-up di grido ma l’imprenditore di Del Brenta, un’azienda specializzata nella produzione di tacchi per scarpe da donna che ha 40 dipendenti e sede a Vigonza, in provincia di Padova, nel cuore del distretto della calzatura. Oggi l’azienda è diventata un punto di riferimento per i principali brand internazionali della moda per la sviluppo e la produzione dei tacchi. La particolare TV consente a Del Brenta di lavorare a distanza con l’ufficio stile del cliente che si trova a Parigi o New York e di disegnare assieme la forma del tacco. Molto spesso i primi bozzetti degli stilisti presentano delle difficoltà tecniche sia a livello produttivo che strutturale (il tacco non si deve rompere!).

Qui entra in gioco la competenza dell’azienda veneta che aiuta lo stilista a perfezionare il design del tacco attraverso consigli mirati e proposte di modifica che avvengono in real time. Ma questo è solo l’inizio. Una volta definito il progetto su carta, la stilista si reca in azienda per realizzare dei modelli fisici dei tacchi. Lo stilista lavora fianco a fianco con i prototipisti per definire le prime versioni fisiche del tacco.

In un pomeriggio si realizzano fino a 10/15 prototipi. Raggiunto il risultato voluto, la stilista torna a casa mentre in Del Brenta si occupano di ri-digitalizzare, attraverso uno scanner 3D, il tacco che poi verrà ulteriormente modificato a distanza con le modalità che abbiamo visto sopra. Dopo di che si produce un modello tridimensionale del tacco e lo si stampa con la stampante 3D per verificare che sia esteticamente e tecnicamente perfetto. Solo a questo punto inizia la fase produttiva vera e propria: Del Brenta produce con le proprie macchine a controllo numerico lo stampo e poi procede all’estrusione in plastica e alla rifinitura.

Come il lettore avrà intuito Del Brenta è una di quelle aziende italiane che negli ultimi 10 anni ha fatto importanti investimenti sul fronte dell’industria 4.0. Grazie a queste tecnologie l’azienda è sicuramente diventata più efficiente e veloce ma non ha modificato la propria natura artigianale. Anzi. Queste stesse tecnologie hanno potenziato la capacità dell’impresa di realizzare prodotti “su misura”. Nel passato Del Brenta lavorava principalmente per clienti italiani, con una bassa varietà di prodotto e su lotti mediamente grandi. Oggi l’azienda lavora per brand internazionali, ha di molto ampliato la propria gamma di prodotto e lavora quasi esclusivamente per piccoli lotti. Non deve sorprendere quindi che a fianco delle stampanti 3D, degli schermi interattivi e delle macchine a controllo numerico lavorino dei maestri mosaicisti che hanno il compito di rivestire i tacchi e renderli dei pezzi unici. Senza il 4.0 ci sarebbero meno artigiani in azienda e si farebbero lavorazioni più standardizzate.

Del Brenta non è un caso isolato. La propensione delle imprese a utilizzare le tecnologie industria 4.0 per aumentare la personalizzazione del prodotto è visibile anche a livello più aggregato. L’indagine su un campione di 1000 imprese made in Italy situate in Nord Italia, che abbiamo condotto come Laboratorio Manifattura Digitale del Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali dell’Università di Padova, conferma questo quadro. Il 76% delle imprese dichiara che la ragione principale dell’investimento in 4.0 è guidata dalla volontà di migliorare il servizio al cliente.

E i risultati si vedono, la percentuale di prodotti su misura realizzati dalle imprese che utilizzano il 4.0 è particolarmente rilevante: 50%, mentre i prodotti standard è al 33%. Non sorprende quindi che le imprese selezionino quelle tecnologie 4.0 che meglio si adattano rispetto alla caratteristiche del loro business. La ricerca ha messo in luce come tecnologie diverse abbiano una diversa diffusione in relazione al settore industriale: nel settore orafo sono particolarmente usate le stampanti 3d e il laser cutting, nel mobile la robotica, nell’illuminotecnica l’Internet of Things.

Un altro aspetto da considerare riguarda il processo di applicazione di queste tecnologie ai processi aziendali. Il 73% delle imprese che usano 4.0 hanno dovuto adattare le soluzioni tecnologiche alle caratteristiche dell’impresa. La personalizzazione è avvenuta a tre livelli differenti: hardware, software e nell’integrazione con il parco macchine esistente che è spesso composto anche da macchine tradizionali.

Steve Jobs diceva che chi vuole realizzare un buon software deve anche costruirsi un hardware adeguato. Una lezione che le nostre imprese più innovative vogliono applicare al mondo della manifattura. Per realizzare un buon prodotto servono macchine su misura in grado di valorizzare il saper fare della singola impresa. L’originalità si costruisce qui.

Marco Bettiol

Pubblicato il 15 maggio 2018 su Veneziepost

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Land of Venice or Milan?

La settimana scorsa la Regione Veneto ha presentato al BIT di Milano, la più importante fiera italiana sul turismo, il nuovo marchio di promozione territoriale: The Land of Venice. Il tentativo è di dare maggiore coerenza alla varietà dell’offerta turistica e di aumentare la visibilità internazionale attraverso un brand riconoscibile e di grande effetto.  Al di là dell’operazione di marketing, la scelta comunicativa sembra dare delle risposte ad almeno tre temi che hanno animato il dibattito negli ultimi anni.

Il primo riguarda l’identità. Per anni questo territorio ha cercato di definirsi senza mai riuscirci pienamente. La stessa definizione di Nordest, pur vantando due padri nobili come Giorgio Lago e Ilvo Diamanti, era residuale e provvisoria, tanto che non ha tenuto al cambiamento innescato dalla crisi del 2008. Il Nordest del boom non c’è più, questo è chiaro. Nell’attesa di una nuova elaborazione culturale, si guarda al passato quando il Veneto era Land, terra in inglese. Ci rappresentiamo come uno spazio indefinito alle spalle della città turistica di Venezia.  A quanto pare trent’anni di capannoni e operosità industriale non ci hanno fatto fare grandi passi in avanti. Campagna eravamo ai tempi dei Dogi, campagna ci vediamo ancora oggi.

Il secondo tema è la città metropolitana. Per anni ci siamo interrogati sulla necessità di dare al Veneto un assetto metropolitano moderno capace di accrescerne la competitività a livello europeo e internazionale. La cosiddetta Pa-Tre-Ve (Padova Treviso Venezia) doveva diventare il baricentro attorno al quale coagulare servizi ad alto valore aggiunto e facilitare l’attrazione di talenti. Se Padova e Treviso sono Land, Venezia non se la passa meglio. Non può essere più nemmeno considerata una città: è un polo turistico che ha rinunciato a svolgere un ruolo di riferimento per un’area metropolitana più vasta. Con buona pace di quanto si sono spesi su questo fronte, Il Veneto sembra destinato a rimanere a urbanizzazione diffusa, senza un baricentro, con tutte le conseguenze del caso sulle decisioni in merito alle infrastrutture vecchie e nuove (alta velocità, fiere, porti, aeroporti, ecc.).

Il terzo tema tocca il rapporto tra territorio e imprese. Land non è territorio o almeno rischia di non esserlo. Se in passato la crescita economia è stata il risultato di una simbiosi tra impresa e territorio, la globalizzazione e la tecnologia oggi rimettono in discussione questo legame. Le imprese, soprattutto quelle medie, guardano al mondo e devono essere in grado di cambiare molto velocemente. Non sempre il territorio è stato in grado di assecondare questa trasformazione. Prova ne sia il dibattito sulla formazione e sulla mancanza di tecnici di alto profilo che lamentano le imprese. Nonostante i molti corpi intermedi attivi a livello territoriale, non si è riusciti, o lo si sta facendo solo oggi con ritardo, a rispondere in modo adeguato a queste richieste. Questa separazione, vien da pensare, non potrà che aumentare se il territorio si immagina come generica Land, senza una propria specificità. La conseguenza inevitabile sarà quella di spingere le imprese a rivolgersi altrove.

Non vogliamo esagerare l’importanza di uno slogan. Land of Venice servirà sicuramente ad attrarre qualche turista in più. Ciò detto, la nuova rotta scelta a livello regionale deve tener conto di quanto sta accadendo a livello italiano. Milano, ritrovato il suo ruolo di guida economica del Nord, tenderà a reclamare a sé tutta una serie di attività legate al mondo della manifattura e dei servizi. Lo spazio metropolitano aumenta la velocità di connessione tra idee, competenze e risorse finanziarie oggi necessarie per competere a livello internazionale. Questa tenderà a rendere Milano un interlocutore sempre più importante per le nostre imprese soprattutto per i servizi complessi. Se oggi ci definiamo The Land of Venice, nel giro di qualche anno corriamo il rischio di essere The Land of Milan. Non è detto sia un male per le imprese venete.

Marco Bettiol

Articolo pubblicato il 1 marzo 2018 sul corriere del veneto

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L’inclusione rilancia gli obiettivi di Milano

Chicago o San Francisco? Si discute spesso del futuro di Milano e delle sue ambizioni. I ragionamenti sviluppati dalla sua classe dirigente sono occasione di ottimismo e di fiducia per chi segue il faticoso dibattito politico elettorale di questi giorni. La città ha avuto il merito di alzare l’asticella delle ambizioni a una scala internazionale. Rimane il dubbio di quale sia il modello che la città assumerà negli anni a venire.

È qui che torna utile il confronto fra due storie di città, quelle di Chicago e San Francisco, evocate da Emily Badger in un lungo articolo apparso sul New York Times a proposito della crescita delle grandi aree metropolitane americane. Partiamo da Chicago e dalla sua storia. La città ha legato la sua ricchezza alla sua capacità di diventare punto di riferimento per l’intero Mid West degli Stati Uniti. Ha valorizzato gli allevatori dell’Iowa che a Chicago mandavano il loro bestiame e i produttori di legname del Wisconsin. La prosperità di Chicago è stata la prosperità di tante altre città minori dell’Illinois e degli Stati limitrofi.

La storia recente di San Francisco è diversa. Negli ultimi trent’anni la città ha fatto meno delle storiche connessioni che l’avevano resa ricca in passato. La sua prosperità dipende oggi da un’élite cosmopolita di lavoratori della conoscenza. Questi knowledge worker operano a stretto contatto con colleghi di altre metropoli con cui fanno ricerca, sviluppano brevetti, stringono accordi commerciali. San Francisco ha certamente bisogno delle tante comunità che popolano gli Stati Uniti. Il problema – secondo Saskia Sassen – è che San Francisco non arricchisce queste comunità ma si limita a estrarre valore dal mondo che la circonda. Le start up di San Francisco hanno bisogno di auto ferme nei parcheggi del Colorado per valorizzare app destinate al car sharing così come di spazi a basso costo per costruire magazzini destinati al commercio elettronico. Chi ci guadagna sta sempre dalla stessa parte.

Milano assomiglia molto alla Chicago che abbiamo conosciuto negli anni passati. La sua ricchezza deriva in buona parte dalla sua capacità di dare visibilità e valore a un sistema territoriale ampio e differenziato. Il Salone del Mobile è un esempio emblematico. Le imprese dell’arredo che operano in Brianza, in Veneto o nelle Marche portano ogni anno a Milano le loro novità per confrontarsi con i buyer internazionali. Durante la settimana del Salone la città diventa l’occasione per dialogare su tendenze e stili a livello globale. Anche Expo ha funzionato egregiamente come vetrina e luogo di promozione del Made in Italy agroalimentare. Per il Competence Center a sostegno di Industria 4.0 il futuro potrebbe essere analogo.

La città in tempi recenti ha ricercato nuove opportunità di crescita sul fronte delle agenzie internazionali che oggi lasciano Londra per sbarcare in qualche città del continente. A un primo sguardo, queste occasioni di crescita spingono verso un modello di crescita diverso da quello sperimentato in passato privilegiando soprattutto connessioni a scala globale. In realtà questo cambiamento di traiettoria non è dato a priori. Se guardiamo al caso EMA, l’agenzia avrebbe potuto costituire il riferimento per tante imprese che oggi concorrono (non solo a Milano) a promuovere un settore, quello farmaceutico, fra i più promettenti per il nostro export.

Il futuro di Milano ha implicazioni importanti per un pezzo importante di Italia che oggi si sente spiazzata dai cambiamenti in corso. Mai come oggi tante città italiane di taglia medio piccola hanno bisogno di un punto di riferimento che consenta loro di promuovere la propria specialità a una scala internazionale. A differenza di quanto hanno fatto altre “Città Stato” a livello internazionale, Milano non ha tagliato i suoi legami con il territorio né a permesso che si aprisse una forbice incolmabile fra chi ha e chi non ha.

Oggi il tema dell’inclusione non si limita più alla sola gestione delle periferie e dei comuni meno dinamici a ridosso del perimetro municipale. Si allarga a una scala territoriale più ampia. Merita di essere riferito a quella città orizzontale che tra Torino e Venezia concorre a perseguire gli stessi obiettivi e le stesse ambizioni del capoluogo lombardo. Senza sconti né assistenzialismo. Inventando, piuttosto, uno spazio metropolitano che tenga conto delle specificità di una parte rilevante del nostro paese.

Stefano Micelli

Pubblicato su Il Sole 24 Ore 13 feb 2018

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Lavorare (e imparare) in versione 4.0

Nella biografia di Elon Musk c’è un episodio che illumina il modo in cui lavora un uomo capace di mandare razzi su Marte. Dopo aver assistito alla rottura di tre camere di raffreddamento dei motori, dal costo di 75.000 $ a pezzo, Musk carica in macchina il componente in metallo, lo porta nel suo laboratorio e con l’aiuto di alcuni collaboratori lo riveste di resina eposissidica per sigillare i punti di rottura. Tutti ricordano ancora Musk con il suo abito elegante e le sue scarpe (italiane) completamente imbrattato di resina mentre verifica a notte fonda il risultato del suo lavoro. La resina non è la soluzione adatta e si ricomincia tutto da capo.

L’immagine di Musk, fisico di formazione, alle prese con resine e metalli sintetizza alcuni dei concetti che ieri Francesco Seghezzi, direttore della Fondazione Adapt ha discusso al Dipartimento di Management di Ca’ Foscari. Siamo molto preoccupati, ha sottolineato Seghezzi, dalla possibilità che la macchina sostituisca l’uomo in molti ambiti lavorativi. In realtà il nodo non è tanto la sostituzione quanto piuttosto la trasformazione del lavoro. Molti dei mestieri del futuro ci vedranno ancora protagonisti anche se dovremo svolgere attività diverse con un atteggiamento rinnovato. Questo vale per i lavori più semplici così come per il mestiere di imprenditore high tech.

Per capire come si trasforma il lavoro è utile mettere in discussione alcune delle categorie che hanno caratterizzato il dibattito di questi anni. In particolare è urgente ripensare la distinzione, quasi scontata per i più, fra lavori di concetto e lavori manuali. Sia gli uni che gli altri, infatti, sono oggi sotto pressione. L’operaio senza qualifiche specifiche vede a rischio il suo posto di lavoro perché il costo dell’automazione sta scendendo drasticamente (secondo i dati presentati ieri a Venezia il costo orario della macchina è già inferiore al costo del lavoro umano in tutta Europa). Nemmeno avvocati e commercialisti, però, dormono sonni tranquilli: la diffusione di strumenti sofisticati di intelligenza artificiale a costi sempre più accessibili rende molte delle operazioni routinarie degli studi professionali facilmente meccanizzabili.

Per capire il lavoro del futuro ci torna utile l’episodio che ha reso Elon Musk così popolare fra i suoi dipendenti nonostante il carattere piuttosto difficile. Dobbiamo immaginare ingegneri preparati capaci di sporcarsi le mani per capire davvero come funzionano macchine e processi. Allo stesso modo dobbiamo formare tecnici preparati in grado di riflettere su quanto accade nei reparti di produzione grazie a strumenti concettuali evoluti. Chi sarà in grado di oscillare fra queste due dimensioni, teoria e mondo della pratica, difficilmente vedrà il suo lavoro scomparire dagli organigrammi delle imprese. Non si tratta semplicemente di cambiare compiti e mansioni quanto piuttosto il modo con cui si fa esperienza del lavoro quotidiano.

I numeri proposti da Seghezzi sul mercato del lavoro del Veneto parlano delle difficoltà a reperire figure professionali in grado di interpretare i grandi cambiamenti tecnologici di questi anni. I dati relativi al dicembre 2017 ci dicono, ad esempio, che tecnici specializzati nell’informatica e nella produzione così come i conduttori di impianti nel settore metalmeccanico e nel meccatronico sono oggi fra le figure più difficili da reperire per numero e per mancanza di competenze. Manca una filiera formativa capace di avviare i giovani verso queste attività e manca soprattutto un metodo didattico in grado di fornire a giovani e meno giovani gli strumenti per orientarsi in un mondo di tecnologie che cambia rapidamente.

E’ inimmaginabile che questa grande trasformazione stia sulle spalle dei singoli. E’ fondamentale che il sistema formativo accompagni i grandi cambiamenti di questi anni lavorando sia sui contenuti che sul metodo didattico. Su questo secondo aspetto è necessario che tutte le istituzioni della cosiddetta educazione terziaria, dalle Università agli Istituti Tecnici Superiori,  facciano uno sforzo per trasformare la loro offerta tradizionale. Alle università si chiede oggi di investire in forme di apprendimento attivo, mettendo gli studenti nelle condizioni di imparare confrontandosi con problemi reali, saldando in modo originale l’impianto culturale costruito sui libri alla risoluzione di problemi del mondo che li circonda. Alla formazione tecnica post diploma spetta il compito speculare di sviluppare metodi formativi che rendano la loro offerta appetibile per un pubblico più ampio e differenziato.

Sarebbe ingiusto affermare che siamo all’anno zero. Molte università a partire da Ca’ Foscari hanno avviato laboratori didattici capaci di coinvolgere studenti, imprese e istituzioni attorno ai grandi problemi del presente. Lo stesso vale per gli ITS oggi impegnati nella ridefinizione della didattica grazie alle metodologie del Design Thinking. Il tema oggi è come accelerare questa trasformazione, possibilmente con il contributo di imprese e politica.

Stefano Micelli

Pubblicato su Corriere del Veneto venerdì 9 febbraio 2018

 

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Il saper fare che guarda al futuro

Schermata 2017-09-15 alle 08.29.45Nel percepito quotidiano, il significato dell’aggettivo “artigianale” oscilla ancora oggi fra un’accezione negativa, che ne fa il sinonimo di “rudimentale” o “approssimativo” (come nel caso dell’ordigno artigianale che non scoppia quando dovrebbe) e un’accezione particolarmente positiva, che associa il termine a maestria e a qualità superiore (molto del lusso contemporaneo non avrebbe valore senza l’artigianalità che ne è all’origine). La prima associazione riflette l’assunto, o meglio il pregiudizio, secondo cui la pratica dell’artigiano è incompatibile con la scienza e la tecnologia, il che mette il suo sapere ai margini della modernità che produce sviluppo e valore economico. Per contro, quando il saper fare artigiano si eleva a eccellenza e maestria, il risultato è necessariamente un prodotto per élite esclusive, lontane dalla vita e dall’esperienza dei più.

Questa polarizzazione fra estremi rivela la difficoltà nel trovare una collocazione plausibile alla figura dell’artigiano nel nostro contesto economico e sociale. Questa incertezza riflette scarsa riconoscenza e rivela poca lungimiranza. Gran parte della manifattura italiana ha ancora oggi un profondo legame culturale con un modo di pensare il valore e il lavoro riconducibile alla dimensione artigianale. A differenza di altre economie, la competitività della produzione Made in Italy ha beneficiato del confronto e dell’ibridazione fra saper fare della tradizione e innovazione tecnologica. Non solo: molte imprese italiane, in particolare di media dimensione, hanno saputo costruire attorno a questa specificità strategie competitive e strumenti di organizzazione del lavoro coerenti con le sfide di un mercato sempre più globale. Molte fra queste imprese prosperano sui mercati globali quando esprimono i valori di un’italianità che coincide, in parte rilevante, con i punti di forza di una tradizione artigiana portata al contemporaneo.

Le imprese italiane non hanno mai amato particolarmente la standardizzazione dei processi e hanno guardato con sospetto all’omogeneizzazione dei consumi. Il Made in Italy eccelle quando si cimenta con la sfida della varietà e della personalizzazione. Che si tratti di cibo o di macchine utensili, che si tratti di mobili o di abbigliamento, le imprese italiane danno il loro meglio quando si confrontano con una domanda capace di richieste a prima vista sorprendenti. Invece che assecondare i vincoli imposti dalla tecnologia per realizzare le massime economie di scala, il Made in Italy ha riservato una grande attenzione al destinatario dei suoi prodotti.

Questa manifattura “su misura” ha premiato sia le grandi che le piccole imprese. Ha fatto sì che le nostre migliori realtà nel settore delle costruzioni brillassero per la loro capacità di realizzare progetti particolarmente ambiziosi (dall’allargamento del canale di Panama ai rivestimenti degli uffici della Apple), ha permesso a tante medie imprese della meccanica strumentale di cimentarsi con successo nella messa a punto di impianti su misura in settori molti diversi fra loro, dal packaging alla siderurgia, e ha consentito a tante piccole realtà del design e della moda di interpretare con successo i bisogni di nicchie di mercato che tante multinazionali hanno sottostimato per valore e dinamicità.

Il lavoro di queste imprese, spesso poco conosciute al grande pubblico, viene percepito e definito come “bello e ben fatto” perché è il risultato della capacità di ascoltare e di cogliere le aspettative di una controparte spesso sofisticata e innovativa. Questo modo di fare impresa, attento ai clienti intesi come interlocutori a pieno titolo (e non semplicemente come “segmenti di mercato” più o meno ricchi e popolati) ha beneficiato di una cultura del lavoro che ha sostenuto e alimentato questa capacità di sviluppare varietà e personalizzazione. Per produrre “su misura” è necessario poter contare su un lavoro capace, attento, spesso appassionato. I valori e il saper fare derivati dalla tradizione artigianale hanno consentito di innovare e produrre qualità anche di fronte alle sfide più impegnative. Slancio e competenza hanno consentito alle nostre imprese di sviluppare innovazione a tutti i livelli e di poter contare su standard di qualità nettamente superiori alla concorrenza. Di nuovo: la cultura del lavoro, del bello e ben fatto, non ha caratterizzato solo la piccola impresa, ma più in generale tutte quelle realtà, in alcuni casi anche di grandi dimensioni, che hanno potuto contare su un lavoro responsabile e di qualità che ha contribuito a dare forma alle soluzioni proposte dalle imprese italiane nel mondo.

Questa consolidata tradizione manifatturiera, capace di saldare lavoro artigiano e tecnologia dentro una cornice manageriale aggiornata, affronta oggi la quarta rivoluzione industriale. Gli strumenti del digitale, che abbiamo imparato a conoscere e a utilizzare dalla fine degli anni ’80, penetrano in ogni dimensione dell’attività di impresa, cambiando radicalmente il modo in cui si strutturano le organizzazioni e come si accede al mercato. Si trasforma la produzione in senso stretto, grazie a stampanti 3D e robot disponibili a costi accessibili. Cambiano i prodotti, sempre più interconnessi e in grado di “parlare” con l’ambiente circostante. “Gli atomi diventano i nuovi bits” per riprendere uno slogan di successo di alcuni anni fa.

In Italia siamo chiamati a ragionare su come queste tecnologie possono sostenere un modello di produzione caratterizzato da una precisa idea di qualità e valore. Se queste tecnologie serviranno semplicemente a rendere più efficienti processi seriali, rinunciando a far valere quel tesoro di sapere così vivo nella tradizione del lavoro del nostro paese, perderemo una grande occasione. Se queste tecnologie saranno utilizzate per potenziare la nostra capacità di costruire nuove relazioni sociali e culturali, se questi strumenti saranno sfruttati per ampliare l’offerta di varietà e personalizzazione, non solo il Made in Italy ne trarrà beneficio, ma più in generale il nostro paese dimostrerà di essere capace di rinnovare il suo legame con la propria storia e la propria cultura.

L’ambizione del paese nel ribadire la propria specificità rispetto alle trasformazioni tecnologiche in corso ha certamente importanti implicazioni economiche. Ne ha altrettante sul piano strettamente culturale. In un mondo che si interroga, giustamente, sul futuro del lavoro e sulle implicazioni di una sua possibile scomparsa, il nostro paese può diventare un punto di riferimento per coloro che credono che il lavoro debba rimanere momento di espressione di sé e che le merci – più che testimoniare la ricchezza di chi le acquista – debbano rappresentare prima di tutto il medium fra sensibilità e culture diverse.

Stefano Micelli
Il Sole 24 Ore Domenicale 10 settembre 2017

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I meriti di Brunello Cucinelli (e della media impresa italiana)

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Una settimana fa, il prestigioso Kiel Institute for the World Economy ha attribuito il Global Economy Prize a Brunello Cucinelli per la sua opera di imprenditore capace di mettere al centro della sua attenzione il lavoro dell’uomo e la sostenibilità dell’ambiente. “In un mondo globalizzato e frenetico – recita la laudazio – l’opera di Brunello Cucinelli svolge una preziosa opera di calmante”. La giuria internazionale ha voluto premiare un imprenditore della moda che esce dai binari consueti del settore: una storia personale non facile, un sincero attaccamento al territorio di appartenenza, una capacità di manifatturiera votata alla massima qualità e una proiezione internazionale che ha reso il suo prodotto un’icona nel mondo.

Per quanto speciale possa apparire la figura di Brunello Cucinelli, sarebbe ingiusto considerare il profilo dell’imprenditore umbro un caso isolato. A ben guardare, il percorso avviato da Cucinelli è simile a quello intrapreso da tante altre medie imprese della manifattura italiana nei settori del Made in Italy. Una recente ricerca promossa da Luigi Serio sul tema delle medie imprese eccellenti mette a confronto le ragioni del successo di queste medie imprese che nel corso di quest’ultimo decennio hanno saputo sviluppare percorsi di crescita fondati su scelte e valori simili.

Stando al lavoro dei ricercatori della Cattolica, gli ingredienti essenziali alla base del successo della media impresa italiana sono diversi. La qualità del prodotto è un aspetto essenziale, questo è cosa nota, così come è nota la proiezione internazionale delle nostre imprese, sia in chiave commerciale che in termini di partnership produttive e di ricerca. Ciò che davvero distingue le nostre medie imprese è l’enfasi attribuita al lavoro e la relazione privilegiata con il territorio. Il capitale umano così come la fitta rete dei fornitori che contribuiscono alle strategie del prodotto sono i due aspetti che fanno la differenza nei confronti della concorrenza.

Questa attenzione al lavoro non rimane un semplice enunciato. Cucinelli remunera i suoi artigiani il 20% in più rispetto agli standard di settore. I dati raccolti da Gabriele Barbaresco (Mediobanca) nel volume curato da Serio mettono in evidenza come nella manifattura italiana la crescita della produttività sia andata di pari passo con una remunerazione adeguata delle competenze di chi lavora. La media impresa italiana, in altre parole, è una garanzia per la solidità e la consistenza della classe media nel nostro paese.

Perché, nonostante i successi ottenuti da tanti imprenditori come Brunello Cucinelli, una parte degli analisti e dell’opinione pubblica fa fatica ad entusiasmarsi per un modello di impresa che porta l’Italia nel mondo? La ragione, emersa in un recente dibattito presso la Fondazione Bassetti in occasione della presentazione del volume, è legata alla difficoltà dell’economia italiana ad agganciare il capitalismo globale.

Le nostre medie imprese – direbbe Fernand Braudel – sono imprese di mercato. Certo si proiettano in una scala nazionale e internazionale, ma fanno i conti ogni giorno con la concorrenza, con altre imprese fanno prodotti simili ai nostri. Alle nostre imprese spetta il compito quotidiano di migliorare e di innovare guardando alla domanda. E’ il mercato e oggi le sue regole sono particolarmente stringenti.

Il capitalismo – sempre secondo Braudel – è un’altra cosa. Il capitalismo lo giocano le imprese multinazionali che dopo aver rapidamente guadagnato visibilità e posizioni dominanti su scala globale impongono il loro potere da monopolisti costruendo legami con la politica e con le istituzioni. Nel mondo della tecnologia e della finanza, dove il capitalismo esprime la sua dinamica più accentuata, il lavoro non ha la stessa valenza che ha nelle imprese italiane. Il nuovo capitalismo delle piattaforme scommette sulla gig economy, sui “lavoretti”, sull’intercambiabilità delle risorse umane.

Brunello Cucinelli si è detto molto colpito per la definizione di “onorevole mercante” a lui attribuita dai giurati di Kiel. Forse dovremmo fare tutti tesoro dell’indicazione di Cucinelli. Nell’economia globale siamo protagonisti dove il mercato è la cifra della competizione. E’ sul terreno dell’economia di mercato, in particolare della manifattura, che esprimiamo il meglio del nostro potenziale culturale e il valore del nostro capitale umano. Farlo “con onore”, senza rimpiangere il capitalismo di Facebook e Uber, può essere un modo per promuovere un’idea forte di impresa e lavoro

Stefano Micelli

Sole 24 Ore, 4 luglio 2017

 

 

 

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Più robot e più artigiani: la via italiana alla manifattura 4.0

Più artigiani e più Robot

La manifattura 4.0 ha conquistato in poco tempo uno spazio importante nel dibattito sul rilancio economico e sociale del nostro Paese. Un segnale positivo che evidenzia un ritrovato interesse degli operatori verso gli investimenti in ambito tecnologico a cui ha contribuito positivamente anche il piano di incentivi previsto dal Governo.

Il dibattito è finora ruotato attorno al problema dell’upgrade tecnologico e quindi del ritardo che le nostre imprese hanno nell’adeguarsi a questa nuova frontiera. E’ sicuramente un tema importante perché senza queste tecnologie è impossibile abbracciare quella che viene definita come la quarta rivoluzione industriale. Tuttavia poco spazio è stato finora dedicato alle modalità attraverso le quali le nuove tecnologie saranno effettivamente utilizzate all’interno delle imprese. Il problema non è tanto se usare queste tecnologie (cosa inevitabile) ma come tenendo in considerazione le particolari caratteristiche del sistema manifatturiero italiano. La quarta rivoluzione industriale non sarà appannaggio di pochi paesi sviluppati ma è già un tema globale che investe anche i paesi emergenti. Prova ne sia che la stessa Cina ha già elaborato un  proprio piano per raggiungere la quarta rivoluzione industriale. Diventa quindi urgente capire quello che potrebbe essere il nostro posizionamento all’interno di questa transizione globale verso la manifattura 4.0.

Per farlo è utile partire da quello che sta accadendo a livello internazionale. In particolare stanno emergendo due modalità diverse di applicazione delle nuove tecnologie legate alla manifattura digitale.

Il primo è legato principalmente alla ricerca di maggiore efficenza produttiva e si basa sull’utilizzo su vasta scala dell’automazione in ambito manifatturiero. Le macchine (robot, intelligenza artificiale, sensoristica evoluta, IoT) hanno subito nel corso dell’ultimo decennio una rapida evoluzione e sono oggi in grado di svolgere compiti anche complessi che prima erano appannaggio solo del lavoro umano. In questo contesto quindi assistiamo ad una graduale sostituzione dell’uomo nei processi nei quali prima era protagonista, fino ad ipotizzare la costruzione di fabbriche totalmente automatizzate, le cosiddette “dark factory” che non hanno bisogno né di luce né di riscaldamento perché popolate appunto solo da macchine. Non sono progetti al limite della fantascienza ma temi che oggi rientrano esplicitamente all’interno dell’agenda ad esempio degli imprenditori cinesi. Come testimonia un interessante articolo del MIT Technology Review (https://www.technologyreview.com/s/601215/china-is-building-a-robot-army-of-model-workers/), gli imprenditori, soprattutto nell’ambito dell’elettronica, intendono muoversi proprio lunga questa direzione per recuperare la propria competitività in relazione alla crescita dei salari interni e quindi dei costi di produzione.

Difficile dire se effettivamente la fabbrica completamente automatizzata possa essere realizzata, ma è significativo che sia diventata un progetto tanto realistico da  orientare gli investimenti e da generare già oggi delle conseguenze, non sempre positive. In un recente lavoro gli autorevoli economisti americani Daron Acemoglu del M.I.T. e Pascual Restrepo di Boston University (http://www.nber.org/papers/w23285) hanno stimato come in alcune aree degli Stati Uniti siano già presenti degli effettivi negativi legati all’automazione laddove sostituisce il lavoro umano in ambito manifatturiero. Se abbiamo imparato a conoscere dal libro “La nuova geografia del lavoro” di Enrico Moretti l’effetto positivo della tecnologia sull’occupazione in aree come la Silicon Valley, oggi vediamo anche il rovescio della medaglia, un effetto negativo nelle aree ad elevata specializzazione manifatturiera.

 Il secondo approccio invece si basa sulla capacità di utilizzare queste tecnologie per realizzare prodotti e servizi nuovi e sempre più personalizzati. Invece di pensare ad una produzione standardizzata, queste tecnologie possono essere utilizzate per realizzare prodotti ogni volta diversi e pensati sulle esigenze del consumatore a costi ragionevoli. Questo approccio si basa su una nuova complementarietà tra uomini e macchine. Da un lato il lavoro umano diventa sempre meno operaio e sempre più artigianalenel senso che è legato alla capacità di lavorare sulla qualità e sulla valorizzazione di un saper fare unico. Dall’altro le macchine possono occuparsi degli aspetti più ripetitivi e allo stesso tempo garantire una elevata flessibilità produttiva. Uno dei settori che sta sperimentando questa modalità di applicazione è l’agroalimentare. Robot e macchine di nuova generazione stanno ad esempio trovando spazio all’interno di birrifici artigianali (https://www.craftbrewingbusiness.com/equipment-systems/streamline-craft-brewery-robots-not-concede-human-touch/), come nel caso di Widmar Brothers Brewing (http://widmerbrothers.com/), svolgendo attività quali imbottigliamento, etichettatura, packaging e movimentazione. Il mastro birraio si può così concentrare sulla sua arte producendo birra di qualità e le macchine si prendono cura del resto. Su questa stessa linea si sta muovendo Chad Robertson (https://munchies.vice.com/en/articles/one-of-the-worlds-best-bakers-is-turning-to-robots-for-help), il guru del pane artigianale negli Stati Uniti. A partire dalla sua grande abilità artigianale, Robertson ha deciso di impegnarsi in un progetto molto ambizioso che prevede la creazione di macchine di nuova generazione per la macinatura del grano e la cottura del pane. L’obiettivo è quello di far nascere una nuova generazione di imprenditori che siano in grado di produrre un pane di alta qualità attraverso lente lievitazioni e  valorizzando grani locali.

Tra i due approcci, quello nel quale l’Italia può esprimere maggiormente il proprio potenziale è il secondo. La possibilità di lavorare sulla personalizzazione del prodotto e di valorizzare il nostro saper fare attraverso le nuove tecnologie manifatturiere è una strada particolarmente promettente. Già oggi si vedono le prime sperimentazioni di questo approccio come nel caso di Aqamai che fa parte del gruppo Hydor azienda di Bassano del Grappa specializzata nella produzione di tecnologie per gli acquari. L’impresa ha deciso di scommettere su una nuova generazione di prodotti intelligenti sfruttando le potenzialità offerte dall’Iot (Internet of Things). Quelli che prima erano prodotti tradizionali, come una pompa per l’ossigenazione dell’acqua o i led di illuminazione per l’acquario, si possono ora connettere al wifi e, attraverso una app sviluppata ad hoc, diventano controllabili dallo smartphone. Attraverso questa trasformazione il prodotto diventa una piattaforma digitale che consente al consumatore di trovare soluzioni “su misura” in merito alle caratteristiche del proprio acquario e alle proprie convinzioni ed esperienze di acquarista. I prodotti infatti non funzionano più solo in modalità on/off ma sono modulabili su diverse intensità, offrendo la possibilità di una regolazione molto precisa. Inoltre, l’impresa può verificare le modalità di funzionamento dei suoi prodotti in contesti reali e offrire nuovi servizi ai propri clienti come programmi di manutenzione e condivisione di best practice nella gestione dell’acquario.

La realizzazione di smart product ha richiesto la combinazione originale tra competenze tradizionali e innovative. I tecnici dell’azienda hanno lavorato fianco a fianco con esperti del digitale per riprogettare i prodotti e definire le interfacce di interazione tra consumatore e l’app. Non si è trattato di una semplice somma di saperi ma di una loro ricombinazione. I tecnici hanno iniziato a pensare in digitale mentre gli esperti digitali hanno imparato a pensare come un esperto di acquari.

La possibilità per le nostre imprese di sfruttare il potenziale della manifattura 4.0 non passa semplicemente per l’adozione di nuove soluzioni hardware/software ma attraverso la capacità di definire applicazioni innovative all’interno delle nostre specializzazioni industriali. Servono nuove competenze indubbiamente ma anche nuovi talenti imprenditoriali capaci di esplorare questa nuova frontiera.

Marco Bettiol

Articolo originariamente pubblicato su Veneziepost

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Dieci cose che ho imparato nella settimana del Salone del Mobile


Chi ha vissuto il Salone e il Fuorisalone a Milano questa settimana ha trovato una città in gran forma e un’enorme quantità di progetti. In questi giorni, il rischio è quello di essere travolti dalle troppe proposte. Per chi è alla ricerca di indicazioni sul tema “new craft”  (ovvere come tenere insieme design, saper fare artigiano e innovazione) ecco qui una selezione di spunti nati dal confronto con progetti particolarmente interessanti.

1. Costruire ponti fra design e saper fare

La Fondazione Cologni ha organizzato l’incontro fra un gruppo di designer internazionali e una serie di artigiani italiani di grande valore. Il risultato è una collezione di oggetti sperimentali di qualità e di grande potenziale economico. Il format non è più una novità ma funziona e produce innovazione. Repetita iuvant.

Schermata 04-2457853 alle 05.32.00 Schermata 04-2457853 alle 05.32.41(http://www.fondazionecologni.it/it/eventi/ar/doppia-firma-2017)

2. La bellezza è una sfida

Quest’anno la tessitura Bonotto ha esposto in via Durini una serie di arazzi nati dal dialogo fra le tecniche tradizionali della tessitura e i materiali di riciclo prodotti grazie alle tecnologie Miniwiz, un’azienda di Taiwan specializzata nell’innovazione per l’economia circolare. La ricerca della bellezza è una sfida che passa attraverso il confronto con nuovi materiali e, in generale, con il tema della sostenibilità ambientale. Imperdibile.

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Schermata 04-2457853 alle 05.48.24(http://living.corriere.it/salone-del-mobile/fuorisalone/san-babila/bonotto-miniwiz-gardening-the-trash/)

3. Investire in tecnologia

Baldi è un’azienda storica del mobile classico italiano. Quest’anno lo stand Baldi ha proposto ai visitatori un’installazione per navigare in realtà virtuale la sua proposta di arredi. Un modo stupefacente di proporre a un acquirente internazionale la flessibilità e la ricchezza del Made in Italy. Una direzione in cui investire tutti, e in fretta.

Schermata 04-2457853 alle 05.33.24(http://www.baldihomejewels.com/)

4. Design è anche business design

La collezione Internoitaliano di Giulio Iachetti si è arricchita al salone di un nuovo divano sviluppato in collaborazione con Berto salotti. Oltre a sviluppare un prodotto, Iachetti e Berto hanno messo a punto anche un business model innovativo per promuovere forme di vendita sempre più efficaci. Chi vuole vendere design e artigianalità non deve dimenticare di sperimentare in campo economico.

Schermata 04-2457853 alle 05.33.46 Schermata 04-2457853 alle 05.34.02(http://www.internoitaliano.com/prodotti/meda/)

5. La perseveranza paga

Anche quest’anno la galleria Secondome di Claudia Pignatale ha proposto una serie di oggetti nati dall’impegno di autoproduttori selezionati e dall’incontro di designer e grandi artigiani italiani. Anno dopo anno, Secondome ci ha abiutato ad apprezzare sperimentazioni e talento. La perseveranza è un valore (anche economico).

Schermata 04-2457853 alle 05.26.22Schermata 04-2457853 alle 05.25.00(http://www.secondome.biz/)

6. Artigianato cosmopolita

Emmanuel Babled lavora da anni con il vetro di Murano e con tanti grandi artigiani del Made in Italy. Quest’anno ha presentato al Fuorisalone Etnastone, un progetto di tavoli in lava vulcanica che recupera tecniche artigianali locali siciliane. Oggi Babled vive a Lisbona: nel suo nuovo studio vuole incrociare design e tradizioni locali a una scala europea. La lezione italiana supera i confini nazionali.

Schermata 04-2457853 alle 05.29.40(http://babled.net/bablededitions/etnastone-table/)

7. Manifattura 4.0

Nello spazio Base di via Tortona, CNA e Wemake hanno realizzato una serie di installazioni per raccontare le tecnologie della manifattura digitale e il nuovo artigianato. Un progetto che ha messo in scena le potenzialità di mestieri che si rinnovano grazie a tecnologie che spesso immaginiamo solo per grandi imprese. Da Industria 4.0 a Manifattura 4.0.

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(https://fuorisalone.it/2017/it/eventi/1202/Manifattura-40)

8. Insieme è più facile

TM è un’azienda consolidata che propone cucine in logica sartoriale. Quest’anno il suo spazio in corso Venezia ha ospitato una serie di piccole realtà artigiane che hanno completato il suo spazio in modo coerente e originale. Per diversi giovani designer e artigiani è stato un modo per trovare visibilità e legittimazione. Un modello da seguire.

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(http://www.tmitalia.it/)

9. Sostenere il rilancio post-terremoto

Nel grande cortile della Statale di Milano, Polifactory guidata da Stefano Maffei ha presentato una serie di progetti per il rilancio economico dell’Umbria grazie alla riscoperta della filiera della canapa. Abbiamo scoperto che con la canapa si possono fare pure i biscotti (grazie a Francesco Bombardi). Design, sperimentazione e riscoperta del saper fare locale per il rilancio delle aree interne.

Schermata 04-2457853 alle 05.35.01 Schermata 04-2457853 alle 05.35.13(http://www.fabric-action.org/)

10. Multinazionali in movimento

Ikea ha presentato a Milano un progetto sviluppato con Tom Dixon per un divano in grado di assolvere funzioni diverse (letto, divano, dormeuse) grazie a un mondo di accessori che sono stati (e saranno) sviluppati in collaborazione con la grande comunità degli Ikea hackers. Un modo nuovo per innovare che mette (potenzialmente) in connessione il mondo delle multinazionali del mobile con piccoli e micro produttori. Nuovi ecosistemi crescono.

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(http://living.corriere.it/salone-del-mobile/fuorisalone/san-babila/tom-dixon-al-teatro-manzoni/)

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Due modi diversi di interpretare la manifattura 4.0

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La manifattura 4.0 è il tema del momento. Nel nostro Paese si è recentemente acceso un forte dibattito soprattutto a valle del cosiddetto piano Calenda. La discussione è oggi legata principalmente alle soluzioni tecnologiche e alle loro caratteristiche. Tuttavia, manca una riflessione più approfondita sul modo in cui queste tecnologie possono essere interpretate e declinate all’interno dei processi manifatturieri. Questo aspetto, vista la nostra particolare struttura industriale, non può essere considerato marginale. E’ importante non solo fornire informazioni tecniche ma anche aiutare le aziende a capire come orientarsi nei processi di transizione verso la manifattura 4.0. Vogliamo contribuire a questo dibattito provando a fornire alcune indicazioni utili.

A livello internazionale si stanno affermando due modi diversi e contrapposti di interpretare la manifattura 4.0. Da un lato si stanno moltiplicando le esperienze di utilizzo di queste soluzioni con l’obiettivo di esaltare l’artigianalità che è alla base del prodotto. Contrariamente a quanto si possa pensare, l’utilizzo di queste tecnologie è di grande aiuto in contesti nei quali la qualità è estremamente elevata. Occupandosi degli aspetti più ripetitivi sono in grado di liberare l’intelligenza artigiana che così può concentrarsi sul miglioramento del prodotto e del servizio offerto. Non è un caso, forse, che proprio il settore agroalimentare sia una delle frontiere di questa modalità di applicazione. Robot e macchine di nuova generazione stanno trovando spazio all’interno ad esempio di birrifici artigianali, come nel caso di Widmar Brothers Brewing, svolgendo tutte quelle attività che pur importanti non hanno a che fare con il prodotto, come ad esempio imbottigliamento, etichettatura, packaging e movimentazione. Il mastro birraio si può così concentrare sulla sua arte producendo birra di qualità, i robot si prendono cura del resto. Su questa stessa linea, ma con un approccio ancora più sofisticato, si sta muovendo Chad Robertson, il guru del pane artigianale negli Stati Uniti. Robertson ha deciso di impegnarsi in un progetto molto ambizioso che prevede la creazione di macchine di nuova generazione per la macinatura del grano e la cottura del pane. L’obiettivo è quello di realizzare un pane di alta qualità (lievitazioni lente, pasta madre, grani locali) in grandi quantitativi. La tecnologia aiuta le imprese a focalizzarsi sulla loro specificità artigianale senza più rinunciare alla possibilità di raggiungere economie di scala. Artigianato e tecnologia diventano complementari.

Dall’altro lato, invece, la manifattura 4.0 viene vista come l’occasione per sostituire tour court il lavoro manuale. E’ questo il progetto esplicito ad esempio di un paese come la Cina dove la manifattura 4.0 sta diventando la via attraverso la quale mantenere la propria competitività a fronte di una crescita del costo della manodopera. Gli imprenditori cinesi infatti iniziano a sentire la concorrenza sempre più forte dei paesi limitrofi e per affrontare questa sfida hanno deciso di investire in tecnologia per ridurre il più possibile l’intervento dell’uomo nei processi manifatturieri. E’ il caso di CIG, un’azienda specializzata nella produzione di componentistica elettronica, che ha deciso di realizzare una dark factory, una fabbrica dove il lavoro sarà completamente automatizzato. No più uomini, quindi, ma robot e computer che lavoreranno senza sosta alla produzione di prodotti. Non è chiaro quando e se questo obiettivo sarà effettivamente raggiungibile. Anche Foxconn, la multinazionale che assembla l’Iphone, pur avendo comunicato di aver avviato un progetto simile, non è ancora riuscita nel suo intento. Al di là del problema della fattibilità tecnica, questi progetti mettono in luce una linea comune nell’adozione delle nuove tecnologie manifatturiere.

Confrontando i due modelli, è evidente che l’Italia non possa che seguire il primo che appare non solo socialmente preferibile ma maggiormente compatibile con le specificità della nostra manifattura. Il problema è un altro. Rispetto al passato, non siamo più gli unici a voler seguire la strada della qualità e della personalizzazione, come gli esempi citati sopra ricordano. Saremo in grado di affrontare una competizione che diventerà sempre più agguerrita e che ci sfiderà proprio sul nostro terreno?

Marco Bettiol

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La grande sfida delle nuove competenze

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Le biciclette che escono dal laboratorio di Massimo Pavan, oltre ad essere belle, sono oggetti tecnologicamente all’avanguardia. Sono biciclette 4.0. Pavan, ex consulente marketing appassionato di meccanica, le progetta con i software di modellazione 3D di ultima generazione. Le sue biciclette sono oggetti sempre più “intelligenti”: grazie a un rotore inserito nella ruota posteriore è possibile accumulare e rilasciare energia grazie a una app di uso elementare. Alcune delle produzioni di Mopbike, questo è il marchio dell’azienda di Pavan, sono personalizzate. Come un sarto, Pavan prende le misure dei fortunati destinatari e costruisce oggetti che si modellano sulle caratteristiche di chi salirà in sella. Sono le nuove tecnologie a rendere economicamente plausibile una produzione “tailor made” altrimenti eccessivamente costosa per il mercato di riferimento.

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La storia di Massimo Pavan è a suo modo emblematica delle novità generate dall’incontro fra digitale e manifatturiero. Le sue biciclette raccontano quanto le nuove tecnologie possono contribuire a modificare i processi manifatturieri e a rinnovare prodotti che spesso immaginiamo come consolidati. Mette in evidenza, inoltre, le trasformazioni dei modelli economici: abituati come siamo a merci standardizzate a basso costo, rimaniamo impressionati dalle potenzialità offerte dalle nuove tecnologie rispetto al potenziale di personalizzazione del prodotto.

Di solito immaginiamo le tecnologie della manifattura digitale come ingredienti fondativi dell’offerta tipica della grande impresa. Questa visione ha una sua verità. Molte medie imprese del Nord Est impegnate nell’offerta di componentistica per la filiera automobilistica hanno cominciato da tempo ad utilizzare le stampanti 3D velocizzare il ciclo dell’innovazione. Le imprese più avanzate della domotica hanno introdotto sensori e interfacce evolute nei propri prodotti molto prima che si iniziasse a parlare di Industria 4.0 (i casi di Came e Nice sono emblematici). Queste e molte altre aziende continueranno a investire sulle nuove tecnologie migliorando sistematicamente processi e prodotti. Non è su questo fronte, tuttavia, la novità più interessante.

Se il problema fosse semplicemente l’accelerazione degli investimenti in alcuni settori specifici della nostra industria, non parleremmo di una vera e propria rivoluzione industriale. Parleremmo, in modo più appropriato, di upgrade tecnologico. Se parliamo di rivoluzione tecnologica è perché queste tecnologie, oggi sempre più accessibili dal punto di vista economico e delle competenze, mettono in moto una nuova schiera di possibili soggetti imprenditoriali che, con la loro intelligenza e la loro creatività, possono contribuire in modo determinante a una nuova fase dello sviluppo economico del paese.

Trenta anni fa la tecnologia dei mainframe lasciava spazio all’utilizzo estensivo dei personal computer. Le grandi macchine che occupavano i centri di calcolo di poche banche e di qualche università hanno lasciato spazio a computer da tavolo che hanno fatto di tutti noi i nuovi protagonisti di una nuova stagione di crescita economica. Oggi stampanti 3D, bracci robotici, sensori a costi sempre più contenuti – in alcuni casi risibili – consentono di immaginare un percorso analogo. Per il Nord Est, che da sempre prospera su un’intelligenza imprenditoriale distribuita, si tratta di un’occasione da non perdere.

Quali fattori possono contribuire al successo di una nuova stagione di innovazione e di creatività diffusa? I superammortamenti contano, questo è certo, come tutti gli incentivi fiscali e non. Ciò che oggi appare come maggiormente rilevante, tuttavia, è l’investimento in capitale umano. Le fabbriche della produzione di massa hanno aumentato la produttività facendo leva su un lavoro senza particolari qualità. Le nuove tecnologie funzionano in modo diverso. Abilitano un aumento di produttività solo di fronte a nuove competenze e nuovi saperi. Se saremo in grado di promuovere queste competenze e questi saperi la storia di Massimo Pavan non rimarrà un caso isolato e la sua azienda potrà crescere e competere facendo da traino a un mondo di servizi anch’esso innovativo. Per questo il tema del capitale umano rappresenta la principale sfida con cui il Nord Est e l’Italia si confronteranno negli anni a venire.

Stefano Micelli

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