Una nuova strada per la produttività

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Una nuova strada per la produttività

di Stefano Micelli

L’imperativo è crescere. Le piccole e medie imprese – ha ripetuto a più riprese Alberto Baban in occasione dell’ultima assemblea di Confindustria PMI– sono condannate a crescere perché il mercato chiede maggiori investimenti in ricerca e una maggiore propensione all’internazionalizzazione. Alle imprese che operano nei settori del Made in Italy le opportunità non mancano: per coglierle, tuttavia, è necessario fare un salto di qualità.

La crescita di cui ha parlato Baban nel suo intervento introduttivo non è la solo crescita dimensionale: non si tratta semplicemente di aggiungere un capannone qua e là per raddoppiare la produzione e aumentare i volumi. Non ha senso crescere – dice Baban – per inseguire i nostri concorrenti sul piano delle economie di scala e del costo del lavoro. Se è vero che piccolo non è poi così bello, è altrettanto vero che il futuro delle piccole e medie imprese italiane rimane legato alla capacità di inseguire nicchie di mercato a livello mondiale e di gestire le richieste del mercato assecondando un’offerta sempre più “su misura”. Crescere è doveroso, ma è necessario mantenere una cifra distintiva che deve caratterizzare il Made in Italy indipendentemente dalla taglia e dal fatturato. Il Made in Italy del futuro, che sia high tech o tradizionale, è sempre “sartoriale”.

Per intraprendere un percorso di crescita che consenta alle imprese di generare valore rispondendo alle richieste di committenti sempre più diversi e esigenti è importante lavorare lungo tre direttrici fra loro complementari.

La prima riguarda gli investimenti in tecnologia e, in particolare, nelle opportunità offerte dalla cosiddetta manifattura digitale. I nuovi strumenti per la gestione della produzione assecondano una manifattura in grado di produrre varietà, offrendo strumenti per la prototipazione di nuovi prodotti e potenziando i processi di personalizzazione, il tutto a costi sostanzialmente accessibili anche alla piccola e media impresa. I numeri disponibili a partire da ricerche empiriche rivelano come la correlazione fra uso delle tecnologie del digital manufacturing, offerta di prodotti custom e redditività delle imprese sia già visibile. Il problema è come generalizzare questa tendenza facendola diventare un aspetto distintivo del sistema paese.

Un secondo aspetto riguarda lo sviluppo della presenza delle imprese nel Web e nelle principali piattaforme del commercio elettronico. Proprio durante il convegno di Confindustria è stato ribadito a più riprese come su questo fronte le imprese italiane debbano necessariamente fare un salto di qualità raggiungendo in breve i competitor europei più dinamici sul mercato. E’ vero che proporre prodotti suscettibili di essere modificati e trasformati (o veri propri prodotti “one off”) è più difficile che promuovere un’offerta a catalogo: è altrettanto vero che oggi esiste una domanda crescente per prodotti su misura (sia business to consumer che business to business) che il Web potrebbe assecondare e sviluppare. Proprio su questi temi potrebbero cimentarsi start up a sostegno di un Made in Italy capace di sfruttare il Web in modo innovativo.

Un terzo e ultimo aspetto riguarda la capacità delle imprese del Made in Italy di raccontare e di promuovere la propria storia e il proprio territorio sfruttando nuovi format di comunicazione e nuovi strumenti di interazione con la domanda. Parte del valore riconosciuto al prodotto italiano dipende dal legame storico che le nostre imprese hanno intrattenuto con la cultura del paese. Questo vale per i prodotti destinati al consumo finale, ma anche per le soluzioni di alta tecnologia connotate da un’italianità che ne amplifica il valore. Sapersi raccontare significa molte cose: significa sapersi aprire ai linguaggi del multimediale per diventare oggetto di cortometraggi di impatto, significa presidiare i social media e i social network per promuovere la propria attività e i propri valori, significa sviluppare spazi e architetture in grado di testimoniare la missione di un’impresa a interlocutori molto diversi fra loro (lo spazio realizzato da Nice che ospitava l’incontro è una testimonianza riuscita di come un’architettura felice può cambiare il ruolo di un’impresa rispetto al suo territorio).

Questi tre aspetti spingono a riflettere su un modo nuovo di pensare la via alla produttività. Se vogliamo aumentare il valore per ora lavorata dei nostri addetti alla manifattura senza perseguire solo la via delle economie di scala tradizionali (investimenti in impianti e tecnologie tradizionali per aumentare i volumi di produzione), è necessario crescere anche nella consapevolezza che servono nuove strategie e nuovi strumenti gestionali per creare valore.

La domanda internazionale riconosce un premio alla manifattura italiana perché il prodotto Made in Italy incorpora, oltre a sapere scientifico e tecnologie di punta, una tradizione di lavoro creativo che l’Italia ha letteralmente inventato (lo ha sottolineato all’assemblea il rettore dell’Università di Udine Alberto De Toni) e una cultura del progetto che rende i nostri prodotti più belli e più piacevoli da usare. Se prendiamo sul serio il richiamo di Baban verso un’industria “su misura”, questi aspetti richiedono una nuova prospettiva in termini di management aziendale così come di politica industriale. Per crescere è necessario che saperi e comunità professionali oggi ancora fra loro molto distanti inizino a dialogare e a confrontarsi per immaginare soluzioni all’altezza di una nuova idea di competitività.

27 luglio 2016

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“Creativi e manuali”: il futuro del lavoro

Fabrizio Galimberti ha scritto un pezzo sul tema del futuro del lavoro nelle pagine dedicate ai ragazzi (6 dicembre). Si è posto la domanda del valore del saper fare in una società dove molti giovani sognano il posto fisso. Il suo pezzo ha scatenato un dibattito inatteso. Che vale la pena ripercorrere.

Galimberti Sole 24 HQui trovate la risposta di Alessio Gismondi, falegame (9 dicembre).

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Infine la pagina dedicata alle lettere (20 dicembre).

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La via italiana al digital manufacturing è l’artigianalità in salsa hi-tech

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intervista di Katy Mandurino

La manifattura 4.0 ha una “via italiana”. Un metodo applicativo che non è uguale a nessun altro e che senza troppi clamori ha trovato concretezza in numerose piccole e medie imprese di tutti il settori, dalla meccanica al mobile, fucine di innovazione spesso più all’avanguardia della grande industria. Si tratta di un percorso già intrapreso che, di fronte al digital manufacturing, non solo non ha rinnegato la mansione dell’uomo, ma anzi, ha dato all’apporto umano un ruolo tutto nuovo, quello di saldare la manifattura artigianale con il digitale rendendo quest’ultimo “umanizzato”.

«Non si tratta di una riflessione aprioristica – spiega il professor Stefano Micelli, docente di Economia e gestione delle imprese all’università Ca’ Foscari di Venezia –, ma dettata dalla realtà delle cose. E si tratta di una via tutta italiana, che non troverebbe applicazione in altri Paesi».

Professore, ci faccia degli esempi. 

«Il settore del mobile ce ne fornisce di straordinari. Prenda aziende come la Marrone di Pordenone: è una Pmi di circa 25 milioni di fatturato, leader mondiale di cucine professionali su misura che produce per gli chef stellati. In quest’azienda la tecnologia digitale, i sensori, le stampanti 3D, si saldano perfettamente con l’artigianalità del prodotto, facendone un unicum nel mercato. È una artigianalità digitale su misura dove oltre all’enfasi della tecnologia c’è sempre l’elemento di umanità. Che rende il prodotto unico è vincente. »

Si tratta di un caso isolato? 

«No, per nulla. I casi sono sempre più numerosi, dalla Riva 1920 di Cantù, in Brianza, dove una grande artigianalità nella lavorazione del legno e una grande ricercatezza dei materiali si incontrano con il lavoro delle macchine a controllo numerico, ma il prodotto finale è ridefinito sempre dalla mano dell’uomo; alla Baldi di Firenze, che lavora le pietre a mosaico e produce prodotti per la casa, esempio di eccellenza del made in Italy: i dipendenti sono un’ottantina, quindi non parliamo di grandi dimensioni aziendali, ma le tecniche di scannerizzazione e l’utilizzo della tecnologia digitale sono all’avanguardia. Questi esempi parlano di un digitale che si salda con la manifattura attraverso un incontro con l’uomo. Questa è la via italiana.»

«C’è anche un altro livello di riflessione parlando di manifattura 4.0, che in Italia ancora non ha trovato una chiara applicabilità, quello che riguarda l’Internet of Things, i Big Data, la condivisione dei know how. C’è un grande dibattito attorno a questi concetti, ma mi pare che ancora siamo indietro. In realtà, lo ritengo un dibattito fumoso e non necessario in questo momento per il nostro Paese, proprio perché la via italiana alla manifattura 4.0 è un’altra. Non può essere la stessa di chi, ad esempio, ha a che fare con grandi produzioni di serie, altamente automatizzate. Noi dobbiamo fare i conti con la forte componente di artigianalità che, ripeto, rende del tutto umano il digital manufacturing.»

Il Sole 24 Ore, 1 dicembre 2015

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L’importanza del saper fare nella formazione dei giovani: il punto di vista di Robert Schwartz

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Il convegno organizzato a Parigi dall’Institut National des Métiers d’Art sul tema delle prospettive economiche dell’artigianato di qualità ha rappresentato l’occasione per riflettere sul valore della formazione tecnica in una società in profonda trasformazione.

Il dibattito sul trasferimento e la socializzazione dei saperi che hanno fatto la fortuna della manifattura francese e di quella italiana ha radici lontane. Nella maggior parte dei casi la discussione si è focalizzata sulla difficoltà a promuovere efficacemente percorsi scolastici in grado di incontrare il favore dei giovani. Dopo la scuola media inferiore, molti studenti (così come le loro famiglie) rimangono scettici di fronte alla possibilità di investire sulla formazione tecnica e professionale. Non è un caso che ancora oggi, nonostante i risultati economici ottenuti da tanta manifattura di qualità, molte imprese sono in difficoltà nel reclutare una nuova generazione di specialisti in settori chiave del Made in Italy (e del Made in France).

Su questo tema, una delle testimonianze che più ha stupito i partecipanti è stata quella di Robert Schwartz, responsabile del settore per le politiche educative di Harvard University e autore del rapporto di ricerca “Pathways to Prosperity: Meeting the challenge of preparing young Americans for the 21st century” che ha avuto una grande eco negli Stati Uniti. La testimonianza di Schwartz non si è limitata a riflettere sul rilancio del vocational traning negli Stati Uniti grazie a una nuova generazione di Community College inseriti nelle diverse comunità locali. Ha sottolineato come, oggi, i sistemi educativi più efficaci (e, in generale, le società più innovative) sono quelle che inseriscono il saper fare come parte di un percorso formativo generalista, destinato in modo trasversale all’universo degli studenti in formazione.

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Il sistema educativo svizzero, in questo senso, è stato indicato come uno dei più interessanti a livello internazionale perché proprio la diffusione di questi saperi caratterizza in modo trasversale la maggioranza dei percorsi formativi dei giovani contribuendo non solo a favorire sbocchi professionali nella manifattura di qualità (ad esempio nell’orologeria e nella meccanica di precisione), ma a favorire in generale i processi di apprendimento degli adolescenti.

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Confrontarsi con problemi di natura pratica – ha ribadito Schwartz – è un viatico formidabile per favorire l’apprendimento di conoscenze formali astratte che, a loro volta, arricchiscono l’azione pratica. Anche nel campo della scienza e della medicina, i percorsi formativi che prevedono il confronto con il saper fare si rivelano più efficaci: proprio su questo fonte il Craft Council UK ha chiesto a chirurghi e scienziati di fama internazionale di mettere in evidenza quanto è importante, anche nelle loro professioni, un percorso di crescita formativa che includa il saper fare e il confronto con mestieri della tradizione.

Questa capacità di mescolare in modo originale sapere formale e sapere applicato non deve limitarsi – ha aggiunto Schwartz – al percorso formativo che si sviluppa nelle scuole medie superiori e nelle università grazie all’alternanza scuola lavoro. Schwartz ha sottolineato l’opportunità di sviluppare incentivi a carriere “miste”, che favoriscano il passaggio fra mestieri e attività diverse in modo da incrociare, anche dopo la formazione scolastica in senso stretto, esperienze e conoscenze in campi diversi del sapere. Anche in questo caso la Svizzera può essere presa come esempio per aver creato delle vere proprie “passerelle” fra percorsi di carriera molto diversi fra loro. Sono proprio questi incroci fra saperi e contesti di lavoro diversi che contribuiscono a formare una leadership nazionale più consapevole e competitiva.

Inutile sottolineare quanto le argomentazioni promosse da Schwartz possono essere utili a tracciare, anche nel nostro paese, le linee guida per una buona scuola e una buona società.

Stefano Micelli

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What is Luxury?

What is luxury? è il titolo di una interessate mostra ospitata all’interno della Victoria and Albert Museum a Londra e organizzata dal Craft Council inglese. Una domanda non facile, alla quale i curatori della mostra, Jana Sholze e Leanne Wierzba, hanno cercato di rispondere proponendo due percorsi diversi.

Il primo è legato a una rilettura dal contributo del lavoro artigiano nella realizzazione di manufatti di lusso sia del passato che contemporanei. La maggior parte dei prodotti presentati, per quanto esclusivi e costosi, puntano a esaltare tutta l’abilità e l’esperienza che hanno permesso la realizzazione dell’oggetto.

Uno degli oggetti simbolo di questa parte della mostra è il cappello “Vello d’Oro” (Golden Fleece) realizzato dall’artista/artigiano italiano Giovanni Corvaja e ispirato al mito degli Argonauti. Corvaja ha realizzato un filo d’oro così sottile da poter essere tessuto (16km!). Ciò che rende davvero speciale il prodotto, però, sono le 2500 di lavoro spese per la sua realizzazione.

cappello

Meno estremo del cappello di Corvaja ma non per questo meno interessate è la sella da cavallo Tenaris realizzata da Hermes. La sella è costruita in fibra di carbonio e titanio, per rendere la struttura più leggera e allo stesso tempo resistente, mentre il rivestimento è in pelle rifinita a mano. Di nuovo è l’artigianalità l’elemento saliente: entrambi le parti, quella tecnologica e quella in pelle, sono realizzate su misura in relazione alla richieste del cavaliere.

sella hermes

Il secondo percorso della mostra è invece una riflessione su che cosa potrebbe essere considerato lusso nel prossimo futuro. Molti dei progetti presentati ragionano sui problemi che la nostra società dovrà necessariamente affrontare come ad esempio la sostenibilità ambientale.

Il progetto “The rise of plasticsmith” realizzato dall’artista cinese Gangjian Cui immagina un futuro nel quale la plastica, oggi materia d’uso quotidiana, diventa improvvisamente rara a causa dell’esaurimento delle risorse petrolifere. In un mondo in cui la plastica non può più essere usata per la produzioni di massa, cambia il modo nel quale è possibile utilizzare il materiale. E’ quello che ha provato a fare l’artista che con la passione e l’inventiva di un maker ha realizzato un estrusore con il quale ricavare dei piccoli tubi di plastica trasparente usati poi per comporre dei mobili (sedie, tavoli, ecc.).

THE RISE OF PLASTIC SMITH from gangjian cui on Vimeo.

Un altro progetto interessante sono i vasi realizzati con le terre rare (e radioattive) dal collettivo di artisti Unknown Fields Division con l’aiuto del ceramista Kevin Callaghan. I vasi sono accompagnati da un video che a ritroso ricostruisce le diverse fasi di produzione di prodotti elettronici fino ad arrivare in Mongolia dove è situato uno dei più importanti centri al mondo per l’uso delle terre rare. Si tratta di una lavorazione ad alto impatto ambientale: gli scarti industriali hanno creato un grande lago radioattivo. Gli artisti hanno preso la terra di questo lago è ne hanno fatto la base dell’impasto per la realizzazione dei vasi. Un invito a riflettere sulle conseguenze di molte nostre semplici azioni quotidiane.

vasi

Al termine della visita non si esce con una risposta definitiva su che cosa oggi sia il lusso, ma sicuramente si hanno molte tracce da seguire per capire quale sarà la sua evoluzione nei prossimi anni.

Chiudo con una provocazione. Perché in Italia non si fanno mostre così interessanti su un tema come il lusso che è importante per una quota rilevante delle nostra manifattura? I nostri prodotti piacciono a livello internazionale proprio perché veicolano contenuti culturali. Per il nostro paese è quindi una priorità essere in grado di elaborane di sempre aggiornati. Perlomeno nei settori che ci competono.

Marco Bettiol

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L’automazione dal volto umano

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A poche centinaia di metri da piazza Bra, centro storico della città di Verona, è rinata una vecchia tipografia specializzata nella stampa letterpress. Il progetto è frutto di un’inedita
alleanza fra un tipografo prossimo alla pensione e un gruppo di giovani imprenditori che hanno deciso di rilanciare l’attività grazie alle possibilità offerte dalla manifattura digitale. Se oggi è possibile produrre cliché a basso costo è perché frese a controllo numerico e stampanti 3D fanno il lavoro che fino a poco tempo richiedeva tempi lunghi e materiali particolarmente costosi. E’ grazie alle nuove tecnologie, oggi sempre più economiche e sempre più facili da usare, che competenze destinate ad una rapida obsolescenza ritrovano un senso economico.

La vicenda di Lino’s Type, questo il nome della tipografia veronese, ci parla di come una nuova generazione di tecnologie potrebbe trovare una sua diffusione nel nostro paese. Strumenti tecnologicamente all’avanguardia possono essere introdotti efficacemente all’interno di settori tradizionali portando benefici sensibili a produzioni tipiche del nostro Made in Italy. I cultori di una manifattura tradizionale storceranno il naso di fronte alla commistione fra saper fare tradizionale e nuove tecnologie: in realtà questo processo di contaminazione è stato avviato da tempo e ha trovato in Italia terreno fertile in tanti settori in cui il nostro paese eccelle da tempo, dalla meccanica al design. E’ quello che molti economisti dell’innovazione chiamano “free style”, mutuando l’espressione utilizzata per indicare i tornei di scacchi in cui i giocatori possono avvalersi del sostegno di computer e software sofisticati.

Non più, insomma, l’umano contrapposto alla tecnologia: piuttosto una tecnologia che dilata la competenza di singoli e organizzazioni. Una ricerca recente di Prometeia ha provato a calcolare l’impatto dell’introduzione delle tecnologie del digital manufacturing nelle piccole e medie imprese del nostro paese mettendo in evidenza i settori che in Italia potrebbero beneficiare di questi nuovi strumenti. Secondo il rapporto curato da Alessandra Benedini, una diffusione a larga scala di queste tecnologie nella manifattura italiana porterebbe a un fatturato addizionale di circa 16 miliardi di Euro, più o meno un punto percentuale di PIL. I settori maggiormente interessati all’utilizzo di questi strumenti sono tipici del Made in Italy, dalla gioielleria, che da tempo utilizza stampi in 3D per la microfusione a cera persa, alla meccanica di precisione, fino alla produzione di mobili, dove le tecnologie del taglio laser sono sempre più diffuse.

In tutti questi settori la via italiana all’utilizzo del digital manufacturing non prevede necessariamente la nascita di “fabbriche automatiche”, senza uomini, che tanto entusiasmo avevano ricevuto in Italia già nella seconda metà degli anni ’80.  Segnala piuttosto la necessità di trovare un nuovo modello di integrazione fra competenze tipiche del Made in Italy e utilizzo di strumenti particolarmente efficaci in fasi come la prototipazione e la produzione di pezzi su misura. Questa integrazione contribuisce a consolidare le scelte strategiche promosse da tante nostre medie imprese che hanno rinunciato alla produzione di grandi serie per concentrarsi su strategie di varietà (tanti prodotti diversi di grande qualità) e strategie di personalizzazione (prodotti su misura per il cliente).

Quanto è realistico pensare a una rapida diffusione di questi strumenti (e di questa nuova cultura gestionale) all’interno del nostro sistema industriale? Una ricerca avviata dall’Università di Brescia proprio su queste tematiche suggerisce un cauto ottimismo. Lo studio, condotto su imprese di media dimensione (fatturato superiore ai 30 milioni di Euro),
segnala una crescente attenzione verso il potenziale della stampa 3D, conosciuta in modo superficiale o approfondito da più del 60% degli intervistati, e una maggiore difficoltà a
esplorare il mondo della robotica e dei sistemi esperti (in questo caso il 75% degli intervistati dichiara di non avere alcuna conoscenza a proposito). In generale le aziende intervistate segnalano un aumento della qualità dei prodotti e dei servizi offerti legato all’introduzione delle nuove tecnologie e una crescente reattività rispetto alle richieste del mercato, con benefici spesso superiori alle attese.

Rimane da capire come promuovere un percorso virtuoso che consenta all’Italia di avviare quanto la Germania ha saputo innescare sviluppando una propria strategia di Industria 4.0. Il problema è legato, in parte, allo sviluppo di un’offerta di tecnologie innovative capaci di affiancare e potenziare (non di sostituire) il lavoro umano. A questo proposito le sperimentazioni avviate da diversi centri di ricerca italiani  riflettono un’attenzione particolare verso una robotica “umanistica”, innovativa proprio perché capace di espandere le capacità del lavoro umano.

Sul fronte delle imprese rimane, invece, il problema della creazione di nuove competenze, indicato da molte analisi come fattore discriminante nella diffusione delle nuove tecnologie. Il punto non è semplicemente legato a nuovi investimenti nel mondo della scuola. Su questo fronte si può fare certamente molto, come indica Vladi Finotto nel suo volume “Cultura tecnica”, anche semplicemente replicando le tante innovazioni sul fronte della didattica avviate in paesi come la Finlandia e la Danimarca.

Il problema, in realtà, è più esteso perché riguarda coorti consistenti di lavoratori non più giovani che difficilmente torneranno sui banchi di scuola. In questa prospettiva è giusto mettere a punto processi di diffusione delle competenze più efficaci rispetto a quanto sperimentato – con poco successo – nell’ambito della formazione continua.

Una possibilità potrebbe essere quella di immaginare i tanti Fab Lab e Makerspace già attivi nel nostro paese, come luoghi di confronto e di sperimentazione fra competenze  e generazioni diverse, incentivando processi sociali di contaminazione e di apprendimento. Alcune fra queste palestre di manifattura digitale già oggi rappresentano casi di successo nella diffusione di saperi tecnici e, più in generale, di una nuova cultura manifatturiera.

Stefano Micelli

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Dieci tappe #futuroartigiano al Salone e al Fuorisalone 2015

Anche quest’anno Salone e Fuorisalone promettono di essere particolarmente interessanti per chi si interessa al rapporto fra artigianato e design. Provo a segnalare alcune tappe da non mancare per gli appassionati del tema.

1. Brianza Design a Rho

L’inesauribile energia di Maurizio Riva (www.riva1920.it) ha prodotto un impressionante rassemblement di artigiani e designer che proporrà in Fiera i risultati di anni di lavoro e di cooperazione sotto un unico brand, Brianza Design.

Schermata 04-2457125 alle 18.51.29Qui il link al sito di Brianza Design: http://www.brianzadesign.net/it/brianza-design/

2. Sofa4Manhattan e Secondome nelle residenze Litta

Appena restaurate da Michele De Lucchi, le residenze Litta in corso Magenta ospitano una serie di sperimentazioni legate a un nuovo modo rapporto fra design e aritigianato. Da non perdere la presentazione del progetto Sofa4Manhattan firmato da Lera Moiseeva e Luca Nichetto per Bertosalotti e la mostra di Secondome “I’m not weird, I’m limited edition” curata da Claudia Pignatale.

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Qui il link : http://blog.bertosalotti.it/index.php/fuorisalone-2015-collezione-sofa4manhattan/;
http://fuorisalone.it/2015/events/detail/509/im-not-weird-im-limited-edition

2. Internoitaliano

Giulio Iacchetti ha organizzato nel terrazzo di Via De Amicis 19 (11°piano) un’esposizione di Internoitaliano, il progetto che da tre anni vede il diretto coinvoglimento di grandi artigiani impegnati in una rete di impresa innovativa. E si può comprare tutto quello che si vede!

Schermata 04-2457125 alle 21.00.37Ne parla qui Laura Traldi: http://designlarge-d.blogautore.repubblica.it/2015/04/10/fuorisalone-internoitaliano-artigianato-design/

4. Artigianato 2.0

Il saper fare artigianale e le nuove tecnologie: CNA Milano apre la propria sede in via Savona 52 a un’esposizione che valorizza il lavoro artigiano e le tecnologie della produzione digitale. “Una contaminazione creativa tra tradizione e innovazione che si apre alle sfide del futuro.”

Schermata 04-2457125 alle 23.13.18Qui il link all’evento: http://fuorisalone.it/2015/events/detail/967/press-preview-viasavona52

5. 5Vie e la mostra di Max Lamb

L’artigianalità è il tema chiave del circuito 5vie, il distretto che va dalla Pinacoteca Ambrosiana al Museo Archeologico. Laura Traldi (Repubblica) consiglia vivamente la mostra dedicata a Max Lamb, un designer inglese he lavora con materiali e processi non convenzionali. Presso lo spazio San Remo, Via della Zecca Vecchia 3.

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Per farsi un’idea in anticipo, qui il link a un articolo di Designboom: http://www.designboom.com/design/5vie-max-lamb-exercises-in-seating-spazio-sanremo-milan-design-week-04-11-2015/

6. Hands on design

Hands on Design è un nuovo progetto commerciale che vuole  connettere il variegato mondo della manifattura artigiana, non solo italiana, a molti dei protagonisti del Design contemporaneo. Ogni giorno dimostrazioni e incontri presso la Galleria Orsorama in via dell’Orso 14 (Brera Design District)

Schermata 04-2457125 alle 19.04.13Qui le informazioni del caso: http://www.handsondesign.it/news-n4/

7. “Radicati” by Editamateria

Creato nel 2014 da Silvia Ariemma, il progetto Editamateria lavora sul rapporto tra creatività e knowhow per promuovere la collaborazione e l’interazione di designer e artigiani “radicati” nel loro territorio e nella tradizione.

Schermata 04-2457125 alle 23.22.04Appuntamento in Via Palermo 8,  Brera Design District: http://heyevent.com/event/1031379226890282/radicati-italian-artisans-designers

8. Craaft

Craafts è un contenitore pensato da Elif Malkoclar e Davide Dell’Acqua per realizzare con le proprie mani “sogni di tessuto e acciaio, di pelle e di legno, di corda e di ceramica”. Dagli accessori per l’alta moda (dove i due hanno lavorato in passato) alle sedie e ai tavoli. In zona Lambrate Ventura, in via Arrighi 19.
.

Schermata 04-2457125 alle 22.57.17Qui un video di presentazione: https://www.youtube.com/watch?v=UxK8nLa_XJs&feature=youtu.be. Qui il link all’evento: http://fuorisalone.it/2015/events/detail/470/craafts

9. Future >> Venice

Stefano Maffei ospita nella galleria Subalterno1 un’affascinante raccolta di oggetti nati dall’incontro fra la tradizione del vetro di Murano e il potenziale delle nuove tecnologie per la stampa 3D. Lo sviluppo di quanto iniziato con la mostra “Analogico/digitale” ospitata da Subalterno1 due anni fa.
Il tutto a cura di Breaking the Mould, in collaborazione con Materiaterza.

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Tutte le informazioni del caso qui: http://fuorisalone.it/2015/events/detail/972/venicefuture-experimenting-glass-3d-printed-ceramics

10. “Sharing design – green utopia” alla Fabbrica del vapore

Autoproduttori, maker e artigiani innovativi in mostra alla Fabbrica del Vapore  per l’esposizione “ Sharing design – green utopia” realizzata da MilanoMakers in coproduzione con il Comune di Milano e  ADI. 7 grandi mostre allestite nella suggestiva Cattedrale della Fabbrica del Vapore sino all’8 maggio che il prossimo anno .

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Qui il link alla manifestazione: http://www.comune.milano.it/portale/wps/portal/CDM?WCM_GLOBAL_CONTEXT=/wps/wcm/connect/ContentLibrary/giornale/giornale/tutte+le+notizie+new/politiche+per+il+lavoro+sviluppo+economico+universita+e+ricerca/fourisalone_fabbrica_vapore

 

 

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Come finanziare un makerlab per la scuola scommettendo sul crowdfunding

Con 122 giorni di anticipo sulla tabella di marcia, l’IPSIA Galileo Galilei di Castelfranco Veneto (TV) ha raggiunto e superato l’obiettivo di raccogliere in crowdfunding i 10.000 € necessari alla realizzazione del nuovo Makerlab destinato alla realizzazione di droni. Daniele Pauletto, professore di Tecnologia (e Digital Champion), e Adrian Danci, studente del Galilei, parlano del progetto e di come gestire una campagna di successo.

Schermata 02-2457062 alle 19.16.07Prof. Pauletto, come ci si sente ad aver raggiunto il budget in tempi record?

Estrema soddisfazione! Abbiamo fin da subito compreso il potenziale del crowdfunding anche se raggiungere il budget in tempi brevi non è stato facile. La scarsa alfabetizzazione digitale e la poca familiarità con strumenti di pagamento online sono ostacoli veri alla riuscita di questi progetti. La rete ci ha comunque aiutato ad allargare il nostro campo d’azione: ci siamo rivolti non solo al territorio, ma anche a istituzioni e persone di tutta Italia.

Che strategie avete adottato per far conoscere il vostro progetto?

Le strategie adottate sono state molteplici, sfruttando canali diretti e indiretti. Oltre al video emozionale che abbiamo girato (presente nel sito www.fablabascuola.it) ci siamo affidati ai social network (Facebook e Twitter) per pubblicizzare il nostro progetto. La rete da sola però non basta. L’organizzazione di eventi sul territorio ci ha permesso di entrare in contatto con le persone: il rapporto diretto, face to face, rimane fondamentale per spiegare l’importanza dell’iniziativa e raccogliere le donazioni.

Qual è stato il fattore principale che vi ha permesso di raccogliere più di 12.000 € in un mese?

La grande differenza è stata aver un progetto ad ampio respiro. Mi spiego meglio: non abbiamo chiesto soldi per la scuola. La raccolta fondi ha puntato al finanziamento di un progetto completo, la costruzione di droni per il trasporto dei medicinali. Le persone lo hanno capito e ci hanno fin da subito aiutato.

Schermata 02-2457062 alle 18.53.42Nella lista dei donatori compaiono persone, imprenditori, farmacie e officine. Come avete coinvolto tutte queste realtà?

In molti hanno capito la bontà ed utilità del progetto. Abbiamo avuto molte donazioni da Farmacie di tutta Italia: Roma, Bari, Trani, Bolzano. Questo ci ha dato una forte spinta, facendoci sentire quanto queste aziende e persone credano nell’innovazione. Rinnovo i miei ringraziamenti anche a coloro i quali, anche a fronte di ingenti donazioni, intendono rimanere nell’anonimato.

Come avete organizzato il lavoro quotidiano? Avevate dei compiti ben precisi per avvicinare possibili donatori?

Abbiamo ricontattato tutte le aziende e le persone che negli anni passati ci hanno supportato in tutti i nostri progetti, presentandogli l’idea dei droni per i medicinali. Ad un certo punto, giunti oltre metà percorso è nata una sorta di “competizione” a chi poteva aiutarci, fino ad arrivare al punto in cui mancavano 1.200€ al traguardo. Il dott. Gianfranco Zoppas con il suo grande aiuto ci ha fatto raggiungere il tetto dei 10.000€.

Come vi ha conosciuto Gianfranco Zoppas?

L’abbiamo conosciuto l’anno scorso, in occasione di un evento automobilistico. In quel caso ci siamo offerti per effettuare delle riprese in 3D con i droni, la nostra specialità. L’esperimento è andato molto bene tanto da finire sui giornali. Così abbiamo conquistato la sua simpatia e la sua amicizia.

Parlando di imprenditoria, pensa che l’apporto che danno le nuove tecnologie sia un vantaggio per le aziende e gli artigiani?

Certamente. Abbiamo potuto innescare una serie di azioni e corsi di formazione su queste tematiche, con varie associazioni di categoria. Fino a due anni fa nemmeno si menzionavano le tecnologie digitali. Oggi la CNA organizza dei corsi di formazione sull’utilizzo del kit Arduino. Il bello è che molti di questi corsi li richiedono gli stessi imprenditori, ciò significa che si è seminato bene negli anni passati e che la competizione passa dall’utilizzo di queste tecnologie. Tra pochi giorni partiranno dei corsi rivolti agli artigiani per costruire una stampante 3D. Ancora, verranno istituiti dei corsi sull’utilizzo dei droni. Stiamo cercando di contaminare e portare l’innovazione dentro le botteghe artigiane. E’ chiaro che questo va a vantaggio del nostro Made in Italy.

Adesso non vi fermate qui vero?

Assolutamente no, la campagna crowdfunding va avanti! Anzi abbiamo pensato ad altri sviluppi per i nostri droni, come l’Emergency Drone, capace di trasportare defibrillatori in condizioni climatiche avverse. Inoltre vorremo dotare il nostro Makerlab di ulteriori tecnologie innovative come una laser cutter e scanner 3D, proprio per questo intendiamo proseguire a pieno ritmo con la raccolta fondi. I progetti in cantiere sono molti, tanto per citarne uno, in collaborazione con il Comune di Castelfranco Veneto vorremmo portare la realtà aumentata nei siti archeologici comunali, digitalizzando i 5/6 monumenti più importanti, fornendo un servizio innovativo al turista interessato.

E’ il turno di Adrian Danci, uno dei ragazzi più attivi nella campagna crowdfunding.

Che sensazioni ti suscita partecipare ad un progetto originale ed innovativo come Fablab a scuola?

Mi considero fortunato a poter prendere parte di un progetto così ambizioso. Non nego che circa un mese fa quando è partita la campagna crowdfunding un po’ di timore lo percepivo. La cifra da raggiungere mi sembrava inarrivabile, perché per la prima volta dovevamo darci da fare per raccogliere dei fondi. Invece oggi, posso dire che grazie al crowdfunding abbiamo ottenuto dei finanziamenti per poter concretizzare il nostro progetto.

Proprio per questo motivo, raccogliere 10.000€ in meno di un mese non è stato facile, come ti sei dato da fare?

Fin da subito ho parlato del progetto con i miei genitori, parenti, amici e conoscenti. Presentavo a tutti il nostro Makerlab, chiedendo di aiutarci per poter rendere reale il nostro sogno. Con gli altri studenti abbiamo attuato un tam-tam nel nostro network di conoscenze, fino a convincerli e rassicurarli nella bontà del progetto.

Quali sono state le difficoltà nel convincere i donatori?

Diciamo che grandi resistenze non è ho incontrate. Ho riscontrato invece dello scetticismo e perplessità in molte persone, manifestata soprattutto dalle espressioni del volto, un sorriso come per dire “Non credo possa funzionare”. Invece sappiamo com’è andata.

Intervista a cura di Luca Cittadini

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Gli artigiani digitali potrebbero salvare l’Italia

 

Tobias Bayer, Die Welt, 1 luglio 2014

L’economia in Italia soffre del fatto che le piccole imprese non riescono a sostenersi sulle proprie gambe. Tuttavia, molte aziende stanno scoprendo la stampa 3D e, quindi, prospettive di sviluppo completamente nuove.

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E’ l’Italia in miniatura.L’isola di Murano vicino a Venezia si trova a soli 1,2 chilometri quadrati.E’ famosa per il suo vetro soffiato mondo.500 imprese, per lo più a conduzione familiare, si affollano sull’isola in spazi ristretti.Molti sono divisi, si parla ma poco con l’altro; secolari segreti sono custoditi in modo geloso.I tempi sono duri.I cristalli vengono realizzati da sempre meno aziende, i componenti di vetro per lampade non sono più molto richiesti.Il lavoro costa molto, il gas per i forni è caro, logistica è complicata.Sull’isola regna la tristezza.

La fornace incontra la stampante 3D

Murano deve reinventarsi, come l’Italia.Il la fornace del vetro soffiato Salviati, undici dipendenti, fondata nel 1859, ha sperimentato con impegno.Con un design contemporaneo e tecnologia moderna.Rhizaria è il nome di una lampada dal design audace: un vetro colorato che sembra una bottiglia rovesciata, e una maglia tessuta con nylon bianco.La rete, che ricorda una struttura cellulare, è fatto di plastica.Con una stampante 3D il soffiatore di vetro incontra il polimero, la fornace incontra le stampanti 3D.

“Ci siamo chiesti, ‘Come può essere il futuro”, dice Dario Stellon, che gestisce l’operazione.”Abbiamo cercato di unire i due mondi di vetro e plastica.”Stellon rappresenta la quarta generazione di una famiglia di soffiatori del vetro e ha visto da vicino gli alti e bassi del settore.La società di famiglia è stata venduta.

L’ultimo decennio egli descrive come una “crisi epocale, peggio che nel 19 ° secolo.”Era necessario un ripensamento: Murano deve uscire dell’isolamento.Stellon dice: “Abbiamo bisogno di aprire nuovi orizzonti.”

Anche il gioiello esce dalla stampante

Per Salviati e Stellon è il nuovo orizzonte è HSL.L’acronimo sta per “Hic sunt leones”, dal latino “Qui ci sono i leoni”.Così Ignazio Pomini ha battezzato la società, che ha fondato a Trento nel 1988.Il vecchio detto si adatta Pomini.Egli è uno che crede in se stesso e rompe le regole.

L’imprenditore stava leggendo la fine degli anni ’80 in una rivista americana un articolo su Charles Hull, chiamato “Chuck”.Hull è il co-fondatore della società ” 3D Systems” e uno dei pionieri della stampa 3D.

“In quel momento abbiamo deciso che cosa doveva rappresentare il cuore della nostra azienda”, ha detto Pomini.Riuscì a trovare una stampante 3D, il primo in Italia.La scommessa è partita.L’HSL società, che produce componenti per l’industria automobilistica, ha lanciato oggi una linea di lampade e oggetti di design che si chiama “exxnovo”, e anche gioielli, con il marchio “Bijouets”.

Tutto in plastica, realizzato con le stampanti 3D che sono allineati sul pavimento della fabbrica di HSL.Il fatturato annuo ammonta a € 6.000.000.

Dal 2013 HSL sta lavorando con la vetreria Salviati. Altre aziende dovrebbero aggiungersi. Le nuove partnership non sono facili perché sono numerose le riserve espresse verso questa nuova tecnologia, dice Pomini. “Si tratta di due galassie distinte. Nonostante la stampante 3D sia oggi un prodotto mainstream, sono in molti a considerarla un oggetto fuori dalla realtà, un nemico, forse anche il diavolo. ”

Marmo, pietre e vestiti

Pomini è sicuro di farcela con la sua promozione.Un falegname in Alto Adige è già diventata partner; imprese del settore del cuoio e ceramica stavano preparando progetti in comune con HSL.”Ma guardiamo anche con grande interesse nel mondo del marmo, delle pietre e dei vestiti”, dice Pomini.

L’era delle stampanti 3D offre all’Italia interessanti prospettive.Le piccole e medie imprese sono la spina dorsale dell’economia italiana.Il 60 per cento della popolazione attiva è impiegato da imprese con meno di 20 dipendenti.Questo modello, che ha funzionato bene in passato, porta con sé alcuni svantaggi.Le mini imprese non riescono ad investire nella ricerca per ampliare la propria gamma di prodotti e di assumere persone di talento. Le stampanti 3D possono essere almeno in parte una risposta a questi problemi.Esse possono essere utilizzate costruire prototipi a prezzi ragionevoli.Gli oggetti possono essere prodotti su misura in modo estremamente preciso.I nuovi materiali permettono nuovi linguaggi formali.Ultimo ma non meno importante, si modifica la produzione.Invece di fare tutto da soli, su su internet si cercano soluzioni comuni.Principi come “open source” e “sharing economy” si fanno strada nelle professioni tradizionali.

Il modello è il MIT

Il teorizzatore del nuovo artigianato è Stefano Micelli.Il professore di economia presso l’Università Ca ‘Foscari di Venezia parla di “Artigiani digitali “.Punta su una nuova generazione che dia all’artigianato italiano una scossa, combinando l’antica arte della manifattura con nuovi strumenti come la stampante 3D.

“Le nuove tecnologie consentono una flessibilità nella produzione e un livello di personalizzazione dei prodotti fino ad oggi sconosciute”, ha detto Micelli.Gioielli, abbigliamento, automobili e macchine utensili sono stati effettivamente potevano essere realizzati su misura anche in passato.”Ma questo era un privilegio per pochi”, dice Micelli.”La rivoluzione della manifattura digitale sta cambiando questo aspetto in maniera radicale”.

In Italia si è formato un movimento dell’”artigianato digitale”.Sulla scia del “Made in Italy” si fanno chiamare “Make in Italia”.Nel paese spuntano “FabLabs”.Con “FabLabs”, si intendoe “laboratorio di fabbricazione”, officine hign tech aperte a tutti.

In questi ambienti, privati, aziende o scuole possono usare le stampanti 3D, macchine a taglio laser o macchine a controllo numerico.Il concetto è nato al MIT di Boston.

Sponsor di spicco dell’industria e dei media

Secondo Andrea Danielli, portavoce dell’Associazione “Make in Italy” ci sono più di 20 di tali FabLabs in Italia.Si prevede che il numero aumenterà rapidamente; alla fine dell’anno, saranno attive circa 60 iniziative.

Non si condivide solo lo spazio, ma anche le idee. “Ci scambiamo idee su Facebook “, dice Danielli.Il gruppo “Fabber in Italia” attualmente ha 3300 membri.Ci sono sponsor importanti dietro questa iniziativa, tra cui l’industriale e magnate dei media Carlo De Benedetti.

Che non si tratti solo di chiacchiere lo dimostra l’esempio del FabLab Reggio Emilia fondato dall’architetto Francesco Bombardi, tornato da Amsterdam per fondare il nuovo laboratorio.Per il suo progetto, ha scelto la città di Reggio Emilia.Nel frattempo, il suo laboratorio è ospitato in un museo di arte contemporanea.

Nei diciotto mesi dopo l’apertura Bombardi ha già una serie di risultati da raccontare: più di 40 prototipi sono stati completati nel 2013, ha ospitato 2.350 visitatori.

Macchine del caffè grazie alla stampante 3D

Nel Fab Lab si organizzano workshop regolari le aziende possono verificare le possibili applicazioni.”Per noi, c’è un clima di pensiero trasversale. Questa è attraente per le imprese, perché possano uscire dai sentieri già battuti”, afferma Bombardi.La società ha portato Redox al FabLab Reggio Emilia un potenziale bestseller.

I creativi di Bombardi hanno armeggiato con una stampante 3D per produrre una macchina per il caffè futuristico.Di plastica giallo squillante, economica ed ecologica.Ora Redox sta cercando di portare il prodotto sul mercato.Anche uno che ha dei partecipanti alle attività del FabLab è già felice.È stato assunto da Redox.

 

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Oltre l’Electrolux: Pordenone Laboratorio per una nuova competitività industriale

Electrolux: non vogliamo lasciare Italia

E’ sempre più evidente che la vicenda Electrolux non riguarda solo una grave crisi aziendale, ma il destino industriale del nostro Paese. Diventa perciò necessario uno sforzo straordinario per comprendere le ragioni di questa crisi e trovare le soluzioni per superarla. In tale prospettiva è utile tornare sulla proposta avanzata dagli Industriali di Pordenone e troppo presto abbandonata con l’esplodere della crisi Electrolux. Il documento “Laboratorio per una nuova competitività industriale” metteva subito in chiaro un punto: se vogliamo favorire un nuovo ciclo di investimenti e salvaguardare l’occupazione, è necessario superare gli ostacoli di natura ideologica che bloccano la partecipazione dei dipendenti al capitale di rischio delle imprese e organizzare un sistema più efficace e responsabile di welfare locale. Tutto questo avendo la consapevolezza che è inutile, e forse anche sbagliato, attendersi da Roma una risposta alle tante crisi che colpiscono imprese e lavoratori. Se è il territorio a pagare il conto della crisi, è innanzitutto sul territorio che si deve organizzare la capacità di risposta. Senza timori di guardare in faccia un problema che la globalizzazione ci ha messo davanti con inesorabile chiarezza: la necessità di ridurre il costo unitario del lavoro attraverso interventi sulla struttura del salario, l’organizzazione del lavoro e, soprattutto, la crescita della produttività. Tuttavia, mentre gli interventi sulla produttività si dispiegano nel medio periodo e richiedono azioni anche esterne all’azienda, la riduzione del costo del lavoro può essere effettuata subito intervenendo su oneri contributivi, sgravi fiscali, straordinari, orari, loro distribuzione e durata. La posta in gioco non è qualche punto di salario, ma il lavoro stesso. In questo senso, una novità di rilievo è la proposta di aprire il capitale delle imprese alla partecipazione dei lavoratori, in particolare con l’impiego del fondo di fine rapporto. L’obiettivo di questa operazione non può limitarsi alla gestione delle crisi, ma deve diventare condizione per gestire le innovazioni e condividere i benefici futuri.

La proposta di Unindustria Pordenone prevedeva strumenti precisi di intervento, come il “Comitato per lo sviluppo competitivo” attraverso cui governare la politica industriale locale, e una Società di scopo per veicolare i finanziamenti pubblici e privati nelle iniziative imprenditoriali strategiche. Sono entrambi strumenti interessanti e utili che dovrebbero diffondersi anche in altri territori con il supporto delle finanziarie regionali, del sistema bancario e dei fondi previdenziali. Certo, questi strumenti non riusciranno da soli a salvare il manifatturiero italiano. D’altro canto, la crisi di competitività dell’Italia più che dal costo del lavoro dipende dall’inefficienza di un sistema-paese in cui molti settori protetti continuano indisturbati come se la crisi non li riguardasse. Ma chi può investire in un Paese dove una sentenza civile per recuperare un credito ha tempi anche oltre i 10 anni? Per non dire dei costi dell’energia o dei trasporti (autostrade comprese!), della pubblica amministrazione, di un sistema istituzionale frammentato e inconcludente. Se non aumenta la produttività anche in questi settori, l’industria non potrà salvarsi. Ma queste inefficienze non si superano con le solite proteste, né rinviando a Roma o a Bruxelles le tante colpe che pure hanno, quanto assumendoci tutti, a partire dai soggetti del territorio, la responsabilità di innovare.

Giancarlo Corò e Egidio Pasetto

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